Regno Unito

Sunshine, Danny Boyle 2007

Sunshine
di Danny Boyle, 2007

La prima considerazione che mi è venuta alla mente durante e dopo la visione di Sunshine è stata di natura sinestesica. Ovvero, la completezza e il talento con cui Boyle lavora sulla relatività polisensoriale nella trattazione della paura (cinematografica), e non solo. Buio come assenza di luce, come da copione, ma soprattutto luce che avvolge. Entrambi che uccidono. E così il freddo, e – ovviamente – il caldo. Idem.

La seconda considerazione è quella che hanno fatto in molti: ovvero, che Sunshine è uno di quei rari, rarissimi casi – ed è un complimento – in cui le ambizioni più enormi portano imprevedibilmente ai risultati migliori, e non a svaccare nel ridicolo. E’ segno che Boyle qualcosa da dire ce l’aveva davvero, se l’unica (lunga) parte del film in cui si “abbassa” a convenzioni da cinema di genere è quella che funziona meno. Perché se fosse rimasto tutto la mistura di kolossal europeo con aspirazioni globali (per il cast internazionale, per la grandeur visiva – soprattutto di certe impressionanti plongée spaziali) e claustrofobia d’appartamento che è tutta la prima ora abbondante di film, o il generosissimo miscuglio di pamphlet filosofico e cinema sperimentale che è tutto il finale (in cui lo spazio e il tempo – anche cinematografici – si dissolvono in un’assoluta distorsione, acida ma non meramente lisergica), sarebbe stato davvero ad un passetto dal capolavoro.

Ma questi non sono che un paio di pigri appunti buttati distrattamente sul pavimento, prime – e forse uniche, almeno scritte – riflessioni su un film che speriamo faccia ancora parlare di sé, al di là di qualche ovvia incomprensione a venire. Si sarebbe potuto parlare della colonna sonora degli Underworld, perfetta. O di molto altro ancora. Ma in realtà la cosa più rilevante di Sunshine – ed è impossibile non metterla in primo piano – è l’emozione pura, quella che – come volgarmente si usa dire – “ti tiene incollato alla poltrona”, e che ti fa stringere i braccioli di quest’ultima mentre Capa sfiora sorridendo un muro di fuoco, mentre Corazon scopre morendo una nuova vita, mentre Searle urla “cosa vedi? cosa vedi?”. Quella che ti fa avere paura, paura palpabile, reale, che ne venga una risposta.

In sostanza, uno dei film più suggestivi ed eccitanti degli ultimi tempi, uno di quelli che rivedresti immediatamente. E sai che forse andrebbe persino meglio.

L’ultimo re di Scozia (The last king of Scotland)
di Kevin MacDonald, 2006

A questo punto, non mi sorprenderebbe affatto che all’impressionante sfilza di premi già vinti da Forest Whitaker per questa interpretazione si aggiungesse anche quello dell’Academy: il suo Idi Amin Dada è un personaggio davvero enorme, diviso tra fascino e follia, intelligenza e spietatezza. E non è solo una questione di accento. Ma che Whitaker fosse un grande attore, ce ne eravamo accorti da tempo. Tutt’altro dire che sia lui il vero protagonista, incarnato qui dall’esecuzione professionale del bel giovine James McAvoy. Ma né gli occhioni blu di quest’ultimo, né l’insospettabilmente bellissima (e inaspettatamente brit) Gillian Anderson, né il formidabile fondoschiena di Kerry Washington, ne oscurano il protagonismo.

Come in ogni situazione normale, questo non giova del tutto al film che, così come è segnato positivamente dall’intepretazione dell’attore texano, così né è in qualche modo ingombrato. Ma tutto sommato il film si regge piuttosto bene sulle sue gambe, e non annoia. Più che altro, non cade nei grossolani errori del recente compagno d’Africa Blood diamond: questo perché la regia decide programmaticamente di non rischiare troppo (ricorrendo però ad arditi e gustosi piccoli movimenti di macchina indugianti sul corpicione di Whitaker) e la sceneggiatura valorizza più il lato individuale (il film come storia di una doppia figliolanza) che quello storico, rinunciando al biopic vero e proprio e a – possibilmente – pretestuosi rimandi politici in vantaggio di un più robusto e collaudato romanzo di formazione.

Anche a costo di modificare il celebre libro di Giles Foden, trasformando il protagonista per rendere più masticabile – e forse banale, o meglio "solito" – il suo processo di redenzione. Ma non rinunciando a rendere violentemente esplicita la sua discesa all’inferno: essere appeso con due ganci nella pelle del petto non si può certo definire una passeggiata, anche se poi hai la tua possibilità di rivalsa (morale). Non che quest’ultima cosa dia valore aggiunto al film, ma MacDonald dimostra almeno una coerenza nell’estremizzare il ribaltamento tra l’Idi Amin liberatore del popolo e lo spietato dittatore. E visto che nessuno di noi può davvero dire di essere passato indenne attraverso l’incredibile fascino del primo, la cosa spaventa non poco.

Poi tanto ci ricorderemo di questo film per l’insostituibile presenza di Forest Whitaker, e non per altro. Ci si può giurare. Ma visti i tempi che corrono, può anche essere abbastanza.

Severance
di Christopher Smith, 2006


- There are no bears in Hungary. Unless we’ve crossed the border into Romania, in which case there ARE bears. If we’re in Serbia, then… I don’t know.
- That’s really interesting, Richard. Tell me something: are bears required to stop at borders? Is there some sort of, I don’t know, passport control for bears?

Un gruppo di rappresentanti di una multinazionale delle armi, durante un weekend di ritiro aziendale nell’Est Europa, si ritrova vittima di una sanguinosa vendetta. Dopo il successo internazionale di Shaun of the dead, da noi letteralmente insultato con una vergognosa release in DVD, è evidente che molti nel Regno Unito si devono essere resi conto della possibilità – anche economicamente fruttuosa, perché no – di fare delle horror comedy di qualità, dove i due generi si possano mescolare convivendo, senza schiacciarsi a vicenda, mentre altrove la tendenza è quella della più semplice e banale parodia.

Pur non condividendo l’incredibile risultato finale di Shaun, Severance non fa eccezione, anche se il delizioso umorismo british è predominante nella prima parte (abbondante: incipit a parte, per 50 minuti non accade quasi nulla di horrorifico) mentre quello che aspetta i Nostri è ovviamente un bagno di sangue che non ha nulla da invidiare ai più colleghi del gore più serio. Anzi: Chris Smith non nasconde una sorta di divertito sadismo nell’irridere e demolire a tutti i costi il mito tutto inglese del team-building e dell’efficenza impiegatizia.

Nonostante qualche perdonabile caduta di ritmo, Severance è un film davvero divertentissimo, e che soprattutto si può pregiare di un paio di sequenze finali davvero da brivido: non anticipando niente (anche perché nel classico gioco slasher di "who dies first" i risultati sono assolutamente imprevedibili, e sarebbe un peccato spoilerare), lo sono sia nella gestione della tensione (che Smith, al secondo film dopo Creep, gestisce da vero professionista), sia nell’ironia sempre presente, che porta a un vero e proprio stato dell’arte della mescolanza dei due generi.

Per tacere di una delle punchline più incredibili degli ultimi tempi.

Nei cinema dal 16 Marzo 2007

Crank
di Mark Neveldine e Brian Taylor, 2006


"Does it look like I got cunt written on my head?"

Cosa fai se un mattino ti svegli dolorante e scopri che il tuo battito cardiaco non può scendere sotto una certa soglia altrimenti muori? La risposta, soprattutto se rischi di perdere qualcosa di importante e la vendetta ti pulsa nelle vene, è quasi scontata: corri. Così, Jason Statham non fa altro che correre, da subito e per quasi un’ora e mezza:  salta, scappa, insegue, spara, sniffa cocaina sul pavimento di un cesso, si inietta epinefrina in ogni forma possibile, ammazza di botte la gente, distrugge un mall con una Buick, mozza mani, ruba una moto della polizia, guida la suddetta moto in piedi, scopa, salta sugli elicotteri in volo, e di nuovo corre. Che bello.

Da un film con una trama simile, sorta di Speed interiorizzato (e di conseguenza duplicato), non si può pretendere che un film fatto di pura azione, e quindi il rischio, dato anche il budget non proprio esorbitante, è di fare il solito film d’azione da due soldi. Ma Neveldine e Taylor scrivono e dirigono questo loro esordio con due ottime premesse: la prima è quella di non prendersi mai sul serio, riempiendo il film di situazioni (oltre che di dialoghi) grottesche e ironiche che culminano con un coito pubblico di fronte a decine di cinesi festanti, evitando così il ridicolo (il finale è una sintesi di pathos e ironia che lascia stupefatti) e concentrandosi sul puro intrattenimento.

La seconda – non così dissimile dalla prima, ma questa volta in senso ritmico/visivo – è quella di strafare sempre e comunque. Crank è un film che non si perde in finezze, che vuole solo raggiungere il suo scopo – ovvero, allineare il nostro battito cardiaco con quello di Statham – e che lo fa con uno stile che, tra ralenti, accelerazioni, otturatori spalancati, sovrascritte, split screen come se piovessero, raggiunge – grazie anche all’uso intelligente della HD – una coerenza stilistica inaspettata. Uno stile che fa dell’esagerazione la sua dichiarazione programmatica, arrivando a livelli visti raramente (o forse mai) nel cinema action americano. E forse persino – senza dimenticare un po’ di necessaria ingenuità, ché dopotutto è pur sempre un esordio – aprendogli nuove strade.

Se non vi gasate con questo, non so più cosa fare per voi.

"You haven’t been tight since your brother fucked you in third grade"

Casino Royale
di Martin Campbell, 2006

Molte delle reazioni al nuovo film dell’agente 007 vertevano sul confronto tra questo James Bond biondo e tamarro e quello a cui siamo stati abituati dai quattro attori precedenti (e dalle innumerevoli parodie), quello fighetto e benvestito che beve amarissimi intrugli e scopa da dio. E la linea di pensiero suonava più o meno così: che due palle i film di James Bond, che due palle Pierce Brosnan, invece questo è divertente e fiammeggiante, evviva. Tutti pazzi per Daniel Craig.

Senza nulla togliere al piacere ludico del film, e all’innegabile intelligenza dell’operazione (soprattutto per come sono stati mescolati modernità e nostalgia, sequelità e prequelità), Casino Royale mi è sembrato meno innovativo del previsto (e del potenziale) e piuttosto una variazione "sulla linea", più "solito" (o "il solito Bond", per intenderci) di quanto mi aspettassi, magari conscio della lezione spettacolare delle tre missioni impossibili di zio Tom (che restano in ogni caso superiori). In più, il divertissement non è creato per i fans duri e puri, ma per quelli poco sgamati: i riferimenti da rileggere in chiave ironica sono infatti i più sputtanati di sempre (l’uscita dall’acqua, il martini mescolato, il mio nome è Bond, eccetera) e le parti serie rispettano bene o male i canoni di un qualunque film d’azione mediamente professionale. E nemmeno tutte.

Se fosse tutto come un paio di sequenze iniziali (leggi: violento bianconero a Praga, scatenato parkour in Madagascar), sarebbe una bomba. Invece così, con l’alternanza di scene entusiasmanti quanto frastornanti e decine di minuti di noia (leggi calo di ritmo / leggi grandangoloni e faccioni / leggi poker) è un film di James Bond superiore alla pallidissima media brosnaniana e poco più, abitualmente complicato e con un cattivo di un’usualità quasi fastidiosa, divertente ma senza alcuno strascico di memoria, che non siano gli occhioni di Eva Green o quei colpi di corda nei bassifondi.

3.5 out of 5Giù per il tubo (Flushed away)
di Sam Fell e David Bowers, 2006


"From up top, eh? I used to work at a lab up top. I tested shampoo. I used to be a lovely dark grey. My dandruff’s gone, though."

La Aardman, lo studio inglese responsabile di due enormità quali Galline in fuga e il lungometraggio di Wallace & Gromit, abbandona temporaneamente la stop-motion in favore dell’animazione 3D. E in altre parole, abbandona Bristol per Glendale. Perché se è vero che l’impronta della società di Nick Park è forte, sia visivamente – nel disegno dei personaggi, che richiamano la fisicità della plastilina – che nei toni citazionisti e goliardici (anche se effettivamente meno iconoclasti che in passato), anche quella Dreamworks si fa sentire, e molto più che negli altri due film – che le due case hanno ugualmente coprodotto.

Soprattutto nella struttura, con un impianto narrativo risaputissimo: la vita vale la pena di essere vissuta solo se si hanno attorno un mucchio di amici e la famiglia? Tutto il resto è solitudine, e la ricchezza non è che una gabbia dorata? Oh bene. Se la prima metà sembra una replica di Una poltrona per due (et similia: basta che ci sia un ribaltamento sociale, il resto si scrive da sè), il resto del film non fa molto per rimediare a questa profonda prevedibilità. Anche se alcune sequenze la fanno dimenticare in fretta e volentieri: come quella del videofonino. Lo so, sembra assurdo che esista una gag incredibilmente divertente con un videofonino. Ma c’è, eccome.

E poi, non fatevi ingannare da queste piccole inezie: in tempi in cui i film d’animazione 3D sono diventati in gran parte un amarissimo boccone da inghiottire, questo film è come minimo una boccata d’aria fresca. Non solo perché i film cugini di casa Dreamworks non sono degni di allacciargli le scarpe, ma per un semplice motivo: Flushed away è divertente, schifosamente divertente. Con tutti i suoi limiti, è pieno di gag freschissime che conservano l’umorismo british di casa Aardman, le citazioni e parodie sono continue eppure mai stupide o stucchevoli, il ritmo è incalzante e perfetto, persino i numeri musicali sono spassosi, e i noti singoloni brit-pop che non sto nemmeno a nominare calzano a pennello.

Insomma, il tipo di film animato che vorremmo vedere più spesso, e che invece ci negano propinandoci RnB e una marea di insopportabili animali in fuga. E poi, diciamoci la verità: le lumachine doppiate da Nick Park – è l’unica cosa che ha fatto in questo progetto – sono tra le più belle invenzioni del cinema d’animazione da molti tempi a questa parte. Lumachine piccole, lumachine grandi, lumachine che urlano, che scappano, che cantano pezzi bepop in polifonia, che volano nel cielo di Londa attaccate a ombrellini di carta. Lumachine. Lumachine. We all love lumachine. All we need is slugs.

Kate Winslet anche come topa è topa. Volevo dire, bravissima.

[lo scorso Ottobre la Aardman e la Dreamworks hanno deciso di non estendere il loro fruttuosissimo contratto di collaborazione, mandando probabilmente a monte alcuni progetti futuri. Non sono poi così sicuro di esserne amareggiato]

The Prestige, Christopher Nolan 2006

The prestige
di Christopher Nolan, 2006

“Do you love me?”
“Not today.”

Messo subito in campo – come già accennato in un commento – che l’attesissima nuova opera di Christopher Nolan è davvero un film eccellente, strabiliante al di sopra delle più rosee aspettative, è evidente per chi abbia avuto l’occasione e la fortuna di vederlo – e ne è esempio l’incredibile post stracciaocchi di Ohdaesu – quanto sia difficile parlarne senza fare affidamento ai dubbi e alle certezze causati dai complicatissimi sviluppi narrativi del film stesso. Perché The prestige è fatto di trucchi (più che altro di metatrucchi) simili a quelli proposti, ormai si sa, dai fascinosi illusionisti ottocenteschi dalle fattezze (e che fattezze) di Hugh Jackman e Christian Bale.

Al di là della discussione, altrove attivissima, sullo “svelamento anticipato” proposto con scaltrezza dall’abilissima sceneggiatura dei fratelli Nolan, in realtà completamente funzionale ad uno sviluppo metaforico che è sia riflessione sincronica sui meccanismi del cinema (nei rapporti tra costruzione del piano filmico e sospensione dell’incredulità), sia riflessione storica sul senso e sulla natura più archetipica del cinema (perché lo “scarto” tra illusione e magia, tra ingenuità e progresso, avviene, non a caso, negli ultimi anni dell’ottocento), rimane ben poco da dire. Oppure troppo.

La verità è che The prestige, sebbene la sua bellezza fuor dell’ordinario sia anche in qualche modo legata, come si è appena cercato di far capire, ai suoi inganni strutturali e alla sua accuratezza formale (non dimentichiamocelo, un film estremamente raffinato sotto il profilo visivo), è un film che sorprende per l’incredibile piacevolezza che accompagna il racconto (una storia di amore e ossessione assolutamente appassionante) oltre che per la cura nei dettagli e nella definizione dei personaggi (grazie a interpretazioni perfette come l’ineffabile presenza di David Bowie, pura fotogenia), in un’ottica che riavvicina un oggetto tendenzialmente – e pericolosamente – cerebrale, al puro piacere del cinema d’intrattenimento, e che lo fa con un’intensità che si poteva sperare ma che davvero non ci si aspettava.

Senza contare la frustrante – e quindi riuscitissima – sensazione di smarrimento e inquietudine che coglie inevitabilmente lo spettatore alla fine del film e nei giorni a seguire, a prescindere dalla quantità di dettagli che possano essere stati svelati da un occhio non del tutto passivo (o distratto) (o ubriaco). Perché dopotutto, mentre guardi una mano, con l’altra mano l’llusionista ti rapisce, e ti tira una sberla. Abracadabra.

“Now you’re looking for the secret… but you won’t find it because you’re not really looking. You don’t really want to know the secret… You want to be fooled.”

Alien autopsy – Una storia vera (Alien autopsy)
di Jonny Campbell, 2006

"You know, strictly speaking, it’s not actually a fake. lt’s more of a remake. You’ve got to remember that."

Uscito in italia alla fine di Agosto, Alien Autopsy è una commedia britannica che racconta una versione "romanzata" delle vicende che portarono alla produzione del famoso "filmato dell’autopsia aliena", oggetto di discussione per molti anni e rivelatosi – proprio nei giorni in cui il film usciva in patria, niente male come pubblicità ma non utilissima – un falso girato tra amici in un appartamento. Anche se il suo autore Ray Santilli continua a sostenere che si trattò di una replica di un filmato realmente esistito, e andato perduto.

Forse a noi italiani mancano un po’ di riferimenti, prima di tutto perché non sappiamo chi diavolo siano i due protagonisti Ant & Dec, presentatori televisivi di enorme successo nel Regno Unito, e perché quel filmato dell’autopsia aliena spuntato fuori dal nulla nel 1995 colpì il nostro immaginario collettivo meno di quanto fece nel mondo anglosassone. Per dire, molto meno di quanto non fece X-Files, senza contare che la moda degli UFO da noi è passata da un bel po’. Ragion per cui nessuno si è accorto di quest’uscita: pur senza entusiasmi eccessivi, è un peccato.

Perché nonostante il voto inspiegabilmente basso su IMDB, il film è una visione molto piacevole, lo stile è meno piatto di quello che ci si poteva aspettare da un prodotto di tale derivazione televisiva, ci sono un paio di camei davvero eccellenti (Bill Pullman e Harry Dean Stanton), e l’umorismo piacevolmente british, spesso quietissimo, è ricco di trovate. Recuperabile.

Revolver
di Guy Ritchie, 2005

Dopo essersi sputtanato globalmente, un po’ per aver messo da parte il suo mestiere in nome di un chiacchieratissimo matrimonio, e un po’ per la scelta quantomeno assurda di rifare un film della Wertmuller (malissimo? Suvvia, alzi la mano chi l’ha visto davvero), con Revolver il nostro-un-tempo-amatissimo Guy Ritchie sembrava poter recuperare lo smalto di un tempo (sono passati 5 anni da Snatch - ehi talento, dove sei finito?).

Insomma, ci sono i casinò e la brutta gente, c’è Jason Statham tutto sporco con i capelli sporchi, c’è Ray Liotta che fa il gangster lampadato in mutande, ci sono personaggi curiosi come il killer occhialuto di Mark Strong, c’è una voce fuori campo quasi sopportabile, e ci sono dei lampi in cui Ritchie dimostra che ci sa ancora fare, là dietro (il racconto della prigionia, la caduta dalle scale, la stanza blu abbronzante di Ray Liotta). Tant’è, che quasi ci si casca. Ma il fatto che Revolver non abbia visto la luce da queste parti nonostante una certa nomea del suo autore, e che nel Regno Unito sia stato così massacrato (negli USA aspetta ancora un posto in sala, pensa te, aspetta e spera), non sono cose inspiegabili.

Forse sull’onda dell’hype di Richard Kelly, Ritchie decide di fare un film solo apparentemente ritchiano, in realtà molto più serio e riflessivo, e in cui volutamente non si capisce una rapa (così che i giovani – e pochi – spettatori possano poi trovarsi sui forum a litigare sulla "spiegazione" del film, e giuro, non ne ho trovato ancora una completa e definitiva), un film insomma "aperto"  e dalle altissime e irrisolte ambizioni psicanalitiche (e forse filosofiche), che risulta in realtà poco altro che un inspiegabile pastrocchio esistenzialista, caratterizzato da scherzi ontologici tardo-fincheriani (quindi anche abbastanza vecchiotto), dove tutta la parte finale, invece di sciogliere i nodi, li ingarbuglia senza tregua, tra mezze-citazioni dei Soliti sospetti e insopportabili sequenze arty in ascensore.

Si può apprezzare l’impegno e la voglia di fare qualcosa di diverso dallo spassoso cinema cazzoncello dei suoi esordi. Almeno non si è limitato a ripetersi, ha alzato i tiro. E’ già qualcosa. Ma ecco, se proprio proprio, lo si preferiva cazzoncello.

Proprio quando pensavo "che poi questo film alla fine non uscirà mai in Italia", un giretto in un negozio del centro mi ha fatto scoprire che mi sbagliavo, è uscito eccome. Ovviamente, straight-to-digital.

Aneddoto divertente, almeno, per malati mentali come me: sulla locandina inglese, una enorme dicitura recita "Back to his best" firmata dal Sun. Testata che però aveva stroncato il film. Mistero? Scopritene di più in questo articolo del Guardian.

Se avete visto il film e non ci avete capito niente, oppure meglio, se volete conferme sulle vostre teorie, un tizio ha passato parecchio del suo tempo libero a esporle – e difenderle – sul forum di IMDB. Get a life, dude.
(per accedervi dovete registrarvi)

The queen
di Stephen Frears, 2006

Non è facile scrivere di The queen dopo diversi giorni di lodi al Lido e dopo che più o meno tutto il mondo ne ha parlato, e sempre allo stesso modo. Soprattutto quando si è sommariamente d’accordo, seppure con qualche piccolo ma evidente grado di entusiasmo in meno rispetto ad altri: ma The queen, accolto con grande successo da critica e pubblico a Venezia, è davvero un gran bel film, caratterizzato – nonostante, per esempio, lo stridere di nervi tra questo Blair e il Blair "iracheno" – da una piacevolezza miracolosa e quasi alchemica, un divertimento cauto e sagace, difficilissimo da trovare con materiali così scivolosi, perché pur raccontando una vicenda recente, e mescolando in modo rischiosissimo la dimensione pubblica – e quindi già storica – e quella privata, non lontana inoltre da talune buffonerie british, riesce a non cadere in tranelli caricaturali.

Anzi, l’immagine della regina Elisabetta II che restituiscono l’incredibile, classy e ironico, copione di Peter Morgan (forse un po’ ruffiano nel suo accontentare tutti lasciando il sarcasmo e i veleni al contorno e al contesto – ma non è propriamente un difetto) e la regia di un elegantissimo Frears tornato (quasi) ai fasti di un tempo, riesce ad essere allo stesso tempo austero e affettuoso, in qualche modo sacrale – perché è una donna che non vediamo piangere se non di spalle, o fuori fuoco (vedi la splendida scena del cervo) – e tragico nel suo struggimento personale. Non solo merito di Helen Mirren, quindi: ma l’attrice – una tra le sessantenni più belle e sexy che io ricordi, in abiti civili – regala comunque (anche se nelle sale ci tocca sorbirci un doppiaggio professionale ma piatto, invece del posh originale) una delle interpretazioni femminili più compiute e formidabili – per equilibrio, intelligenza e abnegazione – degli ultimi tempi.

La ragazza con l’orecchino di perla (Girl with a pearl earring)
di Peter Webber, 2003

Non leggerete niente di inedito da queste parti, a proposito del film tratto dal best-seller di Tracy Chevalier: e cioè, leggerete che la preoccupazione principale di Peter Webber e del suo entourage è quella di riprodurre sullo schermo una collezione di "Vermeer in movimento", in realtà molto più statici dei quadri stessi, dimenticando per strada tutto quanto il resto. Tralasciando non solo la passione, i personaggi, la storia, gli sguardi, persino i pochi e timidi accenni metacinematografici (lo stupore di una ragazza di fronte alla camera oscura, e alla magia della luce che prende vita? E Griet non è forse l’archetipo della ragazza di campagna sedotta dal fascino del regista di turno e angustiata dalle avances del produttore?).

Se il romanzo – che non ho letto – si muoveva per forza su percorsi complessi per via dei molteplici livelli storico-narrativi (l’opera di Vermeer, la vita di Vermeer, i cazzi-suoi di Vermeer), il film invece fa insomma solo una sequela bei quadrettini uno dietro l’altro. Per carità, quadrettini di tutto rispetto (la fotografia è del chabroliano Eduaro Serra), ma che non salvano di certo lo spettatore da un film le cui ambizioni si rivelano infine un mero pacco. E per di più, noiosissimo. La reiterazione serva-timorosa-reverente-che-pulisce-lo-studio + Colin Firth-capellone-che-arriva-dal-buio la dice lunga.

La bellezza e il fascino inquieto della bocca di Scarlett Johansson sono inversamente proporzionali alla versatilità delle sue espressioni: timorosa, reverente, timorosa, reverente. Eccetera.

Imagine me & you
di Ol Parker, 2005

Nonostante sia una storia d’amore tra due donne, Imagine you & me non è propriamente un film lesbico, o almeno tale non appare, o almeno come tale non lo descriverei: è piuttosto la semplice vicenda di una freccia amorosa scoccata nel momento peggiore, cioè durante una cerimonia nuziale (poi dice si cucca ai matrimoni, ma al proprio?), ed è una storia del rispetto dei propri intuiti amorosi e insieme della persona amata, If you love somebody set them free ed eccetera, insomma, materiale da commedia tradizionale più che da film queer.

Il genere dei due contendenti amorosi non ha più nemmeno tantissima importanza, perché il film è più che altro una piacevole ruffianata sul potere dell’amore e tutte queste belle cosette. Il machismo imperante e le incomprensioni dell’imbalsamata società inglese sono messe subito in secondo piano, perché le divergenze sono facilmente appianabili grazie alla risolutissima comprensione reciproca e dal potere dell’amore e alle belle cosette di cui sopra. Anche perché i personaggi, tutti, nonostante le incertezze e le schifezzuole, sono tutti, vittime e carnefici, persino quella merda di Darren Boyd, capaci di una bontà e di un’empatia che è pure francamente imbarazzante se si guarda allo stato delle cose e non ci si limita ad infilare la faccia nei fiorelloni e negli abbraccioni.

Ma non c’è niente da fare, perché il film, maledizione, funziona. Non si può negare una bella dose di divertimento – nessuna risata, semmai sorrisetti – e soprattutto di immedesimazione – qualsivoglia sia il vostro sesso e/o indole, vi sfido a non fare quei sorrisetti – e anche se l’esordiente regista-sceneggiatore Ol Parker dirige senza un briciolo di senso del ritmo, annoiando a tratti nella seconda parte (quando insomma il dado è tratto), il film è sommariamente ben riuscito, è di una carineria scioccante, c’è una dose di felicità per tutti, c’è tutta ma proprio tutta la bocca di Piper Perabo, c’è una scena ormai di culto ambientata su un Dance Dance Revolution, e c’è il potere dell’amore che trionfa insieme a tutte le sue belle cosette. .

E poi, passi Happy together (dà il titolo al film ed è sui titoli di coda in versione Turtles) che ormai è un inno cinegay e lo sappiamo, ma ci sono i Camera Obscura in colonna sonora, vuoi mettere?

[Le Parole dello Schermo 2006]

Tideland
di Terry Gilliam, 2005

C’è una parola inglese, facilmente traducibile in italiano ma che nella nostra lingua non rende abbastanza bene, che meglio esprime il sentimento provato durante e soprattutto dopo la visione dell’ultimo film di Terry Gilliam. Premesso necessariamente che chi vi scrive è un fan accanito e che ho trovato I Fratelli Grimm un film divertente e molto riuscito, la parola che balena nella mente immediatamente è una sola: disappointment.

Tideland non è solo un film brutto e noioso: è un film di Terry Gilliam brutto e noioso. Bisogna tenerne conto, subito. E tenendo anche conto che questo è il film che Gilliam si è pagato con i soldi dei Grimm, bisogna chiedersi seriamente se il regista americano abbia ancora qualcosa da dire all’esterno dei meccanismi dell’establishment hollywoodiano che critica sempre così veementemente (e giustamente, visto il modo in cui l’hanno sempre trattato). Forse non è il caso di piangere lacrime amare solo per un film sbagliato, perché un errore può capitare a tutti. Anche se – nel caso di questo film – è appunto un tale unicum su cui forse è meglio sorvolare e dimenticare in fretta. Insomma, Tideland sarà anche autoriale, coraggioso, e gilliamiano quanto volete, ma se per "gilliamiano" intendete "solo inquadrature sghembe + grandangoli + qualche intervento animato", allora io ho un altro termine per voi. Ed è maniera.

Venendo al film, si tratta di un testo di partenza probabilmente ottimo, sia nell’idea dell’immaginazione al potere che è anche al centro (in modo non del tutto dissimile) dell’ultimo Del Toro sia per il gusto del macabro e dell’orribile che lo caratterizza (estremo persino per i canoni di Gilliam), che però a sua volta, forse per colpa di un’eccessiva attenzione a non tradire lo spirito del libro e la sua "altezza-bambino", si riduce per gran parte della durata ad una serie interminabile di dialoghi tra Jodelle Ferland, insopportabile bambina canadese che nasconde il suo posh imitando il bellissimo accento del sud degli states, e le sue stramaledette teste di bambola che tiene sulle dita.

C’è un bell’inizio, durissimo, con la bimba undicenne che droga il padre e ruba il cioccolato alla madre morta, c’è qualche svolazzo onirico degno del miglior sguardo visionario di Gilliam, c’è un’idea corretta, crudele, e raccontata con un piglio appassionato, sulle responsabilità del mondo degli adulti nei confronti degli innocenti e sulla salvezza legata alla fantasia e soprattutto allo storytelling, che si sa, è un tema pregnante nel cinema di Gilliam. Sul resto, è bene fare più silenzio possibile. Perché Tideland ha degli input eccellenti ma i suoi output sono tutti sbagliati. Ecco, è un film tutto sbagliato, un film che bisognerebbe riprendere in mano e rifare daccapo, a partire dal montaggio. E poi magari togliere Brendan Fletcher e mettere un attore vero.

Poi sono sicuro che questo film troverà qualche sparuto ammiratore, anche se l’accoglienza finora è stata meno che disastrosa. Per quanto mi riguarda, mi sento invece tradito, profondamente tradito. Brutto. Ma brutto brutto brutto, eh.

Hooligans**
di Lexi Alexander, 2005

"Once you’ve taken a few punches and realize you’re not made of glass, you don’t feel alive unless you’re pushing yourself as far as you can go."

Non è così atroce come si prospettava, il primo lungometraggio della regista tedesca Lexi Alexander: certo, ci sono badilate di amicizia virile e profluvi di omoeroticità latente-ma-nemmeno-troppo, fiumi di scene madri strappaghiandole che in me trovano bersaglio facile, una moraletta tanto ambigua quanto esplicita (una voce off che dice "His life taught me there’s a time to stand your ground, and his death taught me there’s a time to walk away", che nemmeno Esopo, mi sembra davvero troppo), e soprattutto una quantità impressionante di botte. Ma davvero, botte da orbi. Tutto ciò farebbe pensare a una qualunque boiata da straight-to-dvd-please, se non fosse per la presenza potenzialmente commercializzante di Padron Frodo, peraltro perennemente lividomunito.

E invece la Alexander non butta proprio tutto al cesso, perché si vede in ogni scena che ci mette tutta se stessa, e perché il filmetto trasuda passione. Chiaro, vista la manona pesante con cui riprende i "duelli", con otturatori aperti a strafottere e un discreto talento caotico (vedasi le – poche ma ottime – scene di calcio) oltre ai fiottoni di sangue eccetera, quella grezzoncella della Alexander non è di sicuro la prima persona a cui chiederei un appuntamento al buio (semmai a Claire "sei inutile" Forlani, ovviamente bedda quanto inutile). Però il ritratto dell’americano sperduto le riesce davvero benino (anche se Charlie Hunnam è più bravo – e più figo – di Elijah Wood) e soprattutto presenta una storia in cui, catarsi individuale di questa fava a parte, va tutto ma proprio tutto nello stramaledetto peggiore dei modi. E ci garba il dramma sì violento e sì disperato, oh se ci garba.***
 

**il titolo originale è Hooligans, sostituito poi da Green Street nel Regno Unito e da Green Street Hooligans negli Stati Uniti

*** nonostante ciò, dopo aver visto gli ultimi due episodi di Prison Break tutta quest’ultima parte può essere sostituita dalla semplice frase "Hooligans è un film per fottute mammolette".

Il diamante bianco, Werner Herzog 2004

Il diamante bianco (The white diamond)
di Werner Herzog, 2004

Il terzultimo documentario di Herzog, giunto finalmente nelle (davvero pochissime) sale italiane con un considerevole ritardo, come il successivo Grizzly man è il racconto di un superamento e di una tracotanza, della realizzazione di un sogno e dell’impossibilità di prescindere dai sacrifici che questo sogno richiede come pegni.

Ma più di tutto, e al di là di ogni possibile elucubrazione (e ce n’è, di materiale su cui elucubrare) Il diamante bianco è un film fatto di immagini di bellezza, istantanea e a volte sconvolgente. E’ un film che si immerge nella natura con uno sguardo di assoluta purezza, si appoggia al mondo e accarezza le cascate, si inquieta nel buio silenzio della foresta, si commuove di fronte alla debolezza e al genio degli uomini, alla nullità e alla forza degli uomini.

Splendido.

Non mi dilungo troppo perché questo nemmeno il film ha bisogno di tante parole. Quello di cui ha bisogno è di una distribuzione decente.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
Sobhraj – Or how to be friends with a serial killer (UK/2004)
di Jan Wellman (70′)

Il documentario racconta a partire da un’intervista recentissima le tappe della vita spericolata di Charles Sobhraj, serial killer di genesi vietnamita, affascinante e colto, che all’incirca trent’anni fa ha ucciso una cinquantina di persone appropriandosi dei loro passaporti (e della loro identità), ma che non è mai stato condannato per omicidio, e che sta ora scontando una condanna a vita in Nepal, dove era probabilmente a smerciare con (uau) membri di Al Qaeda. Wellman prende nelle mani un personaggio che in quanto a sympathyness for the devil è davvero impagabile, una specie di Frank Abagnale ma più fascinoso e maligno, e fondamentalmente la spreca e la rovina. Nel senso: il regista racconta la sua storia anche con una buona dose di particolari, dettagli, suggestioni, luoghi, fatti, fotografie (anche cruentissime), riprende personaggi incredibili come "lo sherlock holmes di bombay", gente brutta sporca e cattiva (anche quando è buona), ex carcerati, amici di Sobhraj, gente che ne racconta come di una cosa divertente e buffa. Evviva. Ma monta il tutto nel modo più fastidioso possibile, come se gli avessero copiato il crack di Adobe Premiere e lui avesse trovato molto figo giocarci, ecco, con effetti tipo "ehi mettiamo questo fermo immagine sulla faccia buffa di questo noioso burocrate, che così è tanto buffa", senza farsi mancare nemmeno i flashoni spaventevoli, le musichette funky anni ’70 e (baratro dei baratri) metà della colonna sonora di Arancia Meccanica. Tanto per capirci. Che peccato.

Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice)
di Joe Wright, 2005

Contro ogni orgoglio e contro ogni pregiudizio, eccomi a difendere a spada tratta l’ennesimo adattamento british di un "libro x" di Jane Austen. Un film progettualmente inutile, nato vecchio e/o stanco. Un film in costume e romanticheggiante, con tanto di tramonti e la solita fotografia splendidosplendente. Ma che, io sia maledetto!, mi ha conquistato e mi ha trasformato gradualmente in una ragazzina sedicenne con carenze affettive.

Vorrei dire che è merito dell’esordiente regista, che mostra ancora, soprattutto a cinefili restii (ed è un mea culpa), quanto sia alto il potenziale della formazione televisiva: e forse Joe Wright esagera persino un po’ troppo con tecnica e tecnicismi da manuale del perfett(in)o regista. Ma è indiscutibilmente bravo, tra piani-sequenza interminabili (il ballo in casa dei Bingley: fatela voi, una sequenza del genere) e scene davvero formidabili e inattese, come quella di Lizzie allo specchio e quella di Lizzie sull’altalena.

Lizzie, appunto. Perché nonostante ci sia il volto timido ed espressivo di Talulah Riley, una Mary Bennet corretta e tenera, e nonostante ci sia la mia adorata – per ragioni che esulano dal contesto filmico – Jena "Darko" Malone, una Lydia Bennett antipatica e conciata da fare schifo, il film è ricolmo, stracolmo, e straboccante, della Lizzie Bennet di Keira Knightley. Del suo collo stellare e del suo ghigno lievemente mostruoso e irresistibile e del suo delizioso accento posh prima sussurrato poi urlato poi sofferto tra le lacrim(ucc)e.

Ecco, vorrei dire che è merito della Knightley, oppure dell’impagabile Donald Sutherland che sta per tutto il film mezzo seduto e mezzo ciucco ma che a 70 anni suonati chiude il film alla grande con gli occhi umidi per la felicità della propria figlia e un "I’m quite at my leisure" da stretta di mano. Vorrei dire che è merito loro, di un cast formulato con garbo e senno, se per tutto il film mi sono mangiato anzi divorato le unghie come un’adolescente (e si badi, c’è l’apostrofo) e se nei due "incontri" tra Lizzie e Darcy (sotto la pioggia, e all’alba) mi sono sentito come una liceale innamorata, e mi mancavano solo la copertina e il cioccolato.

E invece, mi sa che è merito di Jane Austen. Ma chapeau a tutti gli altri, eh, che non s’abbiano a male.

[Future Film Festival 2005]
Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro (Wallace & Gromit in The curse of the were-rabbit)

di Steve Box e Nick Park, 2005

Tema
Scrivi un pensierino sulla gita scolastica di giovedì.

Svolgimento
Giovedì pomeriggio la mia maestra ci ha portato a me insieme coi miei compagni di classe a vedere un cartone animato al cinema. La mia maestra ha detto che c’era la fiutur festa ma io non so mica cos’è però c’era tanta gente in coda e c’era gente strana. La mia maestra non ci ha portati tutti perché era illegale entrare a noi che siamo piccoli allora ha preso quelli che sembravano che erano più grandi e così ci avevano fatto entrare ma poi alla fine siamo venuti solo noi che siamo ricchi che costava sette euri. La mia maestra ci porta sempre a vedere e sentire le cose perché le piace l’arte e lei dice sempre che è cinefila che non sappiamo mica cosa vuole dire ma io e i miei compagni facciamo sempre dei giochi di parole divertenti su questa parola cinefila. E poi la mia maestra ascolta musica strana e tutti la chiamano il topo modesto e lei ci ha spiegato che è il nome di un gruppo di musica ma ho cercato su googl e trovo solo un blog e comunque lei non sembra un topo anzi è carina e poi è alta come noi. Insieme a me e alla mia maestra c’erano altri miei compagni che poi erano: il Stibba che è quello più alto di tutti che la maestra quando dice che parla come Bombolo mi fa ridere anche se non sappiamo mica chi è questo Bombolo però ci fa ridere il nome, e c’era il Cinna che è il mio compagno che vuole picchiare tutti ma io lo stimo molto perché è molto bravo a giocare con i videogiochi, e c’era anche il Checco che si era appena tagliato i capelli perché il preside con quei capelli sporchi e coi rassa non lo voleva più vedere e poi diceva anche che Checco fa casino, sciopera, contesta, sobilla ma non so mica cosa vuole dire sobilla, e c’era Roberto che è l’unico che aveva lo zaino con il pranzo al sacco ma poi la maestra ha detto che non c’era bisogno e siamo andati a mangiare la pizza e lei ha bevuto tantissimo vino e noi la cocacola e abbiamo preso la margherita ma Lorenzo anche la pasta perché mangia tantissimo. Mi spiace che non c’era il Bertola che ha la varicella ma la maestra dice che è normale a otto anni e che passa in fretta. Speriamo che passa in fretta perché il Bertola ci manca che fa sempre le battute ma però sono invidioso perché è il cocco della maestra e prende bravissimo nei temini. Allora poi eravamo nel cinema e si sono spente le luci e io ho chiesto alla maestra che film era e lei mi ha risposto che era un cartone animato inglese. A me i cartoni animati mi piacciono e allora ero contento, e poi era iniziato e c’era un uomo che si chiamava Uollas con un cane che non mi ricordo il nome, e poi c’erano tanti conigli molto carini e buffi, e poi l’uomo diventava un coniglione, e il cane salvava tutti, e c’era anche una signora elegante e antipatica che sembrava una carota ma sembra che a Uollas piaceva, ed è stato tutto bellissimo e io e i miei compagni di classe eravamo contentissimi e abbiamo riso tanto e anche la maestra era contentissima come quando presempio Uollas si sveglia e c’era una macchina che lo faceva sedere a fare colazione e lui non deve fare niente. Io lo invidio Uollas perché la mattina mia mamma mi sveglia alle sette e io voglio dormire di più e quella macchina è il mio sogno. Solamente ad Andrea non è piaciuto ma a lui non piacciono i cartoni, perché lui è già vecchio dentro e gli piacciono solo le bambine ed è triste. Che schifo le bambine! Preferisco le macchine che ti fanno la colazione e i cani che leggono il giornale che sono buffi. Quando siamo usciti dal cinema c’erano dei signori che avevano delle facce molto arrabbiate e tristi e dicevano che i soldi gli avevano fatto male ma non so a chi e che i corti erano molto più belli e allora io che non capivo di che corti parlavano e lo sanno tutti che sono uno che attacca i bottoni come dice sempre lo zio sono andato lì e gli ho tirato la giacca e gli ho chiesto perché non gli era piaciuto e ho detto che a me mi è piaciuto tanto e che mi è piaciuto quasi quanto la sposa del cadavere di quel signor Barton che piace tanto a papà. Loro quei signori mi hanno guardato e hanno riso e hanno detto che ero uno sbarbatello che non ho mai sentita questa parola e poi mi hanno dato una pacca sulla testa e sono andati via così ho pensato a una parolaccia bruttissima ma domani mi confesso perché l’ho pensata davvero brutta. Che poi la maestra mi ha detto che questo film esce al cinema il tre di marzo, che visto che io compio otto anni il sei di marzo me lo faccio regalare dal papà, cioè mi faccio regalare che mi porta al cinema a rivederlo. Non vedo l’ora di rivederlo, è stata una bellissima giornata e anche istruttiva.

Ci sarà l’occasione per scrivere un post normale sul meraviglioso film di Steve Box e Nick Park. Prometto che lo farò, magari quando lo rivedrò a marzo: oggi me la sento così. Nel frattempo, vi consiglio di attenderlo con ansia.

Un saluto particolare al Stibba, al Cinna, al Checco, a Roberto e alla maestra.

Match point
di Woody Allen, 2005

Se Match point è a tutti gli effetti una sorta di reprise di Crimini e misfatti, di cui riprende almeno un assunto narrativo e l’idea di fondo (tacciando chi aveva superficialmente parlato di un film "per nulla alleniano"), nel film del 1989 lo sguardo assolutamente pessimista sul genere umano era in qualche modo – relativamente – moderato dalla presenza di Woody. Non tanto quella più comica, ma quella del finale in cui il suo personaggio avvertiva la presenza del male e permetteva un’identificazione spettatoriale. Qui non più c’è spazio per niente del genere.

Un’altra storia di baratto tra la coscienza – là religiosa, qui laica – e la stabilità sociale non ha quindi più un controcampo nello sguardo stupito e tutto sommato allegro dell’Allen-attore. Che si chiama fuori, dietro la macchina e in platea, e ci chiama ad osservare questa storia di paura e desiderio così come lui ce la presenta: con una lucidità glaciale, antropologica e distaccata, ma nerissima, che ha il peso di un vero e sanissimo pugno nello stomaco, e che ricorda a tratti i thriller borghesi di Haneke e Chabrol.

Si aggiunga a ciò una scrittura perfetta, sia nei dialoghi – "brillanti" in senso molto diverso dal solito – che nella struttura (i mille presagi nella prima parte, i mille rimandi nella seconda), e una gestione dei tempi (suspence statica e dinamica), degli spazi profilmici (il dentro e il fuori, si usa dire) e linguistici (campo, controcampo, fuoricampo), e soprattutto della colonna sonora (lirica, non usata in modo "lirico" ma spesso in contrasto) che in lui poche volte era stata più accorta e precisa.

Match point riesce inoltre ad essere sia un film sulla menzogna sociale, i cui perni sono Chris e la sua doppia bugia, e quindi un altro ritratto impietoso delle "regole del gioco" della società, in cui due personaggi cercano di emergere smarcandosi dalla mediocrità che li caratterizzerà sempre perché "alieni" (un’americana e un irlandese) a meno di non trascinare nella loro carne quelle stesse menzogne di cui la società è fatta e su cui sopravvive, sia un film profondamente filosofico – anche se molto, forse troppo, esplicito – sulla sorte, sul caso, e sulla "fortuna", che trascina gli esseri umani tragicamente e "liricamente" verso un ordine e/o verso un capitombolo.

Un Allen inquietante e doloroso, matematico e a momenti magistrale, il suo film migliore da tanti anni a questa parte. Bentornato.

Harry Potter e il calice di fuoco (Harry Potter and the goblet of fire)
di Mike Newell, 2005

La trovata migliore nell’adattare una saga ormai divenuta industriale è stata quella, forse in un primo momento disperata, di affidare a registi diversi per provenienza e per curriculum i vari capitoli: la stessa idea di riutilizzare Columbus fu artisticamente disastrosa. E così, dopo il soprendende terzo capitolo, ecco le avventure del giovane mago inglese in mano (finalmente) ad un regista inglese.

E Mike Newell, che sappiamo essere regista di ottimo mestiere, rovistando nel Calice di fuoco, trova facilmente materiale con cui giocare a suo piacimento. Perché questo è il libro dove, soprattutto, si consolidano i rapporti, si cresce sentimentalmente, si comincia ad entrare nel "delicato selciato dell’adolescenza". Le prime coppie, i "primi batticuori". Brr, la smetto. Comunque, per metà abbondante della sua durata Harry Potter 4 è questo: una vera e propria commedia dei sentimenti, con i personaggi che si desiderano l’un l’altro, in un balletto (non solo metaforico) ormonale di frasi non dette e qualche doppio senso, ricerche amorose e tanta foia. Cose che, nella cupa cornice di Hogwart, sono quanto di più bizzarro possa venire in mente.

Ma questo è anche il libro dove succede quello che succede alla fine (non voglio rivelare, se lo sapete peggio per voi). Per cui, dopo un’ora e mezzo di questa strana pochade, c’è la parte subacquea – pazzesca, quasi visionaria – quella del labirinto – claustrofobica e da incubo, quella sì quasi horror – e lo scontro finale, un po’ George Lucas e un po’ Ken Shiro. Tutte sequenze con i fiocchi, con i cazzi e i controcazzi.

Va bene, ci sono gli ovvi limiti dichiarati di un prodotto che deve essere masticabile per un altro tipo di pubblico. Va bene, l’episodio di Cuaròn era forse – un dito – migliore. Va bene, ci sono ancora delle difficoltà (ma sempre meno) per i non-iniziati. Ma questa è una saga sempre più divertente e coinvolgente, e sul finale persino commovente: diciamolo, non è più tutto un giochino da bambini, e l’avevamo già capito. Qui ora c’è la morte, con cui fare i conti.

Viste le aspettative ribassate dall’entusiasmo malcelato per il terzo episodio, è inutile negarlo: questo maledetto Harry Potter ci piace sempre più. Continueremo a non leggere i libri della Rowling perché si ha di meglio da fare nella vita, ma i film del maghetto – sempre più insopportabile alla vista – li attenderemo con ansia.

Hermione invece è sempre più carina ed sempre più brava la sua interprete Emma Watson. Ci garba. Ma c’è un conflitto d’interesse, perché qui si farebbero carte false per Katie Leung. Che è pure maggiorenne e non si va nel penale.