
Radio America
(A prairie home companion)
di Robert Altman, 2006
"Every show is your last show. That’s my philosophy."
"Thank you, Plato."
Robert Altman non è un essere infallibile, si sa. Ma qui, è evidente, non ha fallito: A prairie home companion è davvero un gran bel film, un’operetta musical(e) e (ovviamente) corale, dall’andamento quasi liquido eppure solido come un teorema, elegantissima e raffinata, malinconica e triste nonostante la vena sorridente che la anima, con aperture al sogno, e un pugno di attori semplicemente incredibili (che ruotano però tutti attorno alla prova formidabile di Garrison Keillor, vero home companion e sceneggiatore del film). Sugli elementi narrativi e storici di questa pellicola non mi dilungo, perché probabilmente sapete tutti di cosa si parla.
Ciò nonostante, ecco, non vedrete uscire la mia manina dal finestrino mentre sventola un gagliardetto con su scritto "Altman" e urlando a squarciagola "Altman! Altman!", perché nonostante la bellezza del film sia, appunto, evidente, sotto gli occhi di tutti, e nonostante A prairie home companion sia riuscito a rilassarmi e a rimettermi in pace con il mondo dopo una giornata impossibile, ho l’impressione che sia un film che, arrivato a un certo punto, non ha più nulla da dire, si ferma e ricomincia da capo, mangiandosi un po’ la coda. Certo, parlando di un film in cui il tempo (reale nella rappresentazione dell’intreccio, quasi immobile nella rappresentazione dell’immaginario) ha un’importanza simile, questa circolarità progressiva non vada presa come un vizio. Ma forse è questo a causare la carenza di un vero progresso emotivo.
Insomma, gli entusiasmi letti da qualche parte (mica dappertutto, ma il 10 di Emanuela Martini vale più di mille parole) sono forse un po’ eccessivi, e fanno eco agli quelli che qualche settimana fa hanno accolto il nuovo Almodovar. Come se, per l’ovvia esigenza di orfanelli che hanno "bisogno di maestri perché il cinema non emoziona più e speriamo non muoiano mai", dovessimo poi passare i nostri pomeriggi a riempire le stanzette di questi bravuomini con i fumigi dell’incenso. Credo che si potrebbero accontentare di un applauso, e magari la prossima volta – se non muoiono prima – ci fate un film vero, completo. Massì, c’è ancora tempo per un altro capolavoro.
Poi oh, andate a vederlo. Dimenticate tutto quello che ho scritto. E’ bello, davvero bello. Giuro. Mica è Gosford Park, è un vero film di Altman. Non hanno tradotto le canzoni, halleluja. Evviva. Su su, andate a vederlo.