Regno Unito

Espiazione (Atonement)
di Joe Wright, 2007

Qualche volta, la tentazione purista-filoletteraria tocca anche me, e in tempi recenti ho recuperato il celebre libro di Ian McEwan da cui è tratto il film. Non solo perché me lo sono trovato in mano a causa di un regalo e perché è una di quelle mancanze con cui di solito sfiguri alle feste dell’alta società ("ma come, non hai mai letto Espiazione?"), ma anche – lo ammetto – per la curiosità dovuta all’uscita del film, che ha aperto l’ultima Mostra di Venezia, e il cui trailer aveva penetrato le nostre anime di incallite sedicenni.

Ovviamente, pur accennando la mia soddisfazione per un paio di scelte di adattamento che ho trovato vincenti su un testo che le rendeva davvero ardue (parlo soprattutto dell’epilogo, in cui Wright sopperisce in modo eccellente alla difficoltà di una chiusura-spiegone basata su elementi "caldi" con l’aiuto di artifici "freddi" quali la televisione e lo sguardo in macchina), lascio ogni considerazione sul rapporto libro-film a chi ha deciso di scriverci addirittura una tesi di laurea, e preferirei parlare – brevemente, se possibile, tra un colpo di tosse e l’altro – del film. Che dopo il trionfo di nomination ai Golden Globe si è forse levato di torno quell’alone da film scricchiolante che ha sempre avuto, forse proprio per la notorietà del testo di partenza – rischio con cui Joe Wright a quanto pare si diverte non poco.

E in effetti, parte dell’entusiasmo della critica non è così ingiustificato: Espiazione è sì un drammone scritto a secchiate di tempera sulla tela più che con passaggi di china – per dipingere un drammone grande ci vuole un pennello grande? – e qualche cosa che davvero non si perdona c’è, eccome: qualche leccatina di troppo nella (comunque bella) fotografia, qualche lungaggine nella parte bellica (ma lì anche il libro richiedeva salti di paragrafo a tradimento, almeno il film gli ha dato un po’ di requie), quell’immagine finale con quella capannetta sulle bianche scogliere di questa ceppa.

Per tutto il resto, Espiazione è un film che fa perfettamente il suo dovere: attento a non sviare troppo dal libro di McEwan per non deludere i fan, furbo e accorto nel metterci del suo quando è necessario o quando ci sta bene, intelligente nella struttura (con l’idea eccezionale di "ritmare" il film con il rumore dei tasti di una macchina da scrivere) e piacevole – lì dove c’era più rischio – nello sviluppo narrativo, non sminuisce quello che già era il libro, un potente apologo sul potere della parola scritta – declinato ovviamente, anche in senso cinematografico (ma nulla che McEwan non avesse già pensato) all’inganno mistificatorio dell’immagine stessa. Quindi fa il suo dovere, ma anche qualcosa di più: e come già successe in Pride & prejudice, il "di più" è Joe Wright.

Perché Joe Wright, nel panorama del cinema inglese, è una vera benedizione: non tanto perché tecnicamente è uno dei migliori che ci sia in circolazione, ma perché è un regista di soli 35 anni e con un solo film alle spalle che, dopo essersi preso la briga di dirigere un film tratto da Ian McEwan, ci piazza nel bel mezzo un infinito, pazzesco e inarrestabile piano sequenza di minuti e minuti nel mezzo del "brutto" campo di battaglia di Dunkirk, facendosi letteralmente "bello" in barba a tutto a tutti. Non è adorabile?

The deaths of Ian Stone
di Dario Piana, 2007

A molti il nome di Dario Piana, come a me fino a qualche tempo fa, può dire poco. E la classica occhiatina all’IMDB serve a poco: una regia sola, vent’anni fa, per il pessimo sequel di Sotto il vestito niente 2, e qualche teleplay per altrettanto discutibili prodotti televisivi. Ma Dario Piana è in realtà uno dei più noti registi di spot del nostro paese, con un passato di illustratore pubblicitario nella Milano degli anni ’70 e un curriculum impressionante di centinaia di spot, tra cui molti famosi, spesso – soprattutto negli ultimi tempi – basati su un uso "spinto" degli effetti speciali.

The deaths of Ian Stone
è parte del progetto Horrorfest, sorta di "festival itinerante" che porta negli Stati Uniti "8 films to die for", 8 horror ispirati (o meno) all’età doro della serie B: sapere come Piana sia finito nel malefico ottetto è difficile a dirsi. Ma anche da principio, trovarsi di fronte all’horror di un regista italiano nel 2007, quando i tentativi in campo nel nostro paese, per quanto ben accetti, vanno poco oltre gli ultimi boccheggiamenti di Dario Argento, lascia un po’ di sasso. Più che altro, lascia di sasso che nessuno ce lo sia venuto a raccontare. Anche perché, sorpresa, Ian Stone non è affatto male.

Ian Stone è un giovane americano a Londra che viene ucciso di continuo da misteriose entità, e che ogni volta si risveglia, dimentico di quanto successo, in una vita e in "panni" diversi: ma i "mondi" sono accomunati dalla presenza di una ragazza bionda. Ma oltre alla trama, aggrovigliata quanto basta e assolutamente seducente (sembra uscita da una delirante graphic novel), ad incuriosirmi è stata soprattutto la presenza come produttore di Stan Winston, curatore degli effetti speciali delle saghe di Terminator e Jurassic Park (e non solo), che escludeva in partenza che si trattasse di una robaccia cheap: e infatti non lo è.

E se anche qualche volta Piana cede alla tentazione di applicare pure qui la sintesi pubblicitaria – il film è estremamente breve, poco più di un’ora, e quindi va da sé che le cose succedano tutte un po’ in fretta – e modi da post-matrix (certi imperdonabili cappotti), lo si perdona volentieri, perché il film è un innegabile
divertimento, è girato come si deve, Mike Vogel ha la faccia giusta e non sembra appoggiato lì perché belloccio come spesso accade in questi casi, e la storia non ha paura di prendere pieghe inquietanti (la sequenza dell’eroinomane) o rischiose (il "design" delle armi delle suddette entità). Forse è un po’ mordi-e-fuggi, ma poco importa: è anni luce da qualunque cosa simile io abbia visto tirar fuori in tempi recenti dalle manine di registi italiani.

Le potenzialità ci sono tutte, e non ci sono più scusanti. Che non sei mica più un ragazzino: adesso, Dario Piana, torni qui a Milano e ci fai vedere, ma davvero, di cosa sei capace. Sai che goduria.


Scopro solo ora che il film uscirà nelle nostre sale il prossimo anno, distribuito da Medusa: la data per ora è fissata al 13 Giugno 2008.

La promessa dell’assassino (Eastern promises)
di David Cronenberg, 2007

L’ultimo film di David Cronenberg lascia ammutoliti: e a questo punto, preferisco considerarlo un oggetto misterioso, lasciando ad altri l’onore e il piacere di discernere le sue doti in un’attenta analisi. Il mistero non è tanto che un film recitato per l’80% con accenti esteuropei non suoni mai ridicolo, o che da un trailer interessante ma piatto ci si possa ritrovare davanti un film simile (sorprendente, inatteso), ma che dallo script di Steve Night – una robetta davvero mediocre, con dialoghi scritti con il pennarello a punta grossa sulla carta assorbente e un plot di 25 parole – ne sia uscito un film così robusto, intenso, potente, caustico, persino – disperatamente – romantico.

La storia di una donna alla ricerca della verità, e di un uomo che non può che nasconderla, inserita nel contesto di una Londra che, da dorata promessa diventa l’incubo di un popolo di esuli, nelle mani del regista canadese diviene ben altro: un altro dolente, straordinario viaggio nei più profondi turbamenti della morale. Nonché un ulteriore tassello della riflessione incessante del suo autore sul corpo e sulla mutazione, con i tatuaggi tribali/gerarchici che, nella tradizione cronenberghiana, definiscono, modificando la carne, la stessa personalità dell’individuo, andando ben oltre il mero ruolo di marchi sociali.

Eastern promises è un film anomalo, inafferrabile eppure cristallino, pornograficamente onesto, un gangster-movie senza pistole, crudo e spudorato (ma in cui il "gesto" violento è come al solito  testardamente despettacolarizzato), denso e ricchissimo, con un cast favoloso (soprattutto Viggo Mortensen, che supera – e "dona" – tutto se stesso), visivamente impeccabile (grazie al solito fidato Peter Suschitzky) e che regala con il suo finale, "chiuso" e sospeso al tempo stesso, un senso inquietante di impietoso equilibrio tra potere e felicità, tra libertà e sacrificio. Un film che lascia senza parole e con il cuore in gola, anche a costo di aspettare qualche giorno: e onestamente, capisco che possa non piacere, questo Cronenberg. Senz’altro diverso, meno incisivo forse, di quello degli anni ’90: ma dal canto mio, non meno entusiasmante.

Basterebbe citare – se ne parlerà a lungo, e già si è fatto – la sequenza capitale, graphica e terrificante, istantaneamente classica, del "duello" nella sauna: un gioiello dentro il gioiello, un vero e proprio capolavoro iperrealista.


Al cinema dal 14 Dicembre 2007.

Non vorrei prendermi la briga di dirvelo ma, sorprese a parte, le premesse per l’uscita italiana non sono delle migliori: il film è recitato in un misto di inglese, russo, turco, e soprattutto inglese con accenti vari. Ed essendo distribuito da una società dal passato burrascoso che, per iniziare con il migliore degli auspici, gli ha appioppato questo titolo cretino, non è così improbabile che la stessa visione del film venga inficiata definitivamente dall’edizione italiana. Non devo aggiungere altro, intanto vi ho avvertiti.

Mirrormask
di Dave McKean, 2005

Ultimamente mi sono appassionato, senza alcun completismo ma con estrema curiosità, all’opera dello scrittore britannico Neil Gaiman: naturale sfociare, soprattutto dopo l’indecisa reazione a Stardust, nel recupero delle cose da lui fatte per lo schermo. Mirrormask è il primo vero progetto cinematografico di Gaiman: lo scrisse insieme al regista Dave McKean, disegnatore geniale (celeberrime le sue copertine) e socio abituale di Gaiman (nelle graphic novel Signal to noise e Mr Punch e come illustratore di molti suoi libri), e insieme lo produssero grazie all’intervento di Lisa Henson, figlia di Jim.

Mirrormask è, da principio e senza dubbio, un progetto ammirevole, soprattutto se i disegni di McKean e le storie di Gaiman vi affascinano, ma non solo. Entrambi gli artisti fanno di tutto per tradurre in immagini le loro ossessioni e il loro mondo, le loro inquietudini e il loro bizzarro e irresistibile senso dell’humor. Ci riescono alla perfezione, con un invenzioni visive che spesso lasciano a bocca aperta, e in modo assolutamente sincero, dando moltissima libertà ai singoli animatori e – facendo di necessità virtù – traendo uno stile originale anche dalle loro ristrettezze di tempi e di budget, non facendosi schiacciare del tutto da queste ultime. E tirarne fuori una robaccia trash era davvero un rischio reale.

Però Mirrormask è anche un film, soprattutto sotto l’aspetto narrativo, che definire irrisolto è dire poco. Al di sotto delle favolose fantasmagorie di McKean (e del fotografo Antony Shearn), c’è putroppo un pasticcio confuso e confusionario che tende all’eccesso entusiasta: ci si sbatte dentro di tutto e di più (dal fascino biecamente tribale del mondo circense, a riflessioni junghiane sulla coscienza, a un’opaca variazione sul tema del doppelganger), ma in questo modo si rischia di intrecciare pericolosamente l’onirismo con il colpo di sonno, anche per colpa dei limiti portati dall’inesperienza dell’esordiente McKean in un progetto complesso come un lungometraggio.

Ciò nonostante, la dedizione dei due è encomiabile, e non c’è alcun dubbio che le loro stesse ambizioni siano state rimodellate da un modello economico e tecnologico del tutto inadatto alle esigenze del caso. Vedremo, in futuro (chissà), se ci sarà per loro una seconda occasione.

Ignorato (ingiustamente, suvvia!) dalla distribuzione per sala, il film è uscito in Italia direttamente in DVD. Generalmente, ve lo tirano dietro. Per dire, io l’ho pagato sette euro da Saturn. Se siete anglofoni, su Play.com tra un po’ vi pagano per comprarlo.

Angel
di François Ozon, 2007

Ozon è uno di quei registi di cui, all’interno di un immaginario dibattito tra gli amanti più sconsiderati e i critici più insolenti, non mi sono fatto ancora un’opinione precisa. Prima di tutto perché ho visto ancora poco. Il perché sfugge anche a me, misteri della mia stessa psiche. Non fa eccezione, nella mia brevissima esperienza ozoniana, questo gran bel "esordio anglofono" del quarantenne parigino dopo otto notissimi film in lingua francese.

Se con 8 femmes aveva dimostrato di riuscire a gestire alla perfezione questo tipo di omaggio nostalgico (lì c’erano le Donne di Cukor, e molto altro), qui Ozon riconferma di avere le stesse capacità anche senza l’aiuto di quell’ipnotico e straordinario cast. Angel è però un melodramma smaccatamente plasticato: fasullo, ma nell’unica accezione in cui possa essere un complimento. E lo è: non solo racconta un’ascesa e una caduta nel più classico dei modi, ma si filtra attraverso l’espediente del gioco cinefilo. Dai fondali ai tessuti, dagli abiti ai set, fino ad ogni singola mossa o battuta, Angel si pone come un punto d’arrivo del cinema riproduttivo proprio della – certuni la chiamano ancora – postmodernità.

Chi bazzica qui sa bene che ciò non è considerato un male, se fatto con classe: e di classe Angel ne ha da vendere. Ma se tutto ciò vi può trovare infastiditi, di principio, statene lontani: Angel, per questa sua tendenza esplicitamente cerebrale, e profondamente superficiale, è un film che accontenta la vista più che il gusto, la mente più che il cuore – e tutto questo rende un po’ ardua la parte più propriamente "melodrammatica": proprio perché una volta che il gioco è aperto e sotto gli occhi, fin da subito, è difficile poi riuscire a buttare il cuore alle ortiche.

Ma tutta la prima parte (l’ascesa, appunto) è qualcosa di travolgente e sorprendente, costruito su barocchismi tanto spudorati quanto affascinanti, in cui molta della forza è dovuta all’interpretazione "insopportabile" di Romola Garai, che più che un talento mimico formidabile, che comunque le si riconosce, mostra un’ammirevole abnegazione al "metodo Ozon": sopra le righe eppure ad esso sottomessa. Imprescindibile per questo la visione in lingua originale.

This is England, Shane Meadows 2006

This is England
di Shane Meadows, 2006

Avete presente quando si dice che le stroncature sono molto più divertenti e stimolanti degli elogi? Ecco, il discorso vale anche per This is England, straordinaria opera nona di Shane Meadows, trentacinquenne regista inglese, originario dello Staffordshire, ancora piuttosto sconosciuto – purtroppo – dalle nostre parti. Sulla quale non ho nulla da dire. Il film è bellissimo, è intelligente, profondo, commovente, sincero. Ho pianto. Che altro devo aggiungere? Guardatelo e basta.

Per ovviare al problema, potremmo utilizzare quattro artifici.

Artificio numero uno: l’invettiva contro quei cattivoni dei distributori.
E non vedremo nemmeno questo film di Shane Meadows, nelle sale italiane. Diamine. Pare che i distributori, con le guance ancora piene degli avanzi del cibo scartato dai sottocloni dei film in costume tratti dai romanzi di Jane Austen, si siano dimenticati che c’è anche un altro cinema inglese, in giro. Va bene, ora distribuiscono i film di Edgar Wright, ma ci basta? Ci può bastare? No! Non ci basta mai! Qualcuno glielo può dire, a quei cattivoni, che ci sono – per dire – i film di Winterbottom con Steve Coogan? E soprattutto, che ci sono i film di Shane Meadows? Che non avranno Liz Bennet e Mister Darcy e anatre starnazzanti nell’aia, ma che riescono, senza guardare in faccia nessuno, con la delicatezza di una carezza e la forza di un pugno, e scegliendo di non banalizzare il male, a tutti i costi, cogliere – come fa This is England – il senso profondo dello sguardo di un ragazzino sul mondo? Peraltro, di un bambino così pucci?

Artificio numero due: il secco riconoscimento di una secca lettura storica.
La cosa che più sorprende di This is England è come sia riuscito a far sì che dal ritratto, estremamente intimo e racchiuso tra poche mura e cortili, di alcuni ragazzi di Nottingham, fuoriesca un vero affresco storico, quello di un decennio e dell’intero sistema che ne reggeva le sorti (Margaret Thatcher, la guerra nelle Falkland, l’ascesa del nazionalismo bianco), facendo rispecchiare con perfezione millimetrica – nascosta sotto l’illusione del lo/fi e del low/cost – il collettivo nell’individuale. E viceversa.

Artificio numero tre: l’aneddoto personale che non c’entra un cazzo.
Io qualche anno fa ho incontrato, di sfuggita, il signor Shane Meadows. Mi ricordo che da principio era parecchio paurosetto a vedersi, ma in realtà una personcina davvero a modo.

Artificio numero quattro: manifesta vacuità per interposta spocchia.
E alla fine il nostro Shaun, della sua bandiera, della sua croce ammazzadraghi, non sa più che farsene. Si lancia sulla spiaggia, quella stessa spiaggia da cui il padre, omericamente, non tornerà mai più, e lancia la bandiera nell’acqua. La guarda affogare, come una speranza che si cancella nell’acqua, o come una speranza, forse, da ricostruire altrove. Nel proprio animo, confuso e tradito. Nel proprio cuore, contuso e trafitto. Nello sguardo, privato dell’innocenza e pieno di morte e dolore, lo stesso sguardo che rivolge a noi prima del buio, lo stesso sguardo che chiudeva la storia di Antoine Doinel e apriva la sua vita, quella vera. Ehi, hai visto? Ho riconosciuto la citazione. Cosa ho vinto? Buio in sala, titoli di coda.

Becoming Jane
di Julian Jarrold, 2007

Che la mania del cinema anglosassone per Jane Austen sia una cosa inevitabile, nonché ricorsiva e implacabile come lo scoccare del nuovo giorno, è cosa ormai accettata. E in molti casi, ma sì, benvoluta. Dopotutto, la signorina Austen scrisse pur sempre dei signori libri, testi che è difficile sputtanare per mera pigrizia. Altra cosa è impuntarsi a tal punto che, se non c’è più un libro dell’autrice libero, ci si guardi in giro e ne venga fuori un biopic della Austen stessa. Che non sarebbe nemmeno male, di per sé.

Se non fosse, ahinoi, che il film è maldestro e malriuscito. Più che altro, la cosa che più infastidisce è che da una vicenda sommariamente interessante (come Jane Austen divenne, o meglio rimase, una zitellona da brodo) esca un film disascalico fino alla nausea: ragazzi, se la vostra sceneggiatura è basata su due idee di numero che, fossero anche le più illuminate e profonde del mondo, sono pure di immediata comprensibilità  (chiamatela pure sconfinata banalità), di certo non voglio che i personaggi me le spieghino nei dialoghi. Ci arrivo da solo. Tutto intorno, il solito cerchio boriosetto di inchini, faccette torve, sguardi languidi, vecchie antiquate, galline che svolazzano quando la madre corre nell’aia agitata perché è arrivato un ospite inatteso, Maggie Smith, quattro vigorosi cazzotti per scuotere il nostro animo di fanciulle, e via dicendo.

Ma non bastano quattro maiali messi lì a casaccio a rappresentare, o a farlo come si dovrebbe,  l’impossibilità di una rivalsa sociale ed economica in un meschino misero maschile mondo, nascosta però sempre sotto i vestiti puliti, non basta mettere quella pertica di Anne Hathaway -  che è bellina, per carità, ma non so cos’è, ha la faccia tutta spettinata, e non si adatta bene a questo inspiegabile inglesismo che le hanno cucito addosso, mi ripeterò, ma non c’era un’attrice inglese? – sperando che la somiglianza vaga con quell’altra ripeta il miracolo di renderla intensa e commovente. Si salva la scena del ballo, dove la Hathaway e il malcapitato James McAvoy (fijo mio, selezione, per cortesia) ballano e recitano – finalmente – con gli occhi e con il corpo. Senza dover aprire quelle cazzo di bocche per poi parlare come (brutti) libri stampati.

Stardust
di Matthew Vaughn, 2007

Mi rendo conto di quanto sia una pratica antipatica, ma ci sono delle volte in cui è davvero difficile parlare di un film prescindendo dall’opera letteraria da cui è tratto. E non è una questione che riguarda il valore intrinseco dell’opera, bensì il rapporto soggettivo tra le due opere e il fruitore e/o amatore. In questo caso specifico, per esempio, Stardust è un romanzo breve di Neil Gaiman che ho letto in tempi molto recenti e che ho particolarmente amato. Da una parte è quindi possibile, soprattutto perché il film stesso è prodotto (ma più che altro patrocinato) da Gaiman stesso, intravedere quanto del libro sia rimasto nel film, e dall’altra parte farne del tutto a meno. Esercizio probabilmente spregevole, si diceva: ma utile per vedere, come si noterà più avanti, che i risultati sono più imprevedibili di quanto di creda.

L’introduzione a questo breve testo serve in realtà, più che a identificare un metodo, a trarre la metà delle conclusioni già implicite: chi vi scrive è ben lungi dall’affermare che il testo letterario sia sempre migliore del testo visivo (perché ne va dell’immagine vulgata del cinefilo, e perché è una banalità intrisa di menzogna che a volte sfocia nella superstizione medievale), e se in questo caso si può dire con facilità che tra Stardust e Stardust ci stiano interi pianeti è per una quantità di considerazioni e non per credenza aprioristica. I fatti principali sono due, piuttosto evidenti agli occhi: il primo è che un testo che doveva il suo fascino maturo soprattutto al recupero di una tradizione dimenticata, rifacendosi alla letteratura fantastica pre-tolkeniana, è divenuto con la sua trasposizione un mero film per ragazzi – magari maturi, ma non per forza sveglissimi – che ha dalla sua la naivite della bedtime story (e ben venga) ma più come ammiccamento superficiale (postmoderno, ahinoi) che come gusto narrativo. Cinema per ragazzi, poi, si diceva: di un certo livello, con un buon cast, ma è pur sempre un’altra faccenda rispetto all’avventurosa, romantica e malinconica cupezza del libro. Secondo fatto, l’evidente fretta con cui gli autori del film hanno desiderato liberarsi del fardello del libro stesso, con parti spesso irrappresentabili o poco funzionale a una resa visiva, per potersi dedicare ad altro – scelta che fa il paio con quella di ridurre drasticamente il tempo della fabula (da molti mesi a sette giorni) e persino lo spazio e le distanze all’interno di esso.

E qui avviene il passaggio a quello di cui ci saremmo dovuti dedicare da principio, saltando a pié pari l’intero paragrafo precedente. Ovvero: ora che si è detto che il film tradisce in parte, e sfavorevolmente, lo spirito del libro, e – accompagnato da un coro di chissenefrega – che non è alla sua altezza, cosa rimane di questo film, come oggetto a sé stante? Mi ricollego a quanto appena detto: se da un lato le parti tradotte con una certa fedeltà risultano frettolose e sbrigative, persino fastidiosamente, e immagino che l’effetto sia notabile anche da chi non ha fruito del libro (e si sta parlando di quasi tutta la prima metà, e del brutto finale in cui gli autori hanno tagliato la testa al toro con una specie di riassuntino), dall’altro lato è proprio il numero di libertà prese da Vaughn e soci a rendere piacevolissima tutta la seconda parte. E chi l’avrebbe detto: è proprio accantonando il testo gaimaniano che si sono raggiunti i risultati migliori, alla faccia di ogni possibile affezione o fanatismo. E così, a parte eccezioni come i fratelli fantasma, resi in modo eccezionale e perfettamente in sintonia con l’umorismo nerissimo di Gaiman, sono le cose più apparentemente posticce (come il De Niro en travesti, la comparsata di Ricky Gervais, i lunghissimi e coinvolgenti duelli finali – con eccezionali trovate visive) ad essere le più divertenti e coinvolgenti dell’intero baraccone.

Probabilmente a questo punto ci si può chiedere anche perché spendere tutte queste parole: Stardust è un film meno soddisfacente di quanto avremmo sperato, narrativamente un po’ involuto, produttivamente un po’ cheap: ma vale assolutamente una visione, anche solo per quei (non pochi) tratti da cui fuoriesce, o si intuisce, la voglia di immergersi nel più autentico gusto del racconto, di scansare con una spallata le riletture critiche, le parodie, gli omaggi, giù giù fino ai canoni prestabiliti del fantasy e di nuovo su su fino al pesante macigno jacksoniano, il tutto in nome del potere della magia e dell’amore. E anche se è ci si è riusciti così così, pazienza: qui si è disposti benevolmente a perdonare.

28 settimane dopo (28 weeks later)
di Juan Carlos Fresnadillo, 2007

Rifacendosi chiaramente alla trilogia romeriana, che nel frattempo è diventata con nostra grande gioia una pentalogia, Danny Boyle decise, ad un certo punto, che 28 giorni dopo, horror molto più che interessante ed estremamente angosciante che contribuì con un certo coraggio iconoclasta a dare nuova linfa al genere, avrebbe dato l’avvio ad una vera e propria franchise, con – oltre a questo – il venturo 28 mesi dopo, e una serie a fumetti. Non potendo dirigere questo secondo capitolo perché impegnato nelle riprese del bellissimo Sunshine, Boyle affidò l’impresa allo spagnolo Fresnadillo dopo aver visto il suo Intacto.

Qualche anno fa, per una sorta testardaggine romerofila, avrei storto il naso di fronte alla maggior parte dei tentativi di rinverdire il fascino (anche commerciale) del film con gli zombi. Grazie a Boyle, a Snyder, a Wright, e altri, le cose sono decisamente cambiate, ed evidentemente mi sbagliavo. Non solo perché ora il genere è tornato in voga, ma perché persino un film che pochi mesi fa avremmo bocciato come una rimpolpata semi-apocrifa girata magari in quattro e quattr’otto per tirare su le ultime briciole del grande successo commerciale del film precedente, si rivela essere una bella sorpresa.

Perché se Fresnadillo non ha dalla sua le novità del primo film – le immagini affascinanti e paurose di una Londra deserta e abbandonata, gli zombi che corrono velocissimi con gli otturatori spalancati – e termina con il solito finale aperto che ormai è un po’ storia vecchia, fa comunque il suo lavoro in modo eccellente: aiutato dalla splendida colonna sonora di John Murphy, che ancora una volta trova nelle ispirazioni post-rock la musica ideale per i panorami apocalittici, pur conoscendo dei momenti di calo, o meglio, una vera e propria altalena, quando va a segno ci va eccome. Come, verso la fine, in una lunga e quasi insostenibile sequenza illuminata solo dal mirino di un fucile (insieme a noi vede un solo personaggio, mentre vediamo gli altri personaggi muoversi alla cieca), un’uso "al negativo" della soggettiva dotato di un sadismo non indifferente.

Comunque la si veda, perché è chiaro che il film potrà non piacere (ma chi cerca un horror si accomodi, questo è un signor horror) è difficile negare la bellezza della prima metà (che si mescola a un microdramma familiare, riuscito anche grazie all’interpretazione di Robert Carlyle) e soprattutto la spaventosa efficacia dei primi 10 minuti, di cui lui ha già parlato ampiamente: una fuga disperata e cinica che fa stare sulla poltrona dritti, increduli, con gli occhi sbarrati, e che lascia davvero il segno.

638 ways to kill Castro
di Dollan Cannell, 2007
[Milano Film Festival 2007 - Concorso Lungometraggi]

L’ultimo lungometraggio del MFF è un documentario che ci fa entrare per la sua breve durata nel magico mondo dell’anticastrismo duro e puro, intervistando di volta in volta i personaggi che hanno tentato, negli ultimi cinquant’anni o poco meno, di mettere fine alla vita del lider maximo – spesso e volentieri ritratti con un distacco assoluto che ne sottolinea paradossalmente i toni grotteschi, e nel caso di autentici terroristi internazionali da sempre a piede libero (grazie all’intervento di nomi noti) fa un certo effetto.

Il problema del film di Cannell è che la cosa più interessante è il materiale presentato, nudo e crudo, mentre il modo in cui viene presentato viene lasciato in secondo piano e non aggiunge nulla. Non che sia un difetto di per sé, ma il problema viene quando un film di poco più di un’ora, e con un argomento così forte, riesce ad annoiarti a morte. E’ inspiegabile invece che si dimentichi da dove Castro è venuto: il periodo di Batista non viene infatti mai nemmeno nominato o citato.

Infine, l’idea portante di sopperire alla povertà di idee e di materiali – peccato, perché quelli che ci sono a volte sono tostissimi – usando immagini dell’iconografia noir sembra già vecchia dopo dieci minuti. Peccato.

Waiting at the gate
di Rocky Palladino, 2007

Il ventiduenne Rocky Palladino ha scritto questo film a 19 anni e ha cominciato a girarlo pochi mesi dopo: e sarebbe ipocrita negare che ciò sia evidente in ogni singola inquadratura del suo film d’esordio. Waiting at the gate è, più o meno, il film che a 19 anni abbiamo scritto tutti noi – sulla carta, su una tastiera, oppure semplicemente nella nostra testa – per raccontare al mondo quanto ci sentivamo fuori posto tra la gente che ci stava intorno, e quanto il cinema era l’unica cosa che ci avrebbe salvato la vita. Poi ognuno ha preso la sua strada, mentre Rocky Palladino il suo film sulla fine dell’adolescenza lo scriveva e – seppure con pochissimi soldi e, immagino, con una tenacia paradossale – lo dirigeva. Quindi qui si passa sopra a ogni singola ingenuità di cui il film è pieno, alle dissolvenze fuori posto et similia: demolire Waiting at the gate sulla base di canoni tradizionali, oltre che essere probabilmente stupido visto che il film è piacevolissimo, divertente e soprattutto estremamente sincero e duro nel raccontare quanto sia difficile la vita a quell’età – quanti ce lo sanno dire, ancora? – inoltre conterrebbe, anche, una dose malcelata di invidia. E non si fa.

Cashback
di Sean Ellis, 2006

Il film d’esordio del trentasettenne regista di Brighton è tratto dal suo secondo cortometraggio, omonimo, che era niente meno che nella cinquina del Best Live Action Short Film agli Oscar dell’anno scorso. Che sia tratto da un cortometraggio, o meglio che sia la versione allungata a dismisura del suddetto, si capisce già da un aspetto – a volte ovvio, in casi simili: ovvero, se un film funziona (e piace) in 18 minuti, sulla lunga distanza può essere incapace di reggersi in piedi a dovere. Il tentativo è ammirevole, ma i risultati sono quello che sono, e pochi hanno gradito.

Tutto lasciava sperare per il meglio: il trailer era più che invitante, e l’idea di base molto forte: il protagonista è un giovane, aspirante pittore con delle idee bizzarre sulla relatività del tempo, che lasciato dalla ragazza e divenuto insonne "baratta con denaro" le otto ore in più che si è ritrovato sul groppone facendosi assumere nel turno di notte di un Sainsbury. La privazione del sonno arriva a fargli credere – o capire? – che il tempo si può letteralmente fermare e rallentare a piacimento, per cogliere la bellezza del mondo. Magari tirando su la maglia alle simil-modelle che infestano il supermercato e fermandosi a dipingerle: e chi non ci vorrebbe lavorare, con una clientela simile?

In effetti la prima parte del film è davvero interessante: il beffardo incipit al ralenti con Casta Diva di sottofondo, per dire, è stupefacente. Ma purtroppo con l’avanzare dei minuti – ahinoi terribilmente lenti, alla faccia della relatività appunto – le idee di Ellis si diradano sempre più, fino a lasciare il film preda delle velleità artistoidi e/o tardo-pubblicitarie del suo autore, di siparietti comici che fanno ben poco ridere, e di almeno due sequenze (quella del calcetto e quella della festa) insensatamente lunghe e inutili. La faccia da pesce lesso di Sean Biggerstaff (già visto nei primi due Harry Potter) non aiuta di certo.

Un vero peccato, ma ha le carte per conquistare la sua fetta di pubblico adorante. Staremo a vedere.

Se anche è probabile che esca prima o poi dalle nostre parti (è stato presentato alla Festa di Roma), per ora di più non so. Se vi va, nel frattempo potete trovare il corto originale qui.

Harry Potter e l’Ordine della Fenice (Harry Potter and the Order of the Phoenix)
di David Yates, 2007

Ogni volta che scrivo qualcosa sui film di Harry Potter mi sento in dovere di precisare subito che non sono un lettore dei libri da cui sono tratti, e che il mio approccio ai film è quindi esclusivamente cinematografico: i fan della Rowling sono spesso inviperiti sull’argomento "adattamento" – soprattutto quando si tratta di un capitolo così (dicono) complesso – ed è bene mettere i puntini sulle i prima di ritrovarmi una molotov nel finestrino. L’altra cosa che mi sento di dire è che, finora, il percorso dei film potteriani mi ha lasciato molto soddisfatto: un inizio divertente (Columbus), un brutto capitombolo (ancora Columbus), una ripresa spettacolare (Cuarón) e un quarto episodio (Newell) davvero bellissimo, forse il migliore dei quattro.

Affidare la regia di questo (e del successivo) a una firma meno conosciuta e dal potenziale "personalizzante" molto inferiore quale è David Yates è una scelta che non condividevo già in partenza, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’epopea del giovane mago si riappiattisce e si "normalizza" un po’, Yates (e Michael Goldenberg) mostrano troppa fretta, e per tenersi sotto le due ore e mezza si bruciano in pochi secondi alcune sequenze madri su cui avrebbero potuto invece concentrarsi (cose che non cito per evitare spoiler) e tralasciano gli spunti più dark proposti da Cuarón girando una versione molto meno ricca e originale del gustosissimo teen-fantasy che fu Il calice di fuoco.

Nonostante questo, però, la saga di Harry Potter continua ad essere un oggetto onestissimo, abbastanza bizzarro dal punto di vista produttivo e ricettivo (stiamo pur sempre parlando di una saga di sette film sette senza alcun calo di interesse dall’una o dall’altra parte), ma che, se nel contesto del cinema per ragazzi (anche se il culto sarebbe troppo esteso e massificato per poterlo restringere in quel campo) ha davvero pochissimi pari, in quello del cinema di intrattenimento è sempre una bella ventata d’aria fresca. E c’è un signor combattimento finale (Obi Wan vs Darth Vader?). E c’è Imelda Staunton, che sarà pure un tantinello macchietta ma nel ruolo della prof rompicoglioni funziona alla perfezione.

Anche se l’età (e i muscolacci) di Daniel Radcliffe e Rupert Grint cominciano ad essere sospetti, e anche se la crew del film tratta L’ordine della Fenice come una mera opera di passaggio (ricavandone, guarda caso, uno degli esempi recenti più lampanti di film di transizione), il divertimento – fanciullesco e giocoso ma mai cretino né infantile, anzi, con un occhio sempre più attento ad una generazione che tende a sfuggire di mano ai più – il divertimento, dicevo, non manca affatto.

Starter for ten
di Tom Vaughan, 2006

Scritto da David Nicholls a partire da un suo stesso romanzo omonimo (edito in Italia da Sonzogno con il titolo Le domande di Brian), diretto da un regista televisivo al suo esordio con un vero lungometraggio "per le sale", e prodotto niente meno che da HBO e BBC, Starter for ten è una commedia ambientata nella Bristol University della 1985, in cui la matricola Brian si divide tra la passione per University Challenge (popolare quiz televisivo in cui le università si sfidano su domande di cultura generale) e gli inevitabili problemi amorosi.

Starter for ten è, come ogni "period comedy" che si rispetti, infarcita della cultura che cerca di riprodurre: basterebbe guardare la colonna sonora, che riesce a piazzare dappertutto mezza discografia dei Cure (ma tutti pezzi sputtanatissimi, per dire, sui titoli di testa c’è Boys don’t cry). Ma il film di Vaughan e Nicholls riesce, con uno sforzo evidente, a fare un passo oltre, e nella giusta direzione: ovvero, riprodurre fedelmente quel tipo di commedia che in quel decennio spopolava e che – così – forse non si fa più.

C’è tutto, dalla contrapposizione socio-culturale di base (città vs provincia: Brian è un "proletario" capitato nel cuore di una famigerata intellighenzia bristoliana, e per questo deve vedersela con conflitti interiori, familiari, amicali, eccetera) a quella sentimentale, con la bionda spregiudicata e più tradizionalmente "bòna" e la mora più sensibile, sfortunata e politicamente impegnata. In più, metteteci la trama, il suo sviluppo, il modo in cui i nodi si attorcigliano e inevitabilmente si sciolgono, la somiglianza di James McAvoy con Andrew McCarthy e di Rebecca Hall con Molly Ringwald, e avrete, più o meno, una commedia degli anni ’80, à la John Hughes per capirci, anche se britannicamente declinata.

Al di là di considerazioni strutturali (ben più interessanti di un giudizio di merito, in questo caso), Starter for ten è un film leggero leggero, e piacevolissimo. Deliziosamente ingenuo: ma è proprio per questo che gli si è voluto bene. Non credo che lo vedremo da queste parti: dategli un’occasione. Sapete voi come.

24 hour party people
di Michael Winterbottom, 2002

Con un modello simile a quello che formerà Tristram Shandy tre anni più tardi (infatti lo sceneggiatore è il medesimo, Frank Cottrell Boyce), Winterbottom racconta vent’anni di scena musicale manchesteriana lungo tre decenni, uniti dalla presenza costante del producer Tony Wilson – che se nel film di Corbijn è paternalisticamente interpretato da Craig Parkinson, qui ha il volto geniale e strafottente di Steve Coogan, che ne aveva già fatto una sorta di parodia con il suo celebre Alan Partridge televisivo.

Cominciando dal leggendario concerto dei Sex Pistols al Lesser Free Trade Hall, si passa dal Factory in cui suonavano i Joy Division negli anni ’70, alla Hacienda in cui impazzavano New Order e Happy Mondays negli anni ’80, fino alla nascita della Rave Culture e oltre. Il tutto condito dalle interpretazioni e apparizioni di quasi tutti i migliori attori inglesi degli ultimi anni (ci sono anche Christopher Eccleston e Simon Pegg seminascosti, mentre John "Sam Tyler" Simm canta una versione acustica di Blue Monday davvero strappamutande) in un’irresistibile sarabanda di musica, cinema, meta-cinema, cinema-concerto, documentary, mockumentary, e il frullato di tutto questo.

Forse è un film che per una quantità di ragioni è difficile prendere troppo sul serio: ma tanto meglio, se alla fine riesce a ritrarre così bene le complesse vicende della scena di Manchester, abbozzandone solo i tratti essenziali, mescolando realtà e leggenda metropolitana, azzeccando persino i tratti più malinconici e/o assurdi, e riuscendo anche in questo caso a non svaccare nel mero calderone postmoderno in cui ci sta bene tutto e si mescolano i linguaggi tanto perché suona bene e fa figo. E ci voleva poco, pochissimo, a cascarci. Invece, se visto con lo spirito giusto, 24 hour party people è una delle cose più originali che vi possano capitare tra le mani, ed delle più divertenti.

Anche perché Winterbottom non ha troppi peli sulla lingua, si dimostra ancora un regista furioso e quasi incontrollato (almeno in apparenza) e si permette di "osare" in più di un’occasione. Ed è lì che diventa davvero irresistibile: i piccioni che si avventano sugli Happy Mondays con le valchirie di Wagner in sottofondo, Dio che si presenta nel finale a un fattissimo Wilson "a sua immagine e somiglianza", i camei dei veri protagonisti che vengono "svelati" tutti insieme nella seconda parte (contravvenendo a una regola "non scritta" del cameo stesso), cosette da niente come il vero Howard Devoto dei Buzzcocks che appare nel bagno dove l’attore che lo interpreta si sta scopando la moglie di Wilson vestito da lavacessi e commenta "Non mi ricordo proprio che questo sia mai accaduto". Da rotolarsi.

A cock and bull story – Tristram Shandy
di Michael Winterbottom, 2005

Se il terzultimo film di Michael Winterbottom è (ancora) inedito in Italia, è approssimativamente per due ragioni – al di là della fama non proprio altisonante (almeno non ecumenica, dalle nostre parti) del libro di Laurence Sterne. La prima è che Steve Coogan, intorno a cui gira tutto il film, dalle nostre parti non lo conosce quasi nessuno, mentre nel mondo anglosassone è celeberrimo per il personaggio tv di Alan Partridge. E figuriamoci Rob Brydon. La seconda è che il film è apparentemente invendibile.

In realtà, in un paese in cui il prefisso fellin* è uno dei più abusati di sempre, se un film ha come culmine una lunga sequenza su un set di un film che sembra non dover decollare mai, e questa scena è accompagnata dalle marcette di Nino Rota, dico io, in qualche modo questa roba si poteva smerciare. Certo che Steve Coogan che interpreta Steve Coogan che interpreta Tristram Shandy che interpreta Walter Shandy (tutto vero), beh, qualche confusione la può creare.

Infatti, dopo mezz’ora passata a replicare l’incipit del testo originale nel modo più furioso e incontrollato che possiate immaginare (e anche furiosamente divertente, va detto), A cock and bull story diventa un meta-film che racconta con ironia e con un uso intelligente e complesso del caos diegetico l’impossibilità di raccontare al cinema la storia di Shandy, e forse ogni storia. Dall’altra parte, Steve Coogan intepreta sé stesso con un’abnegazione votata all’autodenigrazione (il ritratto che ne esce è quello di un borioso e insopportabile eterno ragazzino, e pure un tantino puttaniere) che – volente o nolente – attira su di sé tutta l’attenzione dello spettatore, rendendolo davvero – riprendendo il dialogo che apre il film – un film con Steve Coogan e basta. Fino al finale, che si ricollega a quello del libro in modo frettoloso e autoironico, con una comparsata di un enorme – in tutti i sensi – Stephen Fry.

Ma non si intendano le mie parole come uno sminuimento: A cock and bull story è un film decisamente spassoso, assoluto trionfo dell’inessenzialità, d’accordo, ma raccontato con intelligenza e senso del ritmo. In un film del genere, non è cosa da poco. Se la spocchia c’è, quantomeno è giustificata dai risultati. E il dialogo tra Coogan e Brydon che accompagna i titoli di coda è impagabile.

Ecco un film di cui avrei voluto scrivere per primo. E invece no.

Confetti
di Debbie Isitt, 2006

Confetti è un mockumentary in cui la fittizia testata giornalistica fashion che dà il nome al film organizza un concorso per il matrimonio più originale e bizzarro dell’anno. Partecipanti: un matrimonio "tennistico", uno naturista e uno musical. Primo premio, la casa dei sogni. Il film è girato con la tecnica "fly-on-the-wall" (camera a mano e improvvisazione comprese) portata al successo dal The Office britannico di Ricky Gervais, assoluta meraviglia, ma dal cui contraccolpo gli inglesi non sembrano riuscire a riprendersi.

Qualcuno si metterà anche a discutere, a cosa possa servire una tale spudorata e indiscussa apologia del matrimonio come massimo (o unico) compimento della Vera Storia d’Ammore, tenendo conto che all’irresistibile coppia di wedding planners gay (Vincent Franklin e Jason Watkins) non resta che una tenera ma grigia pantomima. Pazienza: dopotutto le ambizioni di Confetti si fermano ad un gradevole divertimento per buona parte della sua durata. Quanto basta: i trashissimi matrimoni che chiudono il film cancellano gioiosamente qualunque tentativo di prendere sul serio il film, e perciò criticarlo.

E poi, noi si è visto il film soprattutto per Martin "Adorable Poochie" Freeman e Jessica "l’amica di Simon Pegg" Stevenson, e sotto quel profilo – persino nelle poche parentesi serie – si è rimasti inevitabilmente soddisfatti. Massì.

Nei cinema dal 6 Luglio 2007

Control, Anton Corbijn 2007

Control
di Anton Corbjin, 2007
[Cannes a Milano 2007]

Come sia difficile raccontare la storia di un’icona o di una leggenda (del rock, ma non solo) senza capitombolare sopra i soliti vecchi errori, è discorso ben noto. Il fotografo olandese Anton Corbijn, anche prolifico regista di videoclip, sceglie al suo esordio sul grande schermo di aggirare il problema e ribaltarlo alle spalle, dipingendo il ritratto di Ian Curtis, indimenticato leader dei Joy Division morto suicida a 23 anni, in modo inaspettato e originale.

Ovvero, da un lato fornendo un ritratto del lato meno “leggendario” di Curtis, un ritratto più affettuoso e insieme consapevole e realista di quello di un mero fan – quello di un ragazzo normale, clinicamente sfortunato e affettivamente debole, lontano dai canoni del maledettismo a cui brutti biopic passati ci hanno abituato, anche se in ogni caso destinato ad essere divorato dal suo stesso talento. Dall’altro, scegliendo uno stile il più possibile “neutro” (anche se in realtà meravigliosamente fotografato da Martin Ruhe) e lasciando che l’incredibile, stupefacente interpretazione di Sam Riley – “mimetica” fino alla morbosità – faccia il grosso del lavoro.

Ne è scaturita un’opera rock inusuale e sconcertante, sommessa e dolente, proprio come le canzoni del gruppo di Ian Curtis, oltretutto bellissima da vedere – e da ascoltare. Si vede che è il prodotto di un fan (per la “vicinanza” sopracitata, pur nella secchezza dello stile) e di uno che sa perfettamente di cosa parla, non di uno capitato lì per caso (dubito che i fan duri e puri avranno di che lamentarsi), e tutto questo non fa che giovare al film. Gli giova meno, forse, la supervisione produttivo/narrativa di Mrs Curtis e di Tony Wilson, che infatti ne escono molto più che immacolati – mentre i futuri New Order passano per un gruppo di cazzoncelli.

Ma quasi non ci si bada. Bellissimo, punto.

Hot Fuzz, Edgar Wright 2007

Hot fuzz
di Edgar Wright, 2007

“I may not be a religious man, but I know the difference between right and wrong.”
“Oh, fuck off, grasshopper.”

Mi trovo in difficoltà a scrivere di questo film: non perché non trovo le parole, ma perché mi vengono alla mente soltanto superlativi. Il regista Edgar Wright e l’attore principale Simon Pegg, entrambi anche sceneggiatori e amici dai tempi di Spaced, sono riusciti a replicare quello che in Shaun of the dead ci poteva essere sembrato il frutto di una miracolosa e irripetibile magia. E invece – a quanto pare  – c’è molto di più.

Ci vuole poco a spiegare il film: prendete Shaun, appunto, e sostituite gli horror di George Romero con gli action movie americani (Bad boys 2 e Point break in prima linea, ma non solo). Il risultato è lo stesso: ovvero, un film che è insieme una commedia pura, la vivace parodia dei suddetti film d’azione (con un’attenzione particolare ai sottotesti slash dei buddy movie), e un film d’azione con una trama coerente, coinvolgente e credibile, con tanto di incredibile sparatoria finale: senza però che nessuna delle tre cose ostacoli l’altra. Già per essere riusciti a imbroccare due volte di fila un progetto simile i due ragazzacci del South West England meriterebbero tutta la nostra stima. E invece – possiamo dirlo – c’è molto di più.

Hot fuzz è infatti molto più spassoso di quello che poteva far presagire il trailer: anzi, è probabilmente la commedia più bella e divertente dell’anno. Merito di una sceneggiatura ancora illuminata da tantissimi dialoghi geniali e ancora basata sul un numero spaventoso di riferimenti esterni (citazioni, spesso molto esplicite), semi-esterni (le decine di gustose autocitazioni di Shaun of the dead), e interni (i dialoghi che si “anticipano” e si “ripropongono”, in un gioco di rimbalzi narrativi che fa impallidire la maggior parte deli screenwriters d’oltreoceano, e non solo quelli action). E invece – insisto – c’è persino qualcosa di più.

Perché, per quanto Shaun rimanga nei nostri giovani cuoricini come una delle più belle scoperte degli ultimi anni – e per quanto l’infamia con cui è stato accolto dalle nostre parti bruci ancora – Hot fuzz per alcuni aspetti (mi sento di dire: aspetti cruciali) è un film – persino – forse – quasi – migliore. Si tratta di maggiore dimestichezza nella regia, maggiore coraggio nello sperimentare in fase di montaggio (ed è una delle cose che più salta agli occhi, basti pensare alla sequenza del viaggio da Londra alla campagna), ma ne guadagna anche il disegno dei personaggi e delle relazioni tra di essi. E c’è l’incipit più formidabile degli ultimi tempi.

Visto che stavolta ci fanno la cortesia di metterlo nelle sale – in tempi infami, a metà Agosto – speriamo solo che non venga svilito e spacciato per una semplice volgare parodia. Almeno, speriamo che nessuno ci caschi: Hot fuzz è un film a cui vogliamo già un porco bene. Guai a chi lo tocca.

Nelle sale italiane dal 17 Agosto.

The history boys
di Nicholas Hytner, 2006


"The best moments in reading are when you come across something – a thought, a feeling, a way of looking at things – which you had thought special and particular to you. And now, here it is, set down by someone else, a person you have never met, someone even who is long dead. And it is as if a hand has come out, and taken yours."

Riassuntino for dummies: il film è la versione cinematografica dello spettacolo teatrale scritto da Alan Bennett che sotto la direzione dello stesso Hytner spopolò nel Regno Unito un paio d’anni fa (vincendo tra le altre cose l’ambitissimo Tony Award nel 2005 come miglior spettacolo). Seguendo l’esempio di La pazzia di Re Giorgio, il dinamico duo Bennett-Hytner ha tradotto per lo schermo anche questo The history boys.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma l’adattamento cinematografico risente molto dell’impianto teatrale di partenza. Ciò significa, brevemente, la stessa qualità nei dialoghi, colti e molto più che brillanti, a tratti davvero entusiasmanti, e una regia abbastanza assente, o – almeno – non una delle più vispe che si possano immaginare. Tranne alcuni precisi momenti (soprattutto "musicali") in cui Hytner sembra voler girare un film degli anni ’80 e non solo negli anni ’80, con nostro sommo gaudio.

Ma anche con questi perdonabili peccatucci di personalità, The history boys è estremamente vivace e divertente, grazie soprattutto all’affiatatissimo team di giovani attori trascinati di peso dalla versione teatrale, e la sua ora e quaranta scorre che è un piacere. Certo, tutte la questioni più interessanti (la confusione del coming-of-age, le implicazioni "erotiche" dell’apprendimento) sono soltanto accennate, i "tagli" prodotti al testo fanno sentire il loro peso, ed è tutto un po’ troppo facilotto e sbrigativo (twist tragico compreso, anche se il "where are they now" finale è davvero ingegnoso), per riuscire a emozionare davvero.

Però se per il vostro sollazzamento possono bastare un gruppetto di liceali inglesi sessualmente ambigui in divisa nella Sheffield del 1983 (e non me ne chiamerei fuori, non con leggerezza), accomodatevi pure. Ce n’è per tutti. E poi ovviamente ci sono i New Order, i Cure, gli Smiths, gli Echo & the Bunnymen. Che ve lo dico a fare.

"How do I define history? Well it’s just one fucking thing after another, isn’t it?"

Nelle sale italiane dal 25 Maggio 2007.