2005

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Manhattan
di Woody Allen, 1979

Le immagini di Gordon Willis, le musiche di Gershwin, la sequenza della tempesta elettrica e del planetario.

"Why is life worth living? It’s a very good question. Um…Well, There are certain things I guess that make it worthwhile. uh…Like what… okay…um…For me, uh… ooh… I would say … what, Groucho Marx, to name one thing… uh…um… and Wilie Mays… and um … the 2nd movement of the Jupiter Symphony … and um… Louis Armstrong, recording of Potato Head Blues … um … Swedish movies, naturally … Sentimental Education by Flaubert … uh… Marlon Brando, Frank Sinatra … um … those incredible Apples and Pears by Cezanne… uh…the crabs at Sam Wo’s… uh… Tracy’s face …"

E poi una corsa per la città, e la ritrovata purezza in un mondo corrotto. Un capolavoro.

[come non detto]

Million Dollar Baby Photos

Il post lo scrivo domani.
Lasciatemi asciugare le lacrime in santa pace.

[simpatiche revisioni]

Il post, qui

Ghost in the shell, Mamoru Oshii 1995

Ghost in the shell (Kôkaku kidôtai)
di Mamoru Oshii, 1995

Dal manga di Shirow Masamune, infarcito di cartesiani e di memorie (simulate) dickiane, uno dei pilastri dell’animazione nipponica. Anche e prima di tutto per livello produttivo (e distributivo: fu il primo anime ad uscire in contemporanea sui mercati giapponesi e internazionali), e successivamente per la fama e il culto riservato degli amanti del genere.

Ghost in the shell parte come un action di fantascienza dai sottotesti sociopolitici, e si trasforma gradualmente in un trattato filosofico sull’ontologia umana. Ciò che ci rende umani, e il superamento della nostra naturaa per mano della civiltà cibernetica. Ma la filosofia Shirow e dello sceneggiatore Itô non è spicciola, ma coerente, e il film riesce a tenere in piedi le sue enormi ambizioni.

E la messa in scena di Oshii è un vero spettacolo, per di più creditrice di tantissima fantascienza successiva: gioca con gli spazi (visivi e narrativi) del reale e del virtuale con anni di anticipo sugli altri, e sa anche sfuggire dalla linearità richiesta dalla sci-fi creando una visione notturna e piovosa della città che ha pochi eguali nel genere, e non solo.

Settantacinque minuti a bocca aperta, senza respiro: stupefacente.

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Willy Wonka & the chocolate factory)
di Mel Stuart, 1971

Roald Dahl è uno degli scrittori più inluenti della letteratura per ragazzi del novecento, ed è responsabile di una marea di splendide storie, alcune delle queli al cinema hanno funzionato alla perfezione: la Matilda di De Vito, le Streghe di Roeg, la Pesca Gigante di Selick. 

Ma è La fabbrica di cioccolato il suo libro più famoso, e il film da cui è stato tratto è un delizioso, e coloratissimo oggettino pop che non sfigura tra i cult del suo decennio, e non è invecchiato quasi per niente. Merito del soggetto dello stesso Dahl, della sceneggiatura piena di invenzioni e di nonsense, di scenografie surrealiste e coloratissime, e della presenza (inquietante, a dire il vero) di Gene Wilder.

Non posso giudicare oggettivamente un film simile, su. Perché ci sono cresciuto, e ci siamo cresciuti in molti. Per alcuni è diventata una vhs impolverita dal tempo sugli scaffali di casa, per altri è ancora un vero oggetto di culto. Sono nella seconda categoria, e per di più ho dovuto recuperare con gran fatica (altrui) un divx in italiano, vista la pigra assenza di una qualsiasi edizione dvd nel nostro paese. Ed erano anni, tanti anni che non lo vedevo.

La wonkamobile, la wonkavisione ("è lassù, in milioni di pezzetti!"), il succhia-succhia-che-mai-si-consuma, la sgranocchiodeliziognagnosa, le tappezzerie leccabili, il giardino commestibile, l’oceano di cioccolato, le frizzobevande: roba che solo a sentirla nominare mi si inumidiscono gli occhi. E che dire degli Oompa-Loompa, Loompa-dee-doo?

E quindi che importa se non c’è uno straccio di regia, se il casting è parzialmente sbagliato, e se ci si chiede troppo spesso per quale motivo debba proprio essere un musical, anche se le canzoni di Bricusse & Newley sono una più bella dell’altra, tutte indimenticabili. Non ci interessa, tutta la mia generazione lo adora così com’è, e se lo trascina nel cuore.

Inevitabile parlare del prossimo remake (in realtà, riadattamento del libro) di Tim Burton, quanto inutile, allo stesso tempo, parlarne. Ma sono davvero impaziente di vedere Johnny Depp alle prese con il cappello a cilindro e il bastone di Wonka, e non solo. E sono sicuro (con un briciolo di pregiudizio ma con il senno dell’incredibile trailer), che sarà più che all’altezza, e che sarà una meraviglia.

The resurrection (Resurrection of the little match girl) (Sungnyangpali sonyeoui jaerim)
di Jang Sun-Woo, 2002

Strana la sorte di questo film coreano nel nostro paese: presentato a Bologna un anno fa, scomparso nel nulla, per poi ricomparire nei trailer televisivi, annunciato dei cinema (e recensito da FilmTv come una prima visione). E come è successo a GoJoe, passato poi direttamente al mercato homevideo. Normalmente ci sarebbe un bene: evitare il solito terribile doppiaggio italiano. Qui nemmeno quello, perché l’imperdonabile Eagle Pictures ha inserito nella copia (quella di noleggio, almeno) solo l’audio italiano. Su cui non spendo nemmeno troppe parole: la protagonista parla come una pariolina strafatta.

Per divertirsi con The ressurrection bisogna avere un po’ di pazienza: i primi tre quarti d’ora (o forse più) del film fanno gridare alla lapidazione. Scombiccherata e sconclusionata, e quindi magari sopportabile, ma idiota in modo davvero terrificante, nella prima metà di film si salva solo il personaggio di Lala ("come la Croft, ma è lesbica"), la prima scena vioenta "immaginaria" e qualche coreografia svolazzante fuori posto.

Comunque è interessante già dall’inizio subito il discorso linguistico, con la totale implementazione cinematografica del videogame, lo schermo del film che si scambia formule iconiche con quello del gioco, e gli scambi intermediali tra i due linguaggi.

Dalla metà in poi, il film diventa abbastanza godibile, e recupera punti anche perché sembra di non prendersi mai particolamente sul serio. L’ironia e lo sberleffo sempre dietro l’angolo, con citazioni spudorate a manetta (se siete stufi di schivare proiettili nell’aria densa, state subito alla larga), ma l’inseguimento delirante tra reale e virtuale dell’ultima parte è abbastanza divertente e tecnicamente molto ben fatto.

Jang azzecca anche una scena che, per quanto trasudi già-visto, è davvero memorabile: la piccola fiammiferaia che se va in giro con un mitra per la città, massacrando gente sulle note dell’Ave Maria di Schubert. Ed è intelligente il modo in cui Jang usa le musiche: sempre di contrasto, tra canzonette boy-pop (anche dal vivo, ahinoi) e una bizzarra versione disco di Besame mucho.

Due i finali, alternativi: il primo sembra l’ideale per gli insoddisfatti di un prodotto ambizioso e parzialmente irrisolto: castrante, non fa che dar loro ragione. Il secondo, che inizia durante i titoli di coda e prosegue il cammino ascendente di ritmo (ed effetti speciali) del film, è talmente assurdo, improbabile, interminabile ed esagerato da lasciare di stucco: irresistibile.

Getaway! (The getaway)
di Sam Peckinpah, 1972

Un film di poche parole, trascinato dai due protagonisti, dalla terribile carica erotica che scaturisce dai loro corpi, e dal ritmo perfetto. Con la bellissima colonna sonora di Quincy Jones a far da traino, un ritmo che alterna la stasi (sempre comunque tesissima) all’esplosione, il respiro rilassato a scene (come l’inizio, meraviglioso, o il "solito" – avercene – massacro finale) in cui il montaggio, frastagliato e estremo come spesso in Peckinpah, diventa protagonista.

Una storia di rapina e di fuga, un noir solare e on the road scritto da un giovane Walter Hill, dalla struttura lineare ma perfetta. Ma anche la storia di una riappacificazione amorosa e della fuga da un mondo in cui svanisce l’innocenza (i bambini onnipresenti, sullo sfondo, su cui i personaggi gettano sguardi malinconici) e in cui, stancamente, ci si trascina al confine con la speranza che si possa finalmente vivere, al di là della società.

Ottimistica, certo, ma senza mai prescindere dal dio della società americana. "Sai di chi mi fido io?", dice McQueen sventolando un "verdone", "In God, I Trust".

Altri post sullo zio Sam: qui e (con meno entusiasmo) qui.

[Con Di Visioni]

Da oggi, questo blog è dotato di Feed Rss, disponibili su Splinder – ed era ora – aggratis. Non li uso (e non li so usare), ma se volete sono lì a destra, sotto i vari bannerini.

E da oggi, questo blog è dotato di favicon, che ho appena scoperto essere il nome di quell’iconcina buffa che appare nella barra dell’indirizzo di Firefox. Sono cose che segnano. Che bellina.

Un grazie sentito per l’aiuto e le segnalazioni a Maxime.
E questo è il suo blog.

Una lunga domenica di passioni (

[remainder]

Il bel documentario "Passaggi di tempo – Il viaggio di Sonos ‘e memoria", diretto da Gianfranco Cabiddu con (tra gli altri) Paolo Fresu e Elena Ledda, evento di chiusura delle Giornate degli Autori allo scorso Festival di Venezia, esce oggi in alcune sale, purtroppo solo in Sardegna. Queste sale.

Vi rimando al mio breve commento, forse troppo entusiasta, ma che non smentisco. Se qualcuno legge questo blog dalla Sardegna (non credo proprio), se ama le tradizioni della sua terra, e se ama il jazz (e di prima scelta!), glielo consiglio vivamente. E mi assumo la responsabilità.

Ricomincio da capo (Groudhog day)
di Harold Ramis, 1993

Una delle commedie più belle degli anni ’90 (anche se il termine generico è riduttivo), con un plot da puro colpo di genio che sembra uscito da un film di René Clair e una storia di riappacificazione con la strampalata e naif provincia americana che ricorda l’universo di Frank Capra.

Ma non solo: è anche un gioco ad altissimi livelli sugli statuti recitativi, e Phil non è solo condannato a rivivere sempre lo stesso giorno, ma anche lo stesso script negli stessi set, ed è l’unico ad avere un’evoluzione (morale e attoriale), mentre il mondo intorno gira a vuoto intorno ad un mondo che rimanda all’ipocrisia e alle convenzioni sociali, ma anche alla fissità stessa e agli schemi spaziotemporali della commedia americana.

Bill Murray è straordinario, dai tentativi di suicidio a un’enorme fetta di torta ingoiata in un boccone, e Ricomincio da capo è uno di quei film che è un peccato siano così noti: sarebbe bello "riscoprirlo da capo", come la cosa sempre nuova e soprendente (e spassosa, e toccante) qual è, ad ogni visione.

Ramis riprovò a buttarsi un progetto simile qualche anno dopo: a mio avviso, gli riuscì miracolosamente bene, ma senza nemmeno sfiorare (Murray contro Keaton?) la millimetrica precisione ritmica di questo piccolo capolavoro.

Tokyo godfathers
di Kon Satoshi (e Furuya Shôgo), 2003

A partire da un riferimento narrativo fordiano, Kon e Furuya costruiscono una favola moderna natalizia sulla seconda occasione, mettendo in campo tre personaggi di strada e il loro tentativo di riscattare gli errori e i dolori della propria vita con un’azione modesta ma eroica.

Che, per di più, per qualcuno di loro significa una rinuncia (la sognata maternità), o il rischio di tornare su passi che si credevano abbadonati da tempo. Non si pensi ad un approccio (termine abusato e spesso fuori luogo) buonista: i tre emarginati di non hanno intenzione di rinunciare alle loro personalità, al loro linguaggio e alla loro diversità, ma solo recuperare un po’ della loro umanità infreddolita.

Tokyo godfathers è un cartone davvero adulto, ma non tanto per il linguaggio e le situazioni, piuttosto per la sensibilità che Kon mette nella descrizione dei suoi irresistibili (tutti) personaggi, prendendo un punto di vista che è quello dei reietti e delle baracche, della strada fredda e innevata. E’ anche la storia di tre esclusi che ricominciano a fatica a comunicare con la società, e l’occhio di Kon è impietoso nei confronti del giappone contemporaneo, ma il suo intento è comunque dedicato alla costruzione di una strada di speranza nascosta nel cuore degli uomini, più che alla critica sociale.

Una cosa seria, quindi, ma anche piuttosto divertente, per la verve dei protagonisti e la brillante sceneggiatura. E non solo: c’è un inseguimento che toglie il fiato (e tutta la seconda parte è in "ascesa" emozionale), e le "scene madri" (tra cui il finale) sono davvero commoventi.

Link: what about Cinebloggers?

Adua e le compagne
di Antonio Pietrangeli, 1960

"Venitemi a trovare alla latteria"
"Sì, così facciamo un’orgia con le mozzarelle"

Il ritratto allegro e commosso, ma anche duro e partecipe, di quattro prostitute che cercano di ricostruire una vita dopo la loro deistituzionalizzazione. Adua e le sue compagne scoprono che c’è una vita anche fuori dalle "case", ma possono solamente guardarla da lontano, anzi viverne una fetta (che è ancora più frustrante che saperne solo l’esistenza), per poi venire schiacciate da un mondo e da una società che le vuole solo così, meri oggetti di piacere: la società del maschio.

Pietrangeli era davvero un grande regista, non solo per la capacità di rendere vive sceneggiature perfette come questa (scritta con Scola, Pinelli e Maccari), ma anche tecnicamente, con una costruzione delle persone nello spazio e un uso della macchina da presa, dei set e della fotografia che ha pochi eguali nella "commedia all’italiana" (anche se qui si sfocia in territori di melodramma sociale) e in cui la tecnica rimanda sempre a un sotteso senso tragico che lascia stupefatti, increduli e commossi.

Mi spiace davvero averlo scoperto così tardi: altri post sono Fantasmi a Roma e soprattutto Io la conoscevo bene. Sabato 26 Febbraio su Raitre il buon Ghezzi manda in onda appunto quest’ultimo. Non perdetevelo per niente al mondo.

Arancia meccanica (A clockwork orange)
di Stanley Kubrick, 1971

L’incontro.
Prima della proiezione, nella sala del cinema Lumiere, affollatissima, Stefano Benni introduce il film. A suo modo, divagando, accumulando pezzi di storia, aneddotica, opinioni personali e collettive. E’ il Benni che piace a chi lo ama, sfilacciato e compulsivo, confusionario e divertente. Qualche ovvietà ci scappa, ma anche un non comune senso del presente che sorprende sempre, tra ultraviolenza e civiltà-dei-consumi, tra "cura Ludovico" e "cura Silvio". La sua analisi è quella di un letterato, di un sorridente satirico, e non quella di un grigio critico come noialtri: e per una volta, fa proprio bene.

Il film.
Per quanto il post sia doveroso, trovo che non lo sia scrivere righe su righe su un film simile. Solo due cose: la prima è che è uno spettacolo vederselo in sala, in una pellicola "dei tempi" (e quindi un po’ rovinata, ma poco importa), con quell’audio fortissimo e quel fischio di Alex che ti buca il cervello.

La seconda è che quando (dopo il dialogo "che cosa studi?", e io "cinema") mi si chiede banalmente quale sia il mio film preferito, da anni rispondo, pigramente, Arancia Meccanica. E forse, ma che dico, probabilmente, è la verità. Immenso.

Infernal affairs (Wu jian dao)
di Andrew Lau e Alan Mak, 2002

Uno dei più (e uno dei pochi veri) grandi successi domestici del cinema hongkonghese degli ultimi anni è, sorpresa sorpresa (ma non tanto), davvero un gran bel film .

Regista altrove deludente (o almeno così dicono), Lau costruisce intorno a un intreccio intricatissimo ma godibile una storia di poliziotti e gangster, di scambi di ruoli e di identità che lascia senza fiato per stile e qualità. Un poliziotto infiltrato nelle triadi e un gangster infiltrato nella polizia: niente di nuovo, ma compatto e divertente, e comunque al di sopra di tutti (o quasi, escludendo Mann) i noir metropolitani occidentali di oggi.

Intrattenimento di gran classe, grandi star (dove un Anthony Wong sottotono ruba la scena a tutti persino da morto, riverso e sanguinante), e di conseguenza una dose di fascino supercool non indifferente; ma anche uno studio attento ai personaggi più che alla (poca) azione, e una variazione non banale sul tema del ruolo (e della divisa) nella metropoli: non facile, visto quanto il tema è stato visto già da ogni angolazione dal cinema cantonese.

Decine di scene da antologia (ad esempio le due morti "paterne", o il finale) si fanno perdonare alcune cose trendy per bocche facili. Avercene: da (ri)vedere.

Prossimo il remake per mano di un regista che qui amiamo: al di là dei dubbi legittimi, non sarebbe una buona occasione per vederlo nelle sale italiane, visto anche che in alcuni stati europei è uscito da ben poco?. Non si sa mai.

Furyo (Merry Christmas Mr.Lawrence)
di Nagisa Oshima, 1983

Un grandissimo film che trasforma una duplice storia di ossessione amorosa e solidarietà virile in un campo di prigionia giapponese in una riflessione sulla guerra come morte della verità e della giustizia. E per quanto sia fervente la critica di Oshima nei confronti della società giapponese (e non solo), il suo canto non si ferma al semplice antimilitarismo ma scava nelle pieghe dei personaggi per trarne un ritratto inarrivabile della disumanizzazione (collettiva) e del senso di colpa (individuale).

Lo stile di Oshima è rigoroso e perfetto nel singolo dettaglio, e il film vola altissimo anche grazie alla colonna sonora di Sakamoto (anche attore principale) e soprattutto alle splendide interpretazioni. Nessuna esclusa: se Bowie che mima "l’ultima sigaretta" è da brividi, non è da meno il ruolo "morale" del bravissimo Tom Conti e la performance davvero incredibile di Takeshi Kitano.

[remainder]

Esce domani nelle sale "Un silenzio particolare", il film di Stefano Rulli presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Venezia Digitale.

Dato che l’ho già visto, vi rimando al mio breve commento. E ovviamente ve lo consiglio caldamente.

Hellboy
di Guillermo del Toro, 2004

La delusione della critica e dei fans del comic Hellboy proviene dal fatto che un fumetto straordinario come quello di Mike Mignola non sarà mai altrettanto bello sullo schermo. Ed è vero, lo confermo con tranquillità. Ma al di là di questo, e a prescindere dall’opera di provenienza, l’ho trovato un film divertente e ben fatto.

Il lavoro di Guillermo del Toro non mi ha deluso del tutto, ma forse era troppo preoccupato di rispettare lo "spirito" di Mignola per stare anche a badare a un minimo di contorno, giocandola un po’ troppo sull’ironia facilona e cadendo nella trappola del ridicolo più di una volta. Ma nella maggior parte dei casi si resta su un livello più che dignitoso.

Non è Raimi insomma, e pazienza, ma non è affatto da buttare via. E Ron Perlman è fantastico.

Tu la conosci Claudia?
di Massimo Venier, 2004

Il quinto film "di" Aldo Giovanni e Giacomo è (astenendomi dal precedente, che non ho visto) è tra i loro risultati peggiori, e anche se non si raggiunge la beceraggine di Così è la vita, il mezzo miracolo di compattezza che era stato Chiedimi se sono felice è davvero storia antica.

Passi l’assenza di regia, passi la carenza di un progetto narrativo o intepretativo, passi il tentativo fallito di riportarsi alle origini (l’amicizia e le scaramucce virili, il road-movie) autocitandosi a manetta, passi la cristallizzazione dei tratti caretteriali dei tre, ormai insopportabilmente ripetitivi, passi la captatio benevolentiae dell’inizio: quest’ultima sì, da mettersi le mani nei capelli.

Passi tutto questo: il vero problema è che non si ride nemmeno. Le perle le regala Aldo, ormai l’unico dei tre che possa reggere (anche se solo ipoteticamente) su di sè la forma-film: sempreverdi i suoi neologismi (come il vomitoir) e l’impagabile sequenza della "signorina del navigatore satellitare".

Spiace davvero per la Cortellesi, per cui stravedo, davvero sottoutilizzata, diciamo pure sprecata: la Ceccarelli in 10 minuti di cameo le ruba la scena, schiacciante. Davvero imbarazzante a livelli epocali la particina di Messeri.

Link: i voti della cinebloggers connection (io direi un 2½).

Hollywood ending
di Woody Allen, 2002

Nel terzultimo film di Woody Allen, la malinconia che dovrebbe essere nell‘opera (visti i continui rimandi alla vita e soprattutto ai film di Allen stesso), è invece nell’esperienza spettatoriale, e si manifesta come una sorta di tristezza, di senso di vecchiaia, di imbalsamazione.

Ciò non toglie comunque che Hollywood ending sia divertente e soprattutto sia spudoratamente intelligente, e che il suo attacco irridente (sorridente più che davvero crudele) al cinema hollywoodiano e alla "morte della regia" (con più di una geniale frecciatina nei confronti della politique des auteurs) sia preciso e colga spesso nel segno.

L’interpretazione di Allen non aiuta, anche se le battute che si mette in bocca sono davvero irresistibili: le sceneggiature le scrive ancora come dio comanda. Peccato che per il resto si debba sempre rimpiangere Annie Hall (o anche solo Mighty Aphrodite).

"Sex is better than talk. Ask anybody in this bar. Talk is what you suffer through so you can get to sex."
"Thank God the French exist!"