The king and the clown (Wang-ui Namja)
di Lee Jun-ik, 2005

Il cinema coreano sarà pur tra le cinematografie più interessanti e stimolanti del pianeta, ma il pubblico locale dimostra spesso di avere dei gusti abbastanza insondabili. A parte meraviglie come JSA o Welcome to Dongmakgol, non sempre i migliori film della stagione sono quelli più redditizi: basti pensare allo storico successo del pessimo Shiri, o al fatto che il cinema di Kim Ki-duk sia poco apprezzato e praticamente invisibile in patria (L’arco uscì in circa 3 sale per una settimana).

Caso eccellente è proprio The king and the clown, il campione di incasso storico dei botteghini della Corea del Sud: è il film coreano più visto in sala, nella storia di quel paese. Il problema è che il film di Lee, dramma storico-politico ambientato nel ’500 che si inserisce nel trend internazionalizzato – semplificando molto – delle storie d’amore omosessuali, e che vorrebbe avere premesse simili a quelle di Gohatto, nel confronto ci perde davvero la faccia e risulta inferiore persino a Brokeback mountain, soprattutto nella pessima gestione del melò.

I problemi del film sono poi molteplici, sia in fase di regia e fotografia, professionali ma terribilmente piatte, sia in fase di scrittura, dove più che altro alberga la noia, se non una trita banalità. Nonostante i temi trattati: più che una vera storia d’amore, il film suona come un’apologia piuttosto esplicita (fin troppo) della satira e dell’irriverenza nei confronti del potere. Una sorta di metafora anacronistica, quindi, che rimanda ai sistemi di censura e forse – nell’interpretazione un po’ elementare di Jeong Jin-yeong, sovrano folle e mitomane – alla figura del dittatore nordcoreano Kim Jong-Il.

In definitiva però, la scarsa riuscita del film è applicabile in relazione all’enorme successo ottenuto nelle sale coreane (ottenuto anche grazie al passaparola, e a folle di ragazzini che andavano a vederlo e rivederlo più volte), perché il film di per sè non è nulla di eccessivamente disastroso. Anche se sbaglia gran parte del cast e persino gli intermezzi comici, potrebbe farsi ricordare per l’onestà intellettuale con cui affronta i suoi temi, davvero delicatissimi. Ne abbiamo davvero bisogno?

6 Thoughts on “

  1. Bhe, lì il pubblico è prevalentemente costituito da teenager… però poi sono capaci di apprezzere Park (non sempre) e Bong (quasi sempre).

    Ho visto solo adesso che ti possono mandare un messaggio in segreteria. Sarei tentato di fare una bella pernacchiona.

    Ciaoo Rob

  2. Tre sale per una settimana per The Bow sono fin troppe.

  3. Gohatto è un gran film. Ai tempi lo volle vedere la mia professoressa di filosofia, dato che gliene avevo parlato bene. Me lo restituì come se le avessi fatto uno scherzo. Intellettuala di sinistra.

  4. @rob: anche la pernacchia è gradita. l’ho messo quasi per scherzo, chi vuoi che mi lasci messaggi?

    @gokachu: lo sapevo! lo sapevo!

    (ho citato The Bow apposta per avere un tuo commento acido, grazie)

    @dm/camionisti: ora che mi ci fai pensare, il mio prof di filosofia non mi restituì mai la mia VHS di Underground.

  5. ciao kekkoz, ti adoro, continuo a riguardare le clip di gondry e non ce la faccio ad aspettare. favolosa la tua segnalazione (mille volte grazie)

    Natalie (cineblog)

  6. costumi per costumi, dovevi guardarti forbidden quest.

    (e il commentatore se ne va lasciandosi alle spalle una scia di profonda analisi critica)

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