Regno Unito

Einstein and Eddington, Philip Martin 2008

Einstein and Eddington
di Philip Martin, 2008

Film televisivo andato in onda lo scorso novembre sulla BBC, prodotto insieme alla Company Pictures e alla HBO, il film di Philip Martin racconta il rapporto epistolare tra Arthur Eddington e Albert Einstein. L’ultimo, come ben si sa, stravolse la fisica dei suoi tempi con la teoria della relatività – mentre il primo, dai più dimenticato, fu in realtà tra i primi inglesi a capirne la portata, a combattere contro l’ostracismo nei confronti degli scienziati tedeschi durante la grande guerra, e il primo a dimostrarla, in assoluto, tramite la spedizione africana che apre la cornice narrativa del film – narrato in un flashback che va dal 1914 al 1919.

Il film è quindi il racconto di due uomini che insieme cambiarono il modo stesso in cui il mondo era concepito fino ad allora, e non solo nelle aule universitarie: il superamento di Newton significa infatti nell’ottica del film non soltanto un cambio di paradigma nella comunità scientifica – il cui risultato più importante è la laicizzazione (non ateizzazione, si sottolinea) della scienza e la sua internazionalizzazione – ma anche e soprattutto una nuova concezione del mondo, l’affascinante quanto spaventoso individualismo della relatività per cui ognuno di noi è solo con il proprio tempo, che va perfettamente a braccetto con il secolo breve che proprio in quegli anni nasceva.

Ma trattare il film soltanto da una prospettiva storico-scientifica sarebbe fargli un torto, anche perché la trattazione dei carteggi e dei risultati delle due figure è, per forza di cose, altamente divulgativa, quando non semplicistica. Non è una critica: tanto che persino così io ho fatto una fatica ladra a capirci qualcosa. Quello che permane è però piuttosto il ritratto dei due, regalato dalle belle interpretazioni dei due attori protagonisti: il vitale e appassionato Einstein di Andy Serkis, e soprattutto l’emaciato, timido e commovente quacchero Arthur Eddington di David Tennant, destinato all’oblio della storia e, a causa dell’amore per un amico morto sul campo di battaglia, all’oblio dei suoi stessi sentimenti.

Completano il cast Donald Sumpter (Max Planck), Jim Broadbent (Oliver Lodge), Jodhi Mai (Elsa Einstein), e la meravigliosa Rebecca Hall (Winnifred Eddington, la sorella di Arthur).

Il film è acquistabile a meno di una ventina di euro.

Man on wire, James Marsh 2008

Man on wire
di James Marsh, 2008

Il documentario di James Marsh ha fatto molto parlare di sé nella rete negli ultimi mesi, dalla sua uscita nelle sale statunitensi nel Luglio scorso, soprattutto per un dato del tutto particolare: secondo i paradigmi del sito Rotten Tomatoes, che raccoglie e cataloga le recensioni cinematografiche delle testate anglofone (dividendole in pomodori freschi oppure marci), Man on wire sarebbe niente meno che il film meglio accolto dalla critica di sempre: se non è l’unico film ad avere una percentuale del 100%, la differenza la fa ovviamente il numero di recensioni: 135, tutte positive, senza eccezioni.

Non c’è dubbio che questa curiosità, freddamente numerica, nasconda in realtà un’entusiasmo del tutto inedito nel panorama del cinema recente, e che fa realmente impressione: prima di tutto, perché il fatto che un film simile sia "quello" in grado di mettere d’accordo tutti la dice lunga sullo sdoganamento ormai definitivo del documentario anche presso il grande pubblico. Verrebbe quasi la tentazione di pensare che il successo smisurato del film inglese presso la critica valga simbolicamente più del film in sé. Fortunatamente, c’è il film a dimostrare il contrario – e cioè, che non sono tutti impazziti per una bolla d’aria.

Infatti Man on wire è un vero e proprio gioiello, un film dalla bellezza raramente ipnotica e realmente conturbante, che lavora sui canoni del documentario (ma anche su quelli della docufiction, in molte sequenze) senza negali i canoni né cercando in alcun modo di ribaltarli (il film è tutto sommato costruito su un’alternanza piuttosto tradizionale di interviste ai protagonisti e di immagini di repertorio – o appunto "ricostruite" – con il commento musicale delle notissime musiche di Michael Nyman), ma coltivando nel cuore di questi linguaggi un’energia insperata, e traendone una passione travolgente che fa vibrare lo schermo con un crescendo che arriva a far commuovere semplicemente proiettando sullo schermo delle fotografie – tra l’altro arcinote, ma che a quel punto del film fungono ormai da sfogo.

Il film racconta infatti dell’impresa del funambolo Philippe Petit, che nel 1974 riuscì a tirare un cavo tra le due torri di New  York e a camminarci sopra. E il film, oltre ad avere tutta la tensione di un film su una rapina in banca o su un attentato terroristico, gioca su questo contrasto tra l’illegalità del gesto – e sul procedimento, affontato proprio come tale – e sul suo effetto gioiosamente catartico, sa trasformare un "atto artistico" situazionista in un simbolo di anarchia e di libertà, slegato dai condizionamenti della logica razionale (Petit trova ridicolo che i giornalisti non facessero che chiedergli il perché), e divenuto – insieme alle torri stesse, in antitesi all’architettura prosaica che le ha sollevate – in un eterno gesto di pura contemplazione e bellezza.

Non è ancora prevista un’uscita italiana, ma uscirà senza dubbio, prima o poi. Il DVD inglese invece è in uscita nei prossimi giorni, a Santo Stefano: prenotatelo.

La felicità porta fortuna – Happy Go Lucky, Mike Leigh 2008

La felicità porta fortuna – Happy Go Lucky (Happy-Go-Lucky)
di Mike Leigh, 2008

Contravvenendo a chi associasse il suo cinema a una mera corrente di depressione sociologica, Mike Leigh ha girato una commedia che fa della piacevolezza imediata una delle sue armi più potenti. E non è la sola: la sceneggiatura è stupefacente (densa, ricchissima, intelligente), e la sua protagonista Sally Hawkins è una tale delizia che andresti avanti a guardarla e ad ascoltarla per altre due ore.

Ma la cosa più bella di Happy-Go-Lucky è il suo non negare affatto la "bruttezza del mondo", che si palesa di fronte al sorriso quasi imperturbabile della sua protagonista. E’ questo a renderlo un film così speciale, al di là dell’esecuzione impeccabile di tutto il resto. E seppure vi sia spazio anche nei suoi occhi per attimi di malinconia (che nel contrasto sembrano diventare dolorosi come una crisi di pianto) la forza d’animo di Poppy rappresenta un’alternativa angelica, ed estrema – un manuale di sopravvivenza per sé e per gli altri, di fronte a un mondo che continua a saper dare il peggio di sé. Ma per il quale sembra valere la pena, con tutti gli sforzi possibili (fino a mettere a repentaglio se stessi) di illuminare, di dipingere di rosa, anche solo per un istante.

O almeno, di provarci. A volte funziona, a volte no. Ma in un mondo dove la norma comune è la frustrazione, la violenza, e la follia, la vera alienazione è la felicità. Una distinzione senza mezzi termini – per poi trascinare dentro, non senza una sana dose di sarcasmo, gli altri insieme a te. You’ll never live like common people, you’ll never do whatever common people do. Sai mai che porti anche un po’ di fortuna.

The Millionaire, Danny Boyle 2008

The Millionaire (Slumdog millionaire)
di Danny Boyle, 2008

La carriera di Danny Boyle, da qualunque parte la si guardi, è una delle più bizzarre del cinema europeo contemporaneo: uno dei pochi registi nel continente a riuscire a cambiare così radicalmente stile da un film all’altro, senza rinunciare a spiccate individualità e personalità – nel bene o nel male. Incredibile comunque pensare che la stessa persona abbia potuto girare a così breve distanza un film come Sunshine e un film come questo. Infatti con The millionaire, girato e ambientato in India e tratto da un vendutissimo romanzo del diplomatico Vikas Swarup, Boyle ha ritrovato quella stessa voglia di sperimentare, a costo di rinunciare alla "pulizia" della rappresentazione e della narrazione, che caratterizzava i suoi primi film come Trainspotting.

Il film infatti, forse anche a causa dell’influenza della troupe locale e della aiuto regista Loveleen Tandan, è girato e realizzato in modo assolutamente furioso, e a tratti dissennato – opponendo ai micidiali campo/controcampo che caratterizzano il format televisivo del Milionario una regia in cui ogni inquadratura è, e deve essere, diversa dall’altra (a suo modo ricercata anche quando grezza, sporca, imperfetta), e un montaggio che fa un uso di tecniche come ralenti e step-framing che ricorda più il primo Wong Kar-Wai che i blasonati colleghi britannici. Ma non si pensi a un cinema sperimentale e indigeribile, anzi: se c’è una cosa di cui Boyle mostra di interessarsi fino in fondo, in questo film, è raccontare una storia.

E la storia di The millionaire è una di quelle che siamo lieti di esserci fatti raccontare. Una favola sul potere del destino, o forse del caso. O più semplicemente, del culo. Ingenuo ma irresistibile. E con una struttura così volutamente complessa spalmata su due ore secche di film, non era facile. Il film è infatti costruito su tre piani temporali differenti, in montaggio parallelo: la stanza dell’interrogatorio; il set televisivo; i flashback di Jamal. Eppure, il film ha una scioltezza e una freschezza immediate, ed è totalmente, persino esasperatamente, romantico – con tutto quello che il romanticismo si porta dietro: l’eccesso melodrammatico, l’ingenuità narrativa, il didascalismo, l’effetto prima della causa. Per quanto mi riguarda, non avevo bisogno di altro.

Bella la colonna sonora curata da A. R. Rahman, e azzeccata la presenza di Paper planes di M.I.A. Ottimo il cast indiano (anche se l’edizione italiana ha tradotto tutto, sia le parti in inglese che quelle in hindi, tanto per cambiare) tra cui spicca la ventiquattrenne – spaventosamente fotogenica – Freida Pinto.

Quantum of solace, Marc Forster 2008

Quantum of Solace
di Marc Forster, 2008

La prima cosa che si vede in Quantum of solace è il Lago di Garda, la seconda cosa sono le gallerie di Limone. Bene. Ma una volta sgomberato l’interesse ossessivo dello spettatore benacense – dopo poco Bond è già a Siena, e Dio solo sa come diavolo ci sia arrivato – ci si trova di fronte al film, purtroppo. Perché se Casino royale aveva fatto ben sperare sulla tenuta dell’era Daniel Craig, il passaggio di consegne da Martin Campbell a Marc Forster ha significato una visibile caduta qualitativa.

Il problema principale di Quantum of Solace è che non ci si capisce una beneamata mazza, perché tutti gli sforzi sono protesi a realizzare sequenze d’azione il più cazzute possibili. Quello che succede tra un inseguimento / scazzottata / sparatoria e l’altra, oltre ad agganciarsi al film precedente come farebbe il secondo capitolo di una trilogia (oh, questo film è un sequel, se non avete visto Casino Royale l’altro ieri vi auguro buona fortuna), è del tutto campato per aria. Si può uscire da un film che si chiama Quantum of Solace senza aver capito nemmeno cosa cazzo sia, non dico il solace, ma il quantum? E comunque, nonostante qualche bella intuizione visiva, anche le suddette sequenze d’azione non è facciano faville – tutte stunt e dettagli stretti: insomma, un caos ben poco organizzato.

Quantum of Solace poi rappresenta il compimento del peggior uso delle location possibile, quello che mescola basso folklore e mera pretestualità. Per capirci, il film è strutturato così: Bond arriva in un luogo del mondo, appare una scritta con il nome del luogo, immagini caratteristiche (Siena = palio, Port au prince = panni stesi), succede qualcosa di violento, poi arriva un personaggio e spiega velocemente un pezzo di trama, altra eventuale scena violenta, e via nella prossima location, e si riparte da capo. Tutto così. Che palle.

Mamma mia!, Phillida Llyod 2008

Mamma mia!
di Phyllida Lloyd, 2008

Ci sono cose che in un film faccio veramente fatica ad accettare. E il film tratto dall’omonimo spettacolo teatrale, ispirato a sua volta alle canzoni degli ABBA, ne è una buona antologia. Perché una cosa è la difficoltà di una regia, magari inesperta, a trovare un’idea, un progetto da portare a termine, o almeno una strada da intraprendere. Si può perdonare, la disattenzione. Certo, magari a patto di trovarsi di fronte a un film riuscito, o quantomeno divertente – cosa che Mamma mia! non è.

Altra cosa invece è che della regia, di una qualunque regia, si senta la totale assenza. Mamma mia! è un film in cui sembra succedere tutto a casaccio. E probabilmente è proprio così. Basta vedere il modo in cui sono organizzate le scene musicali, di una legnosità sconcertante – e non parlo solo del profilmico, che è imbarazzante approssivamente quanto atteso da copione, e che fa persino meno danni del previsto. Parlo della messa in scena, della direzione degli attori, e di tutto ciò che competerebbe ad un regista, e che qui è completamente messo da parte. Inesistente. Nella convinzione errata, mostruosamente quanto banalmente errata, che una ventina di canzoni e il carisma di quattro attori possano bastare a sé stessi.

Ma diamine, queste sono lezioni che la produzione di un musical per il grande schermo dovrebbe aver ormai imparato – come ha fatto la maggior parte di esse: non tutto ciò che funziona sul palco funziona sullo schermo. Il testo va ripensato, non basta cambiare gli attori e metterci quattro nomi di grido, magari giocando furbescamente sul loro essere del tutto inadatti al ruolo musicale, e illuminare tutto con un’orripilante fotografia da cartolina. Non è una questione di valore aggiunto: sono testi diversi, che lavorano con linguaggi diversi. Il climax di questo approccio malato al testo d’origine è Meryl Streep che canta The winner takes it all sulla roccia: immobile come uno stoccafisso, con due o tre movimenti di macchina, e Pierce Brosnan che sta lì e se la ascolta tutta.

L’edizione italiana ce la mette tutta per inasprire una pillola già amara, ma il problema non è il doppiaggio, ma sta alla radice, ed è un problema di progetto, di concetto. Oltre che di risultati, va da sé: due palle così. Ma chi lo vuole vedere un film in cui per metà secca del tempo – e non credo di esagerare – tutto ciò che vediamo sullo schermo sono personaggi che si danno il benvenuto e si salutano urlando?

Menzione d’onore per il petto di Amanda Seyfried. E io che non credevo più nel potenziale sessuale del costume intero. Stolto.

Hallam Foe, David Mackenzie 2007

Hallam Foe
di David Mackenzie, 2007

Se è difficile scrivere di un film dopo più di due settimane dalla visione, figuriamoci quanto è difficile scriverne se in mezzo ce n’è stata un’altra trentina. La tentazione è fare un post tutto su Sophia Myles, l’attrice londinese classe 1980 che è diventata una star nel Regno Unito grazie alla sua intepretazione di Madame de Pompadour in uno dei più meravigliosi episodi dell’ultimo Doctor Who, ovvero The girl in the fireplace. Tu che segui Doctor Who sai perfettamente di cosa sto parlando, anzi, hai già i lucciconi agli occhi. E sai che qualunque film contenga scene come Sophia Myles che elenca sinonimi della parola "vagina" è un film che vale la pena di essere visto.

Bando agli scherzi, è come al solito un peccato che Hallam Foe non abbia ancora toccato il suolo italico, nonostante sia già uscito un po’ dappertutto. Posso capire però l’esitazione dei distributori: si saranno sentiti raccontare un film in cui un ragazzino timido e un tantino voyeur si prende una cotta morbosissima per una tizia che è la sosia di sua madre morta? Non prima di essersi scopato la giovane donna di suo padre nella sua treehouse? Non c’è dubbio che detto così il film risulti più inquietante di quanto in realtà non sia: tratto dal libro di Peter Jinks, il film è un onesto romanzo di formazione e di passaggio, sostanzialmente doloroso perché passa attraverso il superamento di pulsioni omicide, suicide, e appunto incestuose, ma paradossalmente piacevolissimo e persino lieve, realizzato con grande sapienza dal regista di Young Adam.

E impreziosito da una colonna sonora a cura della Domino Records che inanella roba come James Yorkston, Sons and Daughters, Four Tet, Psapp, e una canzone eponima scritta ad hoc dai Franz Ferdinand. Le illustrazioni invece, tra cui i bei titoli di testa, i disegni che nel film sono opera di Hallam, e alcune immagini inserite durante il film con sorprendente gusto grafico, sono tutte dell’artista scozzese David Shrigley.

Su play.com ve lo mandano a casa con 7 euro. A qualche euro in più c’è la colonna sonora.

Negli USA è uscito un paio di mesi fa, ma con il titolo Mister Foe. Chissà perché.

Son of Rambow, Garth Jennings 2007

Son of Rambow
di Garth Jennings, 2007

Esordire nel Regno Unito con una cosetta come la Guida galattica per autostoppisti fu un notevole rischio, per il regista di alcuni bellissimi videoclip nascosto dietro il marchio Hammer & Tongs, che condivide con il socio-produttore Nick Goldsmith. Il film lasciò infatti molti scontenti, tra i fan i Douglas Adams e non solo: da queste parti, all’esatto contrario, si sperò ardentemente, con notevole entusiasmo per la freschezza e il senso dell’humor dimostrato con il suo difficilissimo adattamento d’esordio, che Garth Jennings sfornasse al più presto un secondo lungometraggio.

E l’attesa è stata ben ricompensata, perché Son of Rambow è davvero un piccolo gioiello. Con tutti i crismi del cinema indipendente, è chiaro: e non c’è dubbio che qualcuno potrà tacciarlo di ruffianeria e stucchevolezza. Ma se tali sono i rischi, quando si trattano materie delicate pur se rodatissime come la fine dell’infanzia e il potere dell’immaginazione, questo non è il caso del film di Jennings. Che riesce invece a mantenere quasi sempre un registro perfetto tra malinconia e tenerezza, tra ironia e dramma, lasciandosi andare a libertà espressive che provengono dal substrato "musicale" di Jennings e Goldsmith (gli improvvisi splendidi inserti animati) ma con un’immediatezza e un piacere del racconto quasi spontaneamente commovente.

Che nel film ci sia molto di Jennings, che ha scritto anche soggetto e sceneggiatura, è evidente ad ogni passaggio – rendendo Son of Rambow non solo il suo primo vero film personale, ma una vera e propria confessione, e una dichiarazione d’intenti che fa sperare ancor più nel suo futuro. Fortuna sua aver trovato due giovani protagonisti come Will Poulter e Bill Milner, entrambi assolutamente esordienti e altrettanto stupefacenti, per ricreare questo tassello della sua infanzia, tanto emotivo quanto onesto anche nel suo divertirsi con gli stilemi del period movie (la scena della festa con il balletto sulle note di Just Can’t Get Enough dei Depeche Mode). Va bene anche a noi: dopotutto, ognuno di noi, nell’infanzia, è stato l’introverso Will o il prepotente Lee Carter – e ha avuto l’altro come amico di conseguenza. A quel punto, basta scegliere. Un vera sorpresa, in ogni caso, trovare la Jessica Hynes di Spaced in un ruolo senza derive comiche – e trovarla così brava.

Poi, Son of Rambow fa un’accoppiata impagabile con un altro film di questa stagione, Be kind rewind di Gondry, nel celebrare degnamente il rapporto strettissimo tra l’avvento del supporto magnetico di massa e la crescita di un’intera (e allargata) generazione, legata a una doverosa perdita dell’innocenza che si chiama cinefilia. A oguno la propria, personale e insostituibile, dolcissima o dolorosa, cinefilia.

Il film è uscito ad Aprile nel Regno Unito, e a Maggio negli USA. In Germania esce la prossima settimana, in Francia addirittura a Gennaio. Non è ancora prevista un’uscita italiana.

Il DVD inglese è uscito due giorni fa: si può acquistare qui.

Due curiosità: il ragazzino che nel filmato d’archivio della BBC "strappa" il premio di Screen test a Lee Carter è Jan Pinkava, futuro e geniale regista e sceneggiatore della Pixar: suo il capolavoro Geri’s Game, e la co-regia di Ratatouille, accanto a Brad Bird. E il bellissimo personaggio del ragazzino francese è interpretato da Sam Kubrick-Finney, il nipote di Stanley Kubrick.

In Bruges, Martin McDonagh 2008

In Bruges
di Martin McDonagh, 2008

"My ass let’s go. They’re filming midgets."

Il primo lungometraggio dell’autore irlandese di Six Shooter, vincitore dell’Academy come miglior corto due anni fa, mi ha colto un po’ in castagna: ero pronto infatti a tacciarlo di essere un sacco di cose che, alla prova dei fatti, si è rivelato non essere. Mi aspettavo un certo tipo di film – che a questo punto non saprei nemmeno definire, ma che si situa nelle vicinanze del cinema di Guy Ritchie – e invece mi sono ritrovato davanti un film molto più gradevole di quanto io stesso non sia disposto ad ammettere.

Lo stile McDonagh ce l’ha già, ma non ne abusa, sia nella scrittura arguta che nella regia moderata e quieta. La struttura tripartita aiuta a digerire meglio un boccone più difficile da mettere in bocca che da masticare, e in definitiva dall’ottimo sapore: e tra un primo terzo dichiaratamente (fin troppo?) beckettiano, e un finale che forse in parte lima il contrasto tra i personaggi inserendolo su binari già ampiamente tracciati, c’è una parte centrale – situata tra la rivelazione del "peccato" e quella della "espiazione" – davvero stupefacente nel riuscire a trovare un punto di equilibrio tra i toni grotteschi dei dialoghi, più direzionati verso la commedia ed effettivamente divertentissimi, e un senso di profonda inquietudine morale che cala sui due bravissimi protagonisti (Colin Farrel in testa) e non se ne va più via.

Un film onesto, piccolo ma intelligente, teatrale ma avvolgente: senza capelli strappati, ma senza dubbio una piacevole sorpresa.

The wicker man, Robin Hardy 1973

The wicker man
di Robin Hardy, 1973

Tornato in auge negli ultimi anni anche dalle nostre parti grazie al bistrattato remake americano di Neil Labute, dopo l’uscita nel Regno Unito come "lato B" di Don’t look now di Nicolas Roeg, The wicker man visse una lunga stagione nel dimenticatoio.  Conquistandosi però nel corso degli anni lo statuto di cult movie grazie a una fedelissima schiera di ammiratori – ovviamente, soprattutto oltremanica.

E anche a distanza di 35 anni si capisce perché questa definizione calzi così a pennello sul film, che del cult ha molte delle caratteristiche peculiari: scelte stilistiche, linguistiche (le canzoni di Paul Giovanni), di casting, di location, scenografiche, narrative, una carica erotica davvero impressionante, un senso dell’humor nerissimo misto a un diffuso senso d’angoscia – in cima alle quali si trovano le sue travagliatissime vicende produttive (venne girato in gran fretta, d’inverno nonostante fosse ambientato d’estate, e parte del cast, tra cui Christopher Lee, vi lavorò gratis) e distributive: una censura infuriata, la difficoltà di "vendere" un prodotto così bizzarro, i tagli impietosi che ne ridussero la durata di molti minuti per l’uscita in sala.

Ma nonostante le innumerevoli ingenuità e le stranezze di questo fenomenale e anarchico scontro tra natura e cultura, il film di Hardy (che non riuscirà più a dirigere quasi nulla, dopo questo: e sono anni che si vocifera del simil-sequel Cowboys for Christ, che potrebbe uscire quest’anno) fa sfoggio ancora oggi di un eclettismo davvero ipnotico e di un talento per il pastiche senza rivali, che grazie anche alla contaminazione con il musical crea sequenze di grande impatto (prima tra tutte, quella famosissima della danza di seduzione di una Britt Ekland con nudissima controfigura) che culminano con un finale infuocato, visionario e apocalittico, che ha fatto scuola.

Dalle nostre parti il film si è visto solo sul satellite, e fu presentato nella sua versione restaurata al Bergamo Film Meeting qualche anno fa. In DVD inglese si trovano invece diverse edizioni: la più consigliata è questa, che contiene (1) la versione theatrical di 84′ (2) il director’s cut di 99′ creato sulla base di una copia "sopravvissuta" e (3) il CD della colonna sonora.

Se invece siete completamente pazzi, c’è questa.

L’inizio del cammino, Nicolas Roeg 1971

L’inizio del cammino (Walkabout)
di Nicolas Roeg, 1971

Il primo film del regista inglese, dopo 10 anni di direzione della fotografia (tra cui spiccano La maschera della morte rossa e Fahrenheit 451) e dopo la co-regia di Sadismo (Performance) dell’anno precedente, racconta del viaggio nelle immense e immutabili aree selvagge australiane di una giovane e bellissima ragazza e del suo fratello minore, rimasti soli nel deserto dopo che il padre è impazzito, mettendosi a sparare loro e suicidandosi infine dando fuoco all’auto. Verranno soccorsi da un aborigeno intento a svolgere il suo "walkabout" (rito di iniziazione per cui i sedicenni rimangono sei mesi da soli) che li condurrà attraverso un percorso di immersione nella natura e – in senso più inconscio per i personaggi, palese per noi – di rifiuto nei confronti di una civiltà ritratta in veri e propri segmenti intermedi con piglio grottesco (gli scenziati italiani arrapati) quando non crudele (la fabbrica di statuine, i bracconieri).

Tra i più sorprendenti (e amati) esordi della storia del cinema inglese, il film di Roeg non solo dava un’ideale continuazione a certe istanze sollevate grazie all’avvento e al termine della New Wave britannica, ma allo stesso tempo le superava grazie a uno stile fiammeggiante e personalissimo che rende Walkabout un incredibile quanto inquietante spettacolo, soprattutto per l’eclettismo e la ricchezza linguistica che, in alcuni casi, si trasformano in ricercata ridondanza. Un uso memorabile dello zoom (soprattutto nella prima mezz’ora, per rivelare la solitudine della natura intorno ai due personaggi), ma anche di panoramiche, moltissime macro (sulla fauna selvaggia), grandangoli, persino tendine, fino ad arrivare – nella sequenza dei bracconieri, geniale e quasi insostenibile – a fermi immagine e reverse, e più in generale una varietà di piani e campi che sorprende ancora oggi.

Il film possedeva insomma un coraggio nella sperimentazione inusuale sia per un debutto sia per i tempi, che tradiva sia la sua esperienza di direttore della fotografia (in ogni singola inquadratura si respira il tentativo di far parlare l’ambiente in relazione ai personaggi, e non solo viceversa) sia aspirazioni di deciso ordine teorico – come nella celebre sequenza in cui Roeg utilizza un "montaggio intellettuale" associando la caccia e l’uccisione di un canguro all’opera di taglio di un macellaio. Ma Walkabout non è solo questo: è anche un film di impressionante e immediato impatto estetico ed emozionale, e la stupefacente storia di una scoperta di sé attraverso la scoperta della natura – e, dentro di essa, del pericolo, della paura, della più profonda sensualità, e della morte.

Non esiste un’edizione italiana in DVD. Si può ripiegare sulla edizione inglese o su quella tedesca (entrambe economiche ma senza sottotitoli inglesi) ma se non avete problemi con le Regioni vi consiglio di accaparrarvi la solita edizione Criterion (una delle prime uscite della storica Collection) che è ovviamente di qualità incomparabile alle altre edizioni in circolazione.

La splendida Jenny Agutter aveva 18 anni quando il film uscì, ma 16 anni quando lo girò: con questo sotterfugio, Roeg si permise di includere in montaggio una quantità di scene di nudo – alcune delle quali sottilmente morbose anche se sempre del tutto funzionali – che oggi sarebbe del tutto impensabile. Se la cosa vi tocca, siete avvertiti. Allo stesso modo: se vi impressionano, anche minimamente, gli animali morti nei film, statene alla larga.

A Venezia… un dicembre rosso shocking, Nicolas Roeg 1973

A Venezia… un dicembre rosso shocking (Don’t look now)
di Nicolas Roeg, 1973

Tre sono le sequenze che spiccano maggiormente in questo incredibile secondo film di Nicolas Roeg, meno celebre da noi che in patria, dove è invece considerato tra le massime vette del cinema inglese, tanto da meritarsi un ottavo posto nella nota Top 100 del BFI, forse a causa dell’improbabile titolo italiano o forse per il ridotto numero di passaggi televisivi dovuto a – ovvi – problemi con la censura.

La prima è quella che apre il film: un incredibile pezzo di cinema in cui ogni certezza linguistica (e, scopriremo procedendo nella storia, narrativa) viene immediatamente spazzata via, in modo sistematico e assolutamente sperimentale, trasformando gli stacchi tra le inquadrature in veri e propri connettori psichici, e facendo del montaggio stesso un sistema associativo a sé stante, senza precedenti. Che porta sì, inevitabilmente, alla tragedia: ma il geniale stacco finale spezza la sequenza con un utilizzo dell’anticlimax che risulta ancora oggi sconvolgente.

La seconda è quella, arcinota e lunghissima, dell’amplesso tra Donald Sutherland e Julie Christie: una sequenza che fece molto parlare di sé per la sua estrema franchezza, e forse troppo, distogliendo il discorso sul film da altri caratteri dell’opera. Ma si tratta certamente – con il suo dissacrante e innovativo montaggio parallelo tra il coito e il post orgasmic chill – di una delle sequenze (non solo "di sesso") più seminali della storia del cinema. Ultimo, l’inseguimento finale, in cui la fiaba di Cappuccetto Rosso viene replicata tra le calli e i rii veneziani per poi essere ribaltata e macchiata col sangue.

Ma tutto il resto del film di Roeg, a distanza di 35 anni, è ancora un vero gioiello di cinema europeo, e tramite il suo linguaggio liberissimo, furioso e analitico al tempo stesso, pieno di presagi e follemente innamorato dei dettagli che li compongono (come il tema dell’occhio, della vista, reiterato ossessivamente fin dal titolo), con la sua Venezia "laterale", fredda e cupa, è ancora un film capace di perturbare, per i suoi mille misteri ancora irrisolti (il vescovo di Massimo Serato, il commissario di Renato Scarpa), ma anche solo con una risata, inquietante come poco altro, di fronte a uno specchio sbiadito – o una diapositiva macchiata di rosso, come il futuro funesto che non aspetta altro che poter consumare la sua catarsi.

Don’t look now ha avuto una storia distributiva digitale piena di ostacoli, con un’edizione passata insoddisfacente che ancora circola nella foresta nera del p2p: il modo migliore di goderselo è recuperare l’economicissimo DVD dell’edizione speciale inglese.

The Cottage, Paul Andrew Williams 2008

The cottage
di Paul Andrew Williams, 2008

Dopo essersi fatto notare con il thriller indipendente London to Brighton, esordio apprezzato in diversi festival internationali (New Director’s Award a Edimburgo) e in lista d’attesa da queste parti, Williams prova con il suo secondo film a confrontarsi con un sottogenere che negli ultimi anni va per la maggiore – quello dell’horror che si mescola con la commedia, ma senza rinunciare ad alcuna delle sue due metà, riportato in auge in Regno Unito da Shaun of the dead e – assai similmente – da Severance.

Anche qui ritroviamo una situazione tipica del cinema horror – in questo caso, trattasi di una fattoria isolata: non diciamo altro – che viene stemperata da situazioni da commedia, ma senza trasformarsi (ma nemmeno da lontano) in una parodia. Non solo con la struttura del rapimento malriuscito, con la popputa biondina che si rivela essere ben più minacciosa dei rapitori stessi, ma soprattutto attraverso dialoghi pungenti e riuscitissimi, dominati dal ruolo del salaryman, tipicamente british, dell’ex Gentleman Reece Shearsmith (Papa Lazarou, anyone?) e dal collaudatissimo stile deadpan di Andy "Gollum" Serkis, a cui si aggiungono i personaggi dei due gangster coreani – per la verità un po’ forzati e wannabe cult nel loro profilo grottesco.

C’è un po’ di dissociazione, è vero, tra gli elementi horror (rimandati molto più della media: gli squartamenti arrivano dopo metà film) e quelli da commedia, e l’alchimia non si può dire riuscita al 100%. Ma The Cottage è un film davvero divertente, magari poco "pauroso" in senso stretto ma che (almeno nella versione unrated del DVD) si diverte a giocare spingendo parecchio sul pedale del gore – con colonne vertebrali strappate dai capellim, teste mozzate longitudinalmente, cose così. E poi, stare a cercare la perfezione di un Edgar Wright dietro ogni angolo, ogni volta, è un esercizio sterile, oltre che frustrante: accontentiamoci di un film che è comunque superiore alla media degli slasher odierni, e che – anche per una confezione davvero luccicante – suscita una simpatia inarrestabile, fin da subito (o da prima?) e fino all’ovvio scherzetto finale.

O forse è davvero un abbaglio, e la colpa è di Jennifer Ellison. Ex attrice di Brookside, ex soubrette, ex footballer’s wife di Steven Gerrard, ex pop idol, con le sue treccine e le decine di volgarissimi improperi urlati con l’accento di Liverpool, la Ellison è tanto bòna quanto insopportabile: ma nella migliore delle accezioni. Impossibile non amarla alla follia, e insieme esultare come dei bambini per la fine (davvero ingloriosa) che le fan fare.

Difficile che lo si veda nelle nostre sale, a scanso di sorprese: se nel Regno Unito è uscito a Marzo e in Francia esce quest’estate, negli USA è uscito direttamente in DVD, unrated e già acquistabile.

Penelope
di Mark Palansky, 2006

Girato interamente in Inghilterra e presentato al festival di Toronto più di un anno e mezzo or sono, ma uscito nei cinema statunitensi soltanto da poche settimane per colpa dell’abbandono dei diritti da parte degli Weinstein e della IFC, Penelope è l’esordio alla regia di un ex assistente di Sir Michael Bay, nonché di una sceneggiatrice (Leslie Caveny) che viene da buona televisione, soprattutto dall’acclamato Everybody loves Raymond. E dell’esordio, Penelope mantiene alcuni pregi e molti difetti.

Se da una parte c’è senz’altro una coinvolgente freschezza, e la capacità di non prendersi troppo sul serio, giocando molto con i cliché della fiaba e del cinema fiabesco, è anche vero che la natura fortemente derivativa del film dà qualche problema. Un esempio calzante sono le musiche: il compositore inglese Joby Talbot viene da League of gentleman, e mostra di conoscere bene i meccanismi della rilettura "ironica" di un genere. Là l’horror riletto in tono demenziale, qui la fiaba gotica – o mitteleuropea – nell’incontrastato zuccheroso regno di Amélie Poulain. Ma molti sono i momenti in cui le sue melodie non fanno che aggravare la sensazione che Penelope voglia essere a tutti i costi – a tratti in modo piuttosto esplicito, non bastassero la spinta londonizzatrice e la presenza di Catherine O’Hara- il più burtoniano possibile.

Senza sottolineare eccessivamente i difetti del film, ché su un filmettino così naif, inoffensivo e piacevole – e quindi sommariamente indifeso – non mi va di sparare, sono molte le cose che lo salvano, spesso in corner e altre volte con una parata convinta. Come il ritmo e la durata, adeguatissimi, il cast mezzo inglese e mezzo americano e il conseguente – e divertitamente ingiustificato – miscuglio di accenti, alcune partecipazioni marginali (il mefitico Burn Gorman di Torchwood, Reese Witherspoon, la presenza silenziosa del wrightiano Nick Frost). E poi, la performance di Peter Dinklage, che si dimostra attore di grande rilievo, ben oltre le solite macchiette da "little person" (anche se quando compare nel film è nascosto in un armadietto), e la cui malinconia "sporca" il finale di una palpabile sensazione: che nel mondo della diversità e dell’emarginazione, l’happy end non sia che una miracolosa e poco credibile eccezione.

James McAvoy però è davvero insopportabile come dicono: ammirevole il suo impegno nel voler mandare tutto a puttane con la sua imbarazzante interpretazione del principe azzurro spiantato e truffaldino. Christina Ricci è uno splendore, pure col naso da porco.

Il film uscirà senz’altro nel nostro paese: difficile al momento dire quando, e chi.

La Spiega: questo blog non è del tutto nuovo a collaborazioni esterne, già avvenute in passato. Oggi nasce una rubrichetta che, all’autrice piacendo, potrebbe diventare fissa, in cui cedo la penna alla Compagna Di Divano, per due possibili motivi: (1) è un film che lei ha visto e io no (2) è un film che abbiamo visto insieme ma di cui preferisco scriva lei. Questo caso è il secondo caso. Passo. Grazie all’ottimo mrcury per la foto.

La Compagna di Divano presenta:
Learners
di Francesca Joseph, 2007

Learners è un filmetto carino prodotto e trasmesso, lo scorso novembre, dalla BBC. Posizionatevi sul divano, possibilmente con un tè e dei biscotti (se qualcuno vi prepara gli scones è ancora meglio) e seguite le vicissitudini di Bev (Jessica Hynes: Spaced, Confetti, Doctor Who), donna delle pulizie che vive in una casa mobile con il sogno di mettersi in proprio e che, per realizzarlo, ha bisogno della patente di guida. Bev è un personaggio stranamente attraente, come del resto quasi tutti quelli interpretati da Jessica Hynes: fa un sacco di casini, a tratti è anche un po’ stronza, cerca di limonarsi il tuo fidanzato, eppure alla fine continui a volerle bene e a fare il tifo per lei, per il suo fisico da tronchetto, per la sua faccia 100% inglese e per il suo accento di Brighton.

Attorno a lei, ad aiutarla ma anche ostacolarla: il marito maneggione (Shaun Dingwall, Doctor Who), la figlia che vuole andare al college, una coppia di puccissimi gufi, i compagni della scuola guida con piccole e grandi nevrosi e, soprattutto, l’angelico insegnante che forse riuscirà finalmente a farle passare l’esame dopo otto tentativi falliti. L’angelico insegnante è David Tennant, il decimo Doctor Who, e potrei anche finirla qui, ma visto che mi piace pensare di riuscire a scrivere delle frasi di senso compiuto anche quando è coinvolto David Tennant, ehm. Dov’ero rimasta?

Shine a light
di Martin Scorsese, 2008

In tutta onestà, prima di parlare (brevemente) di questo film vanno fatte alcune considerazioni. La prima, che questo non è un vero documentario sui Rolling Stones, come era probabilmente No direction home per Dylan, e come i trailer – e come biasimarli? – vogliono farci credere: si tratta invece di un film-concerto, su due date della band inglese al Beacon Theatre di New York nell’Ottobre 2006, ospiti di Bill Clinton e famiglia. La seconda, è che questo film è stato progettato e promosso per la proiezione sugli schermi IMAX, che da noi davvero scarseggiano: e in una sala normale l’operazione perde una buona fetta di senso, ve l’assicuro. La terza, conseguente, è che se non siete dei fan sfegatati dei Rolling Stones, difficilmente vi interesserà sentirli suonare sullo schermo del vostro multisala, per quasi due ore, e quasi ininterrottamente.

Ma insomma, mi si chiede, non c’è davvero altro? Ci sono 10 minuti di orologio iniziali che avete già visto nel trailer – splendidi (con un adorabile Scorsese, sempre più interprete di sé stesso) e fanno sperare qualcosa di più – qualche sparuto intermezzo con filmati d’epoca (interessanti e divertenti, ma appiccicati tra un pezzo e l’altro giusto per spezzare il ritmo) e un’uscita di scena davvero geniale, un gran colpo di coda da maestro. Ma buttiamo alle ortiche ogni pregiudizio amorevole per lo zio Martin: è davvero tutto qui, ed è poco poco. D’altra parte, uno può obiettare, quale migliore omaggio a una band che ha costruito una leggenda incrollabile proprio sulle esibizioni live che limitarsi a riprendere ossessivamente loro che suonano, ignorando persino cose potenzialmente interessanti come il pubblico di insopportabili fighetti – provate solo a immaginare quanto poteva costare il biglietto – di cui il Beacon era pieno?

Da parte mia, da uno come Scorsese, che il film-concerto l’ha sperimentato eccome (con The last waltz), mi aspettavo qualcosa di diverso, se non di nuovo un tentativo, o almeno qualcosa di più di quello che è – e qui veniamo al nocciolo della questione – il DVD di un concerto dei Rolling Stones. Sarà il DVD di un concerto meglio fotografato che abbiate mai visto, con un interesse quasi ossessivo per il dettaglio ravvicinato (la ruga, la vena, l’otturazione, giuro, le otturazioni di Mick Jagger), e con alcuni lampi inaspettati di genio (l’insistenza sulle facce assurde di Buddy Guy, quello storditone di Charlie Watts che a fine pezzo si volta, guarda in macchina e sbuffa), ma sarà sempre e comunque il DVD di un concerto. Categoria che, francamente, mi ha sempre lasciato indifferente: qui l’impressionante ricercatezza formale mi ha tenuto seduto in poltrona – non scappare a gambe levate appena compresa l’antifona è già stato tanto.

Comunque sia, sarà pure tamarra e musicalmente insignificante quanto volete, sarà pure una nana e un’insopportabile scimmietta urlatrice, ma Christina Aguilera – che viene qui ingroppata con mimica esperta dall’attempatissimo Jagger – ha una presenza scenica e una fotogenia che lasciano senza parole: qualcuno le costruisca intorno una carriera cinematografica. Grazie. Keith Richards sembra sempre di più il vecchio pedofilo dei Griffin. Jack White invece è brutto, ciccione, e sputa tantissimo.

Nelle sale dall’11 Aprile 2008.

Particolarmente concorde con la recensione di Peter Martin su Cinematical.

Run, fat boy, run
di David Schwimmer, 2007

La grande amicizia tra l’attore inglese Simon Pegg e il newyokese David Schwimmer (il Ross Geller di Friends, per capirci) è qualcosa di difficilmente spiegabile, fatto sta che si vogliono un gran bene, e questa è la terza volta che lavorano insieme (dopo la miniserie Band of brothers e l’attraente inedito Big nothing). Se ne vogliono talmente tanto che Schwimmer ha scelto proprio Pegg come protagonista assoluto del suo esordio alla regia per il grande schermo (dopo alcuni lavori televisivi, tra cui ovviamente qualche episodio di Friends), non fosse altro che per la sua ambientazione (e la produzione) londinese.

E il film si rivela essere quello che ci si aspettava: ovvero, un film tanto brillante e divertente quanto prevedibile e in qualche modo "rassicurante", il racconto del riscatto di una guardia giurata codarda e mollacciona, costruito perlopiù sul collaudato modello della commedia inglese contemporanea. Il rischio semmai era che lo sguardo di Schwimmer sporcasse le ambizioni albioniche del film, facendo del film una sorta di "idea che un americano può avere di una commedia inglese", ma a conti fatti – a parte l’insistenza ingenuotta su una comicità basata su gaffe e imbarazzi – il film si può dire pienamente riuscito. Certo, non è la miglior commedia degli ultimi anni, non è un film di Edgar Wright, ma può pregiarsi di una sceneggiatura scoppiettante (dello stesso Pegg e del comico Michael Ian Black), ed è costruito con un’invidiabile freschezza che in alcuni momenti (come la scena del "muro") riesce ad andare anche un passo al di là i radicati canoni del genere.

Simon Pegg, manco a dirlo, dà ovviamente il meglio di sé come al solito, e lo adoriamo come fosse il nostro miglior amico. Ma gli applausi sono tutti per lo spettacolare Dylan Moran, già David in Shaun of the dead, qui nel ruolo della "spalla che ruba la scena" – pressoché modellato sul Rhys Ifans di Notting Hill. Hank Azaria si prende sulle spalle tutta la risaputa questione del confronto USA vs UK, che viene fortunatamente poco assecondata, e Thandie Newton, al ritorno nella "sua" Inghilterra, non era così bella e brava da anni. Colonna sonora strabordante (David Bowie, Kaiser Chiefs, Girls Aloud, The Fratellis, Patrick Wolf), un tantino paracula ma chiaramente irresistibile.

Nel Regno Unito, dove Pegg è una vera star, il film è uscito lo scorso Settembre e ha esordito in cima al botteghino, rimanendoci per quattro settimane di fila e tirando su una roba come dieci milioni di sterline. Ad oggi non v’è notizia di una data d’uscita italiana. Il DVD si può acquistare a una ventina di euro su Play.com.

Sogni e delitti (Cassandra’s dream)
di Woody Allen, 2007

Il fatto che il nuovo film di Woody Allen non aggiunga o tolga niente a ciò che ci si potrebbe aspettare conoscendo questo suo cosiddetto "nuovo corso", che sta tra due virgolette perché in realtà riprende temi cari al nostro, soltanto levandoci lui stesso e aumentando le dosi di disilllusione esplicita (che non significa che sia davvero più disperato e nero), potrebbe essere pure una via di salvezza per il film stesso: Cassandra’s dream è un circolare e "chiuso" non solo nella struttura ma anche nel suo rapporto con i suoi spettatori e con gli estimatori di Allen. Ma proprio lì sta l’inganno.

La secchezza che lo contraddistingue, con questo finale assolutamente asciugato di orpelli e di ingegnosa specularità, oltre a stuzzicare lo spettatore in modo del tutto diverso rispetto a Match point (del quale è una specie di gemello eterozigota, in levare si potrebbe dire) forma una coppia di sensualissime primedonne con una sceneggiatura che, al solito, dimostra le doti mai defunte di un grandissimo drammaturgo per il cinema (che altrove è stato anche grandissimo regista, qui limitandosi a tirare pigramente in barca gli ormeggi trageci) per la quale il finale stesso ha una valenza totalizzante, annunciato com’è in ogni singola parola dello script. Davvero notevole lo score hitchcockiano di Philip Glass, che altrove non avrei sopportato.

Se non si fosse capito, l’entusiasmo regna in altri territori: Cassandra’s dream è un film medio, irreparabilmente medio, un film di perfetta, inarrivabile e acutissima medietà. Vedete voi se mantenerlo nella risma dei complimenti, o meno.

Le sopracciglia di Colin Farrel mi fanno una paura fottuta.

Come previsto, davvero inascoltabile il doppiaggio italiano, soprattutto nella solita piatta e pietosa voce cantilenante appioppata a Ewan MacGregor. E poi si lamentano se uno se li scarica in inglese.

Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street (Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street)
di Tim Burton, 2007

Generalmente non do retta alle parole dei registi, ma mi ha colpito molto il fatto che Burton abbia detto di aver pensato al musical di Stephen Sondheim, da cui è tratto questo suo ultimo fenomenale lavoro, come a un film muto. E allo stesso modo ci ha lavorato: eliminando quasi del tutto i dialoghi e, grazie anche a una direzione degli attori che predilige mimiche esplicite e teatrali (mai stata così brava Helena Bonham Carter, gigione ma profondissimo Depp), traendone l’effetto di una traccia sonora sovrapposta, e non amalgamata, al supporto visivo. Il lavoro di selezione, poi, è stato durissimo e si vede (ne ha fatto le spese l’intero "coro" di fantasmi, tra cui Christopher Lee, spariti dal film) e quello che rimane è davvero di un’essenzialità e di una crudezza scheletrica difficile da descrivere. E a cui è difficile resistere.

Tutto questo, insieme alle scenografie di Dante Ferretti, che riproducono una Londra da incubo tanto lontana dall’immaginario vittoriano quanto vicina all’immaginario horror-gotico della città stessa (quindi una città esclusivamente cinefila, e come i suoi personaggi estremamente teatralizzata), risulta in un’evidente "confezionatura" del film, quasi che Sweeney Todd volesse contrapporre alla sua stessa veemenza tragica, all’espressione acuta e melodrammatica dei sentimenti dei suoi personaggi, una cornice contestuale più sostenuta, glaciale e stilizzata come il sangue che schizza arancione dalle gole dei borghesi vittime del demoniaco barbiere. Un film sospeso su un limite ben più sottile, una bellissima statua di porcellana sull’orlo della mensola, apparentemente pronta a cadere in mille pezzi, ma ben sostenuta da fili invisibili.

La tentazione immediata è quindi quella di inserire Sweeney Todd nel corso del cinema di Burton che segue La fabbrica di cioccolato: se dall’altra parte c’è il cinema più carnale e immediato di Burton, quello di Big Fish e di La sposa cadavere per esempio, più catartici e apertamente emozionali, da questa vi è un cinema più controllato, quasi "plastificato", appunto – nel senso che può avere un foglio di cellophan stretto contro la vostra faccia, ad impedirvi il respiro – che ha le sue radici in Mars attacks e Sleepy Hollow ma anche già nel noto manicheismo scenografico di Edward. Un cinema forse più geniale, nei suoi risvolti: a uno non resta che sceglier da che parte stare. O meglio, quale parte adorare di più. Perché poi, al di sotto, il sangue che scorre e le pulsioni sono le medesime.

Come questo post, dopotutto: vi sembra che sia freddo e poco entusiasta, ne sono certo. Ma non giudicate il libro dalla sua copertina, ché sotto queste righe pigre batte un cuore entusiasta, batte di un amore sconsiderato e violento che non si ferma di fronte a nulla, quello per tutta la seconda metà del film – senza troppo levare alla prima, più preparatoria – che è assolutamente sublime, inarrivabile e perfetta, e impreziosita da una lunga sequenza musicale "a colori" (con la canzone By the sea) che è tra le cose più sensazionali (e divertenti) mai girate dal folletto di Burbank. E anche, perché no, quello per la ritrovata vena "nera" – ma davvero nerissima – di quello che è uno dei migliori registi dei nostri giorni.

Incredibile poi che sia venuto così spaventosamente bene da uno spettacolo che musicalmente si presenta così debole e irrimediabilmente invecchiato: insomma, sulle canzoni – soprattutto nella prima metà – qualche riserva ce l’ho. Ma come biasimare Burton per questo? E in fondo, chi se ne frega? Però, a parte By the sea, per dire, la perfida A little priest – perno crudele e sardonico di un massacro di classe che si affianca alla più pregnante vendetta melò -  funziona ancora alla perfezione: segnatevela.

Nei cinema dal 22 Febbraio 2008

Irina Palm
di Sam Garbarski, 2007

Una delle cose più divertenti di Irina Palm è raccontarlo poi ai tuoi amici, che non sanno che cosa sia, e godersi le loro facce: vaglielo a spiegare, poi, che questa trama – che sembrerebbe una cosa maliziosetta e un po’ porcellona, a spiegarla a maglie molto larghe – appartiene a un film così quieto, sommesso, malinconico, delicato, piacevole.

Irina Palm è stato additato da molti come una delle maggiori sorprese europee dell’anno appena trascorso, un po’ perché il suo regista a quasi sessant’anni è ancora praticamente un regista esordiente, ma soprattutto per la presenza inusuale di Marianne Faithfull, che uno in un ruolo così – la donna di mezza età che appende dietro il muro forato dal "buco della gloria" i piccoli simulacri della sua coscienza piccolo borghese, come il quadretto, il thermos del té – non ce la vedrebbe, e invece quegli occhi piccoli, vispi e tristi calzano alla perfezione sul ruolo di Maggie, come uno splendido grembiule adagiato su un corpo invecchiato e pieno di (bellissimi o grigi) ricordi.

Al di là di lei, ci sono molte cose che rendono Irina Palm un film da recuperare: tra queste, senza dubbio è principale il modo in cui Garbarski riesce a giocare con i suoi personaggi (soprattutto in quelli, più didascalici, del figlio e della nuora di Maggie, ma anche nel bellissimo ruolo affidato a Miki Manojlovic), ribaltandone l’identificazione senza mai prendere in giro lo spettatore, ma conducendolo per mano nella storia, con un garbo inaspettato e almeno due scene da conservare immediatamente nella memoria: la prima "lezione" tenuta da Dorka Gryllus (presenza inconsapevolmente meravigliosa: amore a prima vista) e la "rivelazione" ("I wank men off!") alle amiche del quartiere, che nascondono i loro squallidi altarini dietro l’ipocrisia perbenista del té delle cinque.