The Game

[THE GAME – 1:3 – Il cinema sporco]

Zero woman: Red handcuffs (Zeroka no onna: Awai kappa)

di Yukio Noda, 1974

"Qualifications?" – "Rape, murder, arson, and rape"
"You said rape twice" – "I like rape"
(da "Blazing saddles – Mezzogiorno e mezzo di fuoco")

Sesso! Violenza! Stupro! Tortura! Frustate! Stupro! Sangue! Tette! Stupro!

Tratto da un manga che costituirà la base per una serie infinita di orribili filmacci vent’anni dopo, Zeroka no onna: Awai kappa è – o dovrebbe essere – la quintessenza spinta del cinema exploitation giapponese degli anni ’70: tutti gli elementi suddetti (con una predilezione per lo stupro) proposti da gente che recita sotto prozac per tutto il film – e minerebbe seriemente persino i nervi di un bonzo allenato – e un regista che ha dimenticato il bignami nel cesso.

In realtà in questo caso al signor Yukio Noda, umile mestierante di casa Toei (il che non fa di lui un Fukasaku, va detto), non si può negare un certo gusto grafico – l’inizio supercool e superlounge e il finalone beffardone sono davvero ottimi – e qualche buona intuizione visiva – come i flashback attraverso cui empatizzare con "il nemico" o certi eccessi quasi parodistici. Ma al di là di questo e di timidi (e pretestuali) accenni politici, Zeroka no onna è carnazza e zampillo sanguinolento, brutalità gratuita e morbosa.

Tra urla disumane, proiettili a strafottere, e centinaia di foglietti di carta che volano per aria, gli 84 minuti di questa perdonabilissima boiata potranno essere gli 84 minuti più lunghi della vostra vita. Ma ad avere stomaco forte, ma soprattutto una forte resistenza alla noia, potrà anche risultare (quasi) divertente. Ho detto quasi, eh.

Gli altri giocatori
Andrea – GokachuInfamousOhdaesuPrivate

I precedenti
# 1.1 Rubber’s lover
# 1.2 Tras el cristal
#     Tutti

[THE GAME – 1:2] Il Cinema Sporco

Tras el cristal
di Agustí Villaronga, 1987

Un occhio aperto, chiude la palpebra. Poi un obiettivo, il diaframma che si chiude. Controcampo, due piedi sollevati da terra. Controcampo, un uomo con una macchina fotografica. Controcampo, due mani legate. E’ già tutta qui, nella forza incredibile delle prime immagini, illuminate da lampi di luce iperrealista e gelidamente blu, tutta la forza e la pregnanza simbolica del film. Che poi si scopre sì – e presto – di genere, accarezzando l’horror nello scoprire la morte, corteggiando la Storia nei fotogrammi dei titoli di testa, e facendo dra(m)ma del suo protagonista. Un corpo ridotto a puro sguardo, all’interno di una tomba di vetro.

Di nuovo l’incipit: al di fuori della stanza, massimo abisso dell’abiezione umana, un occhio scruta, osserva, ama e odia. Siamo già noi, assuefatti in pochi secondi ad un atmosfera orribile e funesta, ma contratti, e attratti dalla fascinazione del male. E’ da chiaro fin da subito, che l’Angelo che apparirà alla porta della camera di Klaus siamo noi. Siamo noi, l’angelo sporcato per sempre e irrimediabilmente dalla bellezza della morte, o meglio dell’immagine(movimento) della morte. Siamo noi, lo sguardo puro del fanciullo che ripete i gesti del "padre", per compiere da un lato una vendetta impossibile, dall’altra la violazione di un percorso redentivo e suicida. Morire, no, non basta.

Il film di Villaronga è un film affascinante, tetro, lentissimo e violento, con un incipit incredibile la cui bellezza è difficile da reperire nel cinema europeo coevo. A volte imperfetto, quasi per scelta o per perdonabile ingenuità, ma con una serie sterminata di suggestioni cinematografiche e soprattutto linguistiche che non ci si aspetta da un film tanto sconosciuto, tantomeno dall’opera di un (ai tempi) film di un (ai tempi) esordiente. Un film che invece unisce sapientemente l’orrore della Storia all’orrore delle parole (una confessione rubata e poi riconsegnata), e mescola il miglior thriller italiano con il Peeping Tom di Powell, con cui condivide quello stesso sguardo insistito sulla morte e "attraverso" la morte, lo sguardo qui negato e poi ritrovato nello specchietto ribaltato di Klaus. Rovesciato, proprio come – appunto – un obiettivo.

Impossibile non stringere i denti davanti al sangue e al respiro soffocato della giovane vittima, ma il film, più che per le singole scene, di rarissima e feroce intensità emotiva, colpisce per l’atmosfera di decadenza totale e diffusa, che diventa quasi apocalittica, e che accompagna i volti (e soprattutto la casa, personaggio morente e piegato al fuoco) di Angelo, di Rena, e di Klaus. Quest’ultimo, uno straordinario corpo-immobile destinato a rivivere l’autocoscienza della propria morte, e legato al destino e al volere di Angelo. In fondo, forse, un vero e proprio angelo. Un angelo della morte, e della vita.

Gli altri giocatori:
AndreaGokachuInfamousOhdaesuPrivate
(i link appariranno entro poche ore)


I precedenti:
# 1.1 Rubber’s lover
#       Tutti

[THE GAME – 1:1] Il Cinema Sporco

Rubber’s lover
di Shozin Fukui, 1996

Shozin Fukui è uno che ha visto i primi film di Tsukamoto, tipo Tetsuo e Tokyo Fist, non li ha capiti, ha pensato che Tsukamoto fosse bacato nel cervello, ed essendo egli (lui sì) bacato nel cervello ha provato ad emulare il genio del nostro amato e ipereducato regista nipponico. Così, dopo aver fatto un film chiamato 964 Pinocchio che ora non vedrei nemmeno se mi legassero davanti allo schermo iniettandomi etere nel sedere (non è un’idea mia), il Fukui ci sforna questo film, diciamolo, questo film del cazzo, con tutta probabilità uno dei peggiori prodotti del cinema indipendente asiatico degli anni ’90. Fukui prende una storiella insulsa di esperimenti e torture senza capo né coda (e di cui si capisce poco o niente, ma che importa, se s’ha da torturà), e ci spara dentro di tutto, dalle classiche metafore horror della tossicodipendenza (è metafora uno che urla "dammi un altro schizzo"?) e delle varie deviazioni/perversioni sessuali, agli ovvi litri e ettolitri di sangue nero che sembra bava, bava che sembra sperma, e ancora sangue che sembra sangue. Purtroppo lo sperma manca, ma lo stupro c’è, non preoccupatevi. Recitato probabilmente da amici del Fukui, tra cui un certo geniale "Nao", una cumpa che si spera non abbia fatto altro per vergogna e che ora forse lavora in massa al K-mart sotto casa del Fukui, il film fa tanto "japan extreme", ma un film così fatto nel 1996 non solo è fuori tempo massimo, ma soprattutto fa ridere i polli. Anzi nemmeno, fa solo annoiare, e dopo un’oretta ti incazzi proprio. Reggerlo tutto senza saltare pezzetti è un’impresa eroica. Rubber’s lover potrebbe essere almeno provocante o provocatorio, ma non è mai e poi mai convincente, nemmeno per un minuto, nemmeno quando sfodera piani fissi lunghi minuti di personaggi che sbraitano ondeggiando come polli impazziti (ovviamente ricoperti di bava e sangue e chissà che altro), nemmeno quando sfoggia quella nebbiolina "che fa tanto zucamotto" ma che sotto la nebbiolina lo giravo meglio io in quarta ginnasio. Bendato. E almeno faceva ridere.

(ne hanno parlato anche lui, lui, lui, lui e lui)