Regno Unito

Oliver twist
di Roman Polanski, 2005

Oliver Twist, caso strano di eroe di un romanzo il cui protagonista è in realtà tutto ciò che sta fuori da lui, è come un perno intorno al quale gira il mondo. Ed è un mondo brutale e violento, quello che Oliver vede con i suoi occhi innocenti e impotenti, l’immagine di una civiltà fumosa e buia anche se accesa da timide candele di speranza, una civiltà che mangia i suoi figli brutti, sporchi e cattivi con il furore di un Saturno industriale. E fin qui, poco merito a Polanski, molto a Dickens. Eppure.

Eppure Polanski – anche se non non è amore in queste vesti, perché lo si preferisce quando osa e turba: non lo fa da undici anni – non forgia solo una rappresentazione fluida del mondo dickensiano limitandosi ad un dichiarato (ma solo apparente) adattamento-copycat, ma stupisce per come riesce, dopo un’abbondante metà in cui si segue facilmente il film e lo si apprezza moderatamente e senza alcun entusiasmo, riesce a seminare nei suoi personaggi una vorticosa profondità.

E sono questi i tratti più distintivi del film, sono i cambi di rotta dei personaggi. O la loro feroce coerenza. L’urlo di Dodger dalla finestra, la fatale barbarie di Sykes, e soprattutto Nancy: il suo dolore, la sua rassegnazione, il suo gesto martire, le sue urla e la sua morte. Un rivoletto di sangue all’uscio è il suo lascito umano: brava, bravissima Leanne Rowe.

E ci pare pure strano, ma è difficile non rimanere commossi durante la sequenza finale, durante i passi infiniti nel buio del carcere, verso la cella, verso la preghiera, verso il perdono. Che lo sai, te lo aspetti, ma ti stringe comunque il cuore. Solo questione di professionalità, forse, ma Polanski ne ha ancora da vendere.

E non si faccia l’errore di considerare Polanski un traditore che ha abdicato al classicismo: anzi, è anche (anche se non soprattutto) per film come Tess e Il pianista che lo amiamo, perché nonostante si appiattisse volutamente sul piano iconografico faceva scaturire il suo sguardo sull’essere umano – spesso impietoso e spesso impietosito – proprio da quei paesaggi calligrafici e/o da quei movimenti di macchina fin troppo calibrati.

E questa 26ma versione del romanzo dickensiano non fa eccezione all’eccezione stessa: non sapremmo che farcene, di un simile Oliver Twist. Eppure, eppure sì, ma sì, ci piace.

The descent – Discesa nelle tenebre (The descent)
di Neil Marshall, 2005

"How do you give a lemon an orgasm? You tickle its citrus!"
"Che cosa fanno due agrumi da soli? Si mettono a limonare!"

Si era visto in Dog soldiers, che Marshall ci sa fare. Ci avevano avvertito, molti dei fortunati che l’hanno visto a Venezia, di stringere i denti. E qui non siamo di fronte solo ad un horror bello e spaventoso. The Descent, viaggio verticale, oscuro e rossosangue, in un abisso tutto interiore, è un’esplorazione completa e terrificante delle figure classiche del buio e del chiuso, e delle paure a loro annesse.

Certo, i mostri sono creaturine orripilanti con orecchie a punta, occhi spiritati e urli striduli: ma non c’è un momento in cui questa scelta si dimostri facile o ridicola. Perché quello che ci fa più paura non sono i "vampiri", dopotutto in preda ad una fame atavica. A spaventarci sono queste sei donne, fighe e sportive, che si spezzano le ossa e si fracassano contro le rocce, che prendono il piccone in mano e massacrano il nemico, che si riempiono di sangue, lottano nel sangue, ci fanno il bagno, la lotta, nel sangue, che si uniscono, si tradiscono, si vendicano. A spaventarci è che noi vediamo più di quanto loro non vedano. La nostra focale visiva è quella dei mostri.

L’incipit toglie il fiato: un vero incubo, rappresentato con una lucidità e un’impietosità impressionanti. E il finale non è da meno. Un film crudele e senza tregua, violento e sanguinario, misantropo più che meramente misogino, oscuro, tesissimo e allucinato. Un film che è riuscito a farmi fisicamente tremare, anche dopo la fine dei titoli di coda. Ben più che una conferma.

Al cinema c’era anche Infamous. Che ha gradito.

Dog soldiers
di Neil Marshall, 2002

"What scares you?"
"Spiders. And women. And spider-women."

Il lungometraggio d’esordio del giovane regista uscito poi alla luce con The Descent (nelle sale or ora) ha una dote enorme per questo tipo di horror: l’umiltà e l’attaccamento al puro divertimento. Nonostante i suoi personaggi siano militari in esercitazione nelle Highlands scozzesi, Marshall rifugge insomma possibili letture politiche, lasciando tutto il suo interesse alla paura e (meno) alle psicologie dei personaggi, confezionando un buon prodotto horror, con rapporti interni molto delineati. Il che è già molto per un’opera prima – inglese, per di più.

E mette pure strizza: non da subito, perché cresce a fatica, ma tutta la seconda parte è ottima, e il finale è una bomba. Alcune ristrettezze del budget sono accantonate attraverso i classici sotterfugi (nebbie, fuoricampo, ombre), ma quando si tratta di mostrare i licantropi, Marshall non fa una grinza, e noi alla fin fine lo si ringrazia.

Buona sceneggiatura del regista stesso (costruita intorno a una "sorpresa" che però si intuisce presto), regia mobilissima e nervosa, cast ottimo. Buon successo nei festival di genere, da noi è arrivato solo in dvd.

The League of Gentlemen’s apocalypse
di Steve Bendelack, 2005

"You my friend are f-u-k-t, fucked!"

Premessa essenziale: che diavolo è The League of Gentlemen? Si tratta di una serie televisiva inglese, creata da un omonimo gruppo di comici (Jeremy Dyson, Mark Gatiss, Steve Pemberton, Reece Shearsmith), e in onda sulla BBC dal 1998. Bizzarro show che si rifà al cinema horror prendendo per i fondelli la provincia inglese fatto di sketch costruiti intorno alla location immaginaria di Royston Vasey, i cui personaggi sono interpretati in gran parte dagli ultimi tre Gentlemen, è da noi assolutamente sconosciuto, ma in patria è da sempre oggetto di culto. The League of Gentlemen sta insomma a quest’ultimo decennio come il Flying circus stava agli anni ’70. Con le dovute distinzioni, ma per capirci. Detto questo, il film.

The League of Gentlemen deve essere interrotto: i quattro sono a corto di idee e vogliono "provare strade nuove". A Royston Vasey, collegata al mondo reale tramite un passaggio nei sotterranei di una chiesa retta da un’intrattabile reverenda con il rossetto sui denti (!), si avvicina l’ovvia apocalisse annunciata da due profezie: una tremenda tempesta e la copiosa eiaculazione di una giraffa (!). E così, alcuni dei personaggi della serie, scoperta la propria natura di "macchiette", entrano nel nostro mondo e si ribellano ai loro interpreti, cercando di far cambiar loro idea. E come se non bastasse, uno di essi entra nella sceneggiatura del film (!) che gli autori stanno scrivendo per sostituire League, un fantasy-horror in costume.

Per chi (come me) non ha mai visto lo show televisivo, è difficile comprenderne subito lo spirito e la natura, e impossibile cogliere probabilmente infiniti riferimenti alla serie tv. Ma Apocalypse è indubbiamente divertente fin da subito (la musica thriller che si rivela una suoneria), è sgradevole ("I made a brown fish!"), volgare e scorretto (una tra tutte, la scena del confessionale) ma è realizzato con una cura (visiva, narrativa, fotografica) che non inventa niente di nuovo ma che ha ben poco di televisivo, e soprattutto è carico di un’autoironia (autodistruttiva, visto il massacro finale) che si fa perdonare tutto, dalle parodie di Shining, allo sfottò verso Mr. Bean, ai momenti in cui pare prendersi persino un po’ troppo sul serio.

Paradossale, demenziale e apparentemente sregolato. Ma, sotto sotto, molto raffinato: si capisce dalla solidità con cui è governato questo vero e proprio caos, persino quando i tre mondi collidono, nonché dal talento dei tre attori, e da finezze come quella che chiude, circolarmente, il film. Con un colpo di coda.

Papa Lazarou, che nel Regno Unito è una star, entra nei nostri cuori smaniosi di cult, vomitando una ciocca di capelli.

Già acquistabile online in dvd. Per esempio, su Play.com. Tanto nelle sale italiane ve lo scordate, e per una volta comprendo il perché.
Per saperne di più, consultate la (ricchissima) voce dedicata allo show e al film su Wikipedia.

Shaun of the dead, Edgar Wright 2004

Shaun of the dead (L’alba dei morti dementi)
di Edgar Wright, 2004

C’è uno strano paese in Europa dove un film altrove applaudito e amato da pubblico e critica non solo viene stupidamente ignorato per le sale dai distributori per finire direttamente sugli scaffali delle videoteche (peraltro con un bel dvd, ricchissimo di extra), ma guardate che razza di titolo idiota gli viene affibiato. Allora perché non “Se mi uccidi ti mangio”? Perché non “La mia grossa grassa carneficina zombie”? E che ne dite di “Zombie bastardo”? I dementi, qui, non sono certo i morti: benvenuti in Italia, Signore e Signori.

Brutta giornata per l’impiegato 29enne Shaun: il suo coinquilino e migliore amico Ed è una larva e mina l’ordine casalingo, il lavoro è frustrante e il suo patrigno è odioso, la ragazza decide di lasciarlo perché è stufa di passare le sue serate al Winchester Pub con Shaun e Ed, e come se non bastasse ci si mettono pure i morti viventi. Raccontato così sembra un qualsiasi patetico horroraccio di serie Z degli anni ’80, ma non lo è. Anche se forse così nasce, come un gioco tra amici cinefili cresciuti a pane e Romero, che sognavano fin da ragazzini di fare uno zombie movie. Ma quello che conta è il risultato.

E il risultato, che non è affatto – il rischio c’era – uno sterile spoof della trilogia romeriana, è sorprendente: Wright e il protagonista e co-sceneggiatore Simon Pegg (già creatori di una serie chiamata Spaced, da noi sconosciuta) hanno creato un ibrido divertentissimo che mescola una commedia brillante tipicamente british (l’understatement britannico è ritratto come uno stato di pre-zombismo) ad un horror “purista” e citazionista che prende a piene mani, a volte scherzando ma mai mancando di rispetto, da Carpenter, Landis, oltre che ovviamente da Romero. Senza staccare forzatamente i due toni o insistendo su uno o sull’altro, ma fondendoli in un’amalgama miracolosa.

Spassoso, intelligente e senza un attimo di tregua, il film basa la sua forza su un’ottima sceneggiatura che anticipa circolarmente nella parte più “comedy” l’incubo a venire (tutti gli avventori ricompariranno poi “zombificati”, ogni frase detta avrà un tornaconto negli eventi), su un senso di partecipazione sul set (dove erano tutti amici e compari) che per una volta non trasforma tutto in goliardata idiota, e sull’idea geniale di ambientare tutta la vicenda nei sobborghi residenziali e non nei “centri turistici”: ve li immaginate gli zombi a Borgo Panigale?

Impossibile resistere alla parlata cockney di Pegg e del formidabile Nick Frost: caldamente consigliata la lingua originale.

[the returner]



Pur con un ritmo probabilmente decelerato almeno fino a settembre, e in attesa di un post arretrato e procrastinato all’infinito (si tratta dell’ultimo bellissimo film di Romero), il blog riapre.



E mentre il v.u.b. scopriva che a Narnia gli animali parlano solo se li sai sentire, che Via del Campo fa davvero piangere e non se n’era mai accorto, che sui giovani d’oggi forse aveva ragione Manuel Agnelli, e che la Sicilia da lui esplorata in fretta ma con passione è forse il paradiso terrestre (o meglio), nei cinema sono usciti due film di cui da queste parti si è già parlato. E se n’era parlato bene.



Il primo è Breaking News, è uscito il 5 Agosto, ed è il primo film di Johnnie To ad essere distribuito in Italia. Ovviamente se lo trovate ancora in giro, lo consiglio più che vivamente, un po’ perché vale la pena di scoprire (finalmente anche noi) l’Autore hongkonghese che è tra gli ultimi pochi baluardi di un cinema mitico che forse non c’è più, un po’ perché questo è, tra i suoi lavori recenti, uno dei più riusciti. Attendendo Election, che uscirà in Autunno. fate un salto al multisala: non dovrete nemmeno spegnere il cervello come al solito.



Il post, qui




Il secondo film, uscito ieri 12 Agosto con un inspiegabile mese d’anticipo rispetto a quanto preannunciato, e con un lancio peggio che suicida (praticamente inesistente, senza contare la ridicola data d’uscita) è la Guida galattica per autostoppisti, attesissima riduzione cinematografica ad opera di Garth Jennings del primo capitolo dell’omonima saga letteraria del compianto Douglas Adams, visto in anteprima al primo Biografilm Festival di Bologna. E se i libri di Adams sono insuperabili, il film possiede una inaspettata e apprezzabile coerenza con il testo d’origine ed è comunque un vero spasso, con alcune trovate (soprattutto di adattamento) davvero geniali. Provare per credere. Su, andate al cinema: almeno fa fresco.



Il post, qui



Il 5 Agosto, oltre a Breaking News, la tremenda spinta orientofila ferragostina ha fatto uscire pure (chissà dove) Silver Hawk (di cui in giro si legge peste e corna) e il giapponese Returner di Takashi Yamazaki, visto lo scorso Gennaio al Future Film Festival di Bologna. Oltre ad essere proprio brutto, il film è stato pure trattato in sede di montaggio come il fondo di barile che è. Se volete andate pure, ma poi non dite che non vi avevo avvertito.


Il post, qui.

[il cinema ritrovato XIX]

Day five: 06/07/2005

Cento anni fa: i film del 1905

Programma n. 5. Protagonisti ed eroi (e niente divi)

Presenta Mariann Lewinsky

Accompagnamento al piano di Maud Nelissen

LOÏE FULLER (Francia/1905) Prod.: Pathé

LE PAPE LEON XIII AU VATICAN (France/1903) R.: Peter Elfelt

HUNDETHEATER (Francia/1908)

VIE DE MOISE (Francia/1905) Prod.: Pathé

PREMIÈRE SORTIE (Francia/1905) Prod.: Pathé Int.: Max Linder

LES FARCES DE TOTO GÂTE-SAUCE (Francia/1905) Prod.: Pathé

OUR NEW ERRAND BOY (Gran Bretagna/1905) R.: James Williamson. Prod.: Williamson Kinematograph Co.

UNTER DEM MIKROSKOP: LARVE DER WASSERFLIEGE (Gran Bretagna/1903) R.: F. Martin-Ducan Prod.: Charles Urban Traiding Co.

LE DÉJEUNER DU SAVANT (Francia/1905) Prod.: Pathé

DER KLEINE VIELFRASS (Francia/1905) Prod.: Pathé

OUR BABY USA (USA/1908)

RESCUED BY ROVER (version 2) (GB/1905) R.: Lewin Fitzhamon Prod.: Cecil Hepworth

MIXED BABIES (Gran Bretagna/1905) R.: Frank Mottershau. Prod.: Sheffield Photo Co.

Il quinto programma dei bellissimi "cento anni fa" della Lewinsky è incentrato sulla riconoscibilità e sullo statuto dei protagonisti prima della nascita del divismo. Oltre alle celebrità del tempo (il Papa come Loie Fuller dei Folies Bergere), più interessante è la terza parte, i cui protagonisti sono gli animali. L’anima circense del cinema si concentra sulle qualità fotogeniche dei canidi (straordinarie, anche se ai nostri tempi questa exploitation non sarebbe accettata), fino ad arrivare ad uno dei film più celebri del periodo, declinato in molte versioni nel tempo: Rescued by Rover, in cui un bellissimo cane salva la vita di un bimbo rapito da una zingara.

Les farces e Our new errand boy (spassose collezioni di scherzi di un crudele ragazzino anarchico ai danni degli adulti) sono quasi identici: uno è il remake dell’altro, e non si sa quale venne prima. Sono passati cent’anni e sembran mille.

Mi preparo a godermi un’immeritata e variegata vacanza: tra poche ore (tempo di fare un esame – a brevissimo – e viaggiare) non sarò più a Bologna. Il Cinema Ritrovato, per quanto mi riguarda, finisce qui. A chi resta, buona visione.

My summer of love
di Pawel Pawlikovsky, 2004



E’ davvero un dispiacere vedere un regista che butta via un buon soggetto con una sceneggiatura atroce che nasconde l’imbarazzo sotto l’improvvisazione, l’incertezza sotto la "pausa artistica". Altrettanto uno che rovina un progetto fotografico interessante, basato sul contrasto tra la città "sotto" – postindustriale, cupa, abbandonata, polverosa – e la natura "sopra" – lucente e sensuale, in cui la superiorità "nietzschiana" è riuscire a trovarla, a vederla, a goderne – con una regia inetta capace solo di fare continui zoommettini, forse anche qui per nascondere qualcosa. Una certa indecisione? O incapacità?.



Peccato davvero, perché stavolta non è solamente un brutto film, ma è davvero un’occasione sprecata. Sprecate le due attrici di travolgente ma inconscia bravura (soprattutto Emily Blunt, bellezza feroce – quasi una sosia di Keira Knightley) e sprecata la delicatezza onesta spalmata sulla pellicola, volendone fare, in buona fede ma solo in teoria, un’inno alla libertà e un urletto di rivolta contro gli integralismi e il soffocamento sociale. Tutto molto british quindi, e per questo è sprecato il ritratto cinico e violento di Paddy Considine dell’englishman impazzito dalla perdita del baricentro e dedito a un culto improvviso e parossistico.



E come se non bastasse è doppiato da schifo come pochi film recenti (manomissioni cartoon a parte), e per tutto il film non vedi l’ora di uscire a fumarti una sigaretta (o a chiacchierare, se non fumi), perché ti stai proprio irritando. Oh, gosh.



Nelle sale italiane dal 17 giugno 2005.



Ma il 17 giugno esce anche La Samaritana di Kim Ki-duk, che è un capolavoro. Il post linkato è stato scritto molti Kim Ki-duk fa, ma confermo: il suo secondo più bello dopo Bad guy, un gradino sopra Ferro 3. Quindi se andate a vedere My summer of love vuol dire che proprio ve la cercate. E comunque se cercate ragazze seminude e brividi saffici, ehi!, ci sono anche nella Samaritana. Sì sì.

[BiograFilmFestival 2005]

Guida galattica per autostoppisti (The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy)

di Garth Jennings, 2005

L’omonimo libro di Douglas Adams è uno degli oggetti più interessanti e bizzarri della letteratura popolare contemporanea: innamorato (ma irrispettosamente) dei linguaggi della science-ficion, infarcito di controcultura satirica con più di un’attacco pythoniano alle istituzioni burocratiche inglesi, ricchissimo e irresistibile. Ma nonostante Adams avesse scritto una sceneggiatura per lo schermo prima di morire (e nonostante il libro fosse nato come serie Tv), non si era ancora riusciti ad approdare sullo schermo.

E non si capisce perché, visti i risultati: Jennings (responsabile di uno dei videclip più geniali degli ultimi anni), rappresentando un mondo molto simile a quello immaginato da Adams senza dover modificare granché del libro, realizza un’opera davvero divertentissima. Forse non all’altezza del libro, ma cosa importa: ci si immerge nella vicenda con appagante leggerezza e senza un attimo di respiro, con tocchi visionari degni del miglior Gilliam (quasi un tacito nume tutelare, visto anche l’umorismo british), ed una rappresentazione insperabilmente perfetta della guida stessa: gli inserimenti delle "voci" dell’enciclopedia galattica non sono mai forzati, e la sua visualizzazione grafica, degna di Bozzetto, è perfetta. E il testone di Marv, robot depresso, è bellissimo.

La cosa migliore per me, che ho letto anni fa buona parte della saga (quattro libri di cui questo film "è" solo il primo) e che dopo una strana rimozione non rammentavo granché dei singoli eventi, è stata riavere in mente quasi tutti i passaggi, e goderne in modo viscerale. E comunque sempre con le lacrime agli occhi dalle risate. Ma sono sicuro che anche i non-iniziati si divertiranno da morire.

Da applausi a scena aperta la scena del capodoglio.

Nelle sale italiane dal 16 settembre 2005.

Jabberwocky
di Terry Gilliam, 1977



Tratto da un celebre racconto in versi di Lewis Carroll, Jabberwocky è il primo vero film di Terry Gilliam (Holy Grail, codiretto da Terry Jones, è del 1975) ed il primo senza i Monty Python. "Senza" per modo di dire, se il protagonista assoluto è Michael Palin e il film si apre sul volto urlante di Terry Jones. In più, la comicità è figlia diretta di quella creata dal rivoluzionario gruppo di comici britannici, anni prima, in tv.



In definitiva molto inferiore alle opere successive del regista, così come ai film dei Python: non possiede la spinta visionaria dei primi, né l’irresistibile anarchia dei secondi. Tanto di più se si pensa che i materiali di Jabberwocky e di Holy Grail (ma anche dell’ossessione medievalista nel cinema di Gilliam) sono molto simili. Nonostante questo, grazie anche a una coesione narrativa che i Python non si sognavano nemmeno di portare in campo, è un’operetta molto divertente, terribilmente demenziale, lievemente satirica, con parecchie cadute di ritmo ma decisamente da recuperare.



Impressionante in alcune scene (come in quella della morte del padre) il lavoro fatto da Gilliam e dal direttore della fotografia Terry Bedford sulla riproduzione dell’iconografia medievale: ammirevole, per un film "comico". Molte le scene a ricordare, ma tra tutte è davvero da rotolarsi a terra quella del torneo, in cui il re e la principessa chiacchierano amabilmente, sempre più grondanti del sangue dei cavalieri.



Purtroppo assenti i leggendari disegni di Gilliam, limitati al fondale della scena finale. Ma il "mostro" è una creatura degna dei suoi deliri pittorici.



Cercavo questo film da anni: visto in una buona edizione dvd italiana, miracolosamente non doppiata e provvista persino di audio commentary.

Millions

di Danny Boyle, 2004

Comincia anche bene, Millions. Una fuga per i campi gialli, una "casa dei sogni" che si costruisce sopra la testa. Sfoggio di tecnica ingiustificato, d’accordo, ma in un incipit si sopporta. Ecco, magari non in tutto il film: un film per famiglie girato come fosse Trainspotting. Il fragore eccessivo, abbinato a una storia (e soprattutto a un punto di vista) che avrebbe avuto bisogno di un po’ di delicatezza in più, riesce spesso ad infastidire e irritare.

Millions è una specie di reprise del bellissimo Shallow grave: una valigia piena di soldi (un’ossessione?), il potere del denaro di renderci stupidi e abbietti. Ma dove là c’era uno sguardo impietoso e sarcastico sull’oggettivazione delle relazioni umane, qui a strada percorsa è quella opposta dell’innocenza (non ferita) e dell’altruismo dei bambini. E andrebbe anche bene, se non fosse per le zuccherose manfrine.

Ci si deve accontentare (al di là dell’oggettiva bravura tecnica di Doyle, che non può bastare) dell’unica buona idea: le visioni dei santi, in cui Boyle dimostra di avere ancora coscienza, originalità narrativa oltre che estetica, senso dell’humor. Il bambino (Alexander Nathan Etel, bravissimo) che quando vede un santo recita a memoria le date di nascita e morte fa scompisciare. Santa Chiara d’Assisi che si fuma una canna non è il massimo dell’umorismo, ma io mi sono divertito.

Comunque, messi i puntini sulle "i" e già spiacenti perché 28 giorni dopo ci era piaciuto molto di più, la prima parte è anche piacevole. I problemi vengono dopo. Infatti, se la lunga sequenza che introduce il finale è già un doloroso trascinamento di testicoli, il finale è davvero quanto di più agghiacciante possiate immaginare, e ha la capacità di buttare alle ortiche quanto (non troppo) di buono fatto fino ad allora. Maledizione.

La morte sospesa (Touching the void)

di Kevin MacDonald, 2003

"

[remainder]

E’ uscito ieri nelle sale italiane Vanity Fair – La fiera della vanità, il film di Mira Nair presentato lo scorso anno in concorso a Venezia, dove l’ho visto. Il post è qui.

Sinceramente, quella sera fui colpito dal più micidiale dei cinesonni, perdendo più volte il filo nella parte centrale. Quindi non saprei che dirvi: fate voi. Di certo non è un buon segno, ma non è detto che sia stata tutta colpa sua: a quanto leggo da quanto scrissi, l’inizio e la fine sono molto piacevoli. Se vi basta…

La tomba di Ligeia (The tomb of Ligeia)
di Roger Corman, 1965

L’ultimo degli adattamenti cormaniani dai racconti di Poe è un bellissimo piccolo film, che sa trattare la materia dell’angoscia e dell’ossessione con mezzi spartani, sa stupire (come l’efficacissimo incipit), anche osando a tratti (la scena onirica). Davvero adorabile, a patto di ignorare del tutto le derivazioni (stilistiche e drammaturgiche) dall’opera di Bava. Tanto per fare un esempio da ignorante, La frusta e il corpo.

Di grande fascino le interpretazioni, e geniale la scelta hitchcockiana del doppio ruolo affidato a Elizabeth Shepherd. Che comunque nulla può contro l’immensa statura di Vincent Price.

Scala al paradiso (A matter of life and death)

di Michael Powell & Emeric Pressburger, 1946

"Dovrebbero mettere il technicolor anche lassù… siamo così palliducci!"

Quand’ero piccolo, avevo una vera passione per tutti quei film in cui si rappresentano i caratteri dell’aldilà, paradiso o inferno che sia. Nonostante ciò, questo film, che è in realtà il caposaldo insossidabile di tali visioni, mi è sempre sfuggito, prima a causa dell’infantile riluttanza verso l’anno di produzione, e successivamente per la mia distrazione televisiva.

Non esagero: Stairway to heaven (il titolo americano, mister Plant), almeno per una metà abbondante, e a prescindere da una Vhs in pessimo stato e con una quantità di buchi da far venir le lacrime (come vorrei un buon dvd restaurato!) è una delle cose più belle che vi possa capitare di vedere. Viaggio grafico e allucinatorio: l’aldilà è un bianco/nero minimale ed espressionista, l’aldiqua un techicolor barocco e passionale. Geniale.

E spassosissimo, come tutti i dialoghi con l’angelo rivoluzionario francese, ma anche terribilmente e irresistibilmente romantico: non solo i due protagonisti si innamorano delle reciproche voci a un passo dalla morte, ma è poi l’amore a trionfare e ad abbattere le barriere politiche e internazionali che vengono fuori nella visionaria e lunghissima sequenza finale del processo. Dove esce anche la Commissione politica alla base dell’opera, che però non fa sentire più di tanto il suo peso.

Lo scalone mobile con le statue dei grandi, le magiche sovrapposizioni, David Niven in formato screwball, una partita di ping-pong interrotta dal fermarsi del tempo, un paradiso accogliente e terribilmente burocratico, un’aula di tribunale che è una galassia. E le labbra rosso fuoco della dolcissima Kim Hunter.

Ragazzi, che meraviglia.

Brazil

di Terry Gilliam, 1985

Puta caso che hai due amici a casa tua che vogliono vedere un film, e puta caso che hai comprato da poco un certo dvd in edicola e non l’hai ancora messo nel lettore (beh, la prima mezz’ora sì, lo ammetto, non ho resistito), e puta caso che i tuoi due amici (ciao Gas, ciao Lillo) non abbiano mai avuto questo piacere… l’occasione fa l’uomo ladro (e fa anche il giovane cinefilo, ma questa è un’altra storia).

Comunque, ogni occasione è buona per (ri)vedere il capolavoro di un regista assolutamente (mi arrischio: e quasi sempre) geniale. Ma terribilmente sfortunato e troppo spesso sottovalutato. Da una prima parte in cui si irride, a una seconda in cui si inquieta, a un interminabile e bellissimo finale, che fa parte dei territori puri dell’inconscio: l’unico mondo libero è il mondo dei sogni.

Visionario, poetico, inarrivabile.

Come Harry divenne un albero (How Harry Became a Tree)

di Goran Paskaljevic, 2001

Una favola cinese trapiantata in Irlanda da un regista serbo. Un uomo si misura dai suoi nemici, e così il contadino vedovo Harry Maloney decide che George, uomo ricco e amato da tutti, sarà il suo.

Senz’altro quest’opera internazionale affonda le sue radici in profondità, mostrando il ritratto di un uomo che trova nell’odio la sua ragione di vita, e (con meno interesse) di suo figlio, schiacciato dall’assenza dell’amore, che è incapace ad esprimere.

Peccato che il risultato sia troppo impantanato nella sua natura allegorica e non possieda alcun ritmo, nonostante la bella fotografia di Milan Spasic, e l’interpretazione giogionesca (a voi decidere se sia un tratto positivo) di Colm Meaney. Forse troppo dramma e meno ironia del dovuto, chi lo sa. Comunque La polveriera era un’altra cosa.