giugno 2006

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Il diamante bianco, Werner Herzog 2004

Il diamante bianco (The white diamond)
di Werner Herzog, 2004

Il terzultimo documentario di Herzog, giunto finalmente nelle (davvero pochissime) sale italiane con un considerevole ritardo, come il successivo Grizzly man è il racconto di un superamento e di una tracotanza, della realizzazione di un sogno e dell’impossibilità di prescindere dai sacrifici che questo sogno richiede come pegni.

Ma più di tutto, e al di là di ogni possibile elucubrazione (e ce n’è, di materiale su cui elucubrare) Il diamante bianco è un film fatto di immagini di bellezza, istantanea e a volte sconvolgente. E’ un film che si immerge nella natura con uno sguardo di assoluta purezza, si appoggia al mondo e accarezza le cascate, si inquieta nel buio silenzio della foresta, si commuove di fronte alla debolezza e al genio degli uomini, alla nullità e alla forza degli uomini.

Splendido.

Non mi dilungo troppo perché questo nemmeno il film ha bisogno di tante parole. Quello di cui ha bisogno è di una distribuzione decente.

[on the floor, in the sky]


(due) Post in attesa

ovvero
come cercare punti in comune in due film che non ne hanno

ovvero
domani si torna a parlare di cose che interessano a qualcuno

Biografilm Festival 2006
Un riepilogo

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TUTTI I POST DEL FESTIVAL

Selezione ufficiale

How to eat your watermelon in white company (and enjoy it) (USA/2005/85′)
La casa de mi abuela (Spagna/2005/80′)
The life and hard times of Guy Terrifico (Canada/2005/86′)
Sobhraj – Or how to be friends with a serial killer (UK/2004/70′)
You’re gonna miss me (USA/2005/91′)

Eventi speciali
Moira Orfei. Amore e fiori (Italia/2005/60′)
Tupperware! (USA/2004/63′)

Morte ogni pomeriggio
The self-made man (USA/2005/57′)

Winners & Losers
Crazy Legs Conti: Zen & the art of competitive eating (USA/2004/75′)

[biografilm festival 2006]

Eventi speciali
Tupperware! (USA/2004)
di Laurie Kahn-Leavitt (63′)

Il modesto documentario della Kahn-Leavitt, sotto l’apparenza di un’apologia dell’inventiva postbellica e dell’imprenditoria femminile, è uno spot*. Per salvare questo film, bisogna ribaltarlo, estrarre cinque minuti verso la fine, e vederla così: Tupperware! racconta di una donna (Brownie Wise) che ha inventato un nuovo stile di vita per centinaia di donne, è la storia di un enorme inganno (perché dietro la Wise c’erano quasi solo uomini), di un’ingiustizia storica e sindacale (perché la Wise senza contratto viene estromessa da Tupper e sparisce per sempre), e soprattutto di centinaia di stronze che, di fronte ai soldini facili e pronti, hanno voltato le spalle alla loro ape regina. E’ una scintilla, sono cinque minuti di dubbio inseriti nella continua esaltazione delle scatolette e degli home parties in cui vengono vendute, ma voglio pensarla così. In tal caso diventa quantomeno interessante, altrimenti è persino imbarazzante. Davvero azzeccati però i titoli di coda con le "testimoni" che canticchiano l’inno Tupperware. Ti si incolla, maledizione.

*Inquietante la presenza della Tupperware all’interno dell’evento. No comment.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, fuori concorso
The life and hard times of Guy Terrifico (Canada/2005)
di Michael Mabbott (86′)

Guy Terrifico, senza aver davvero inciso nulla di considerevole, era uno dei cantanti country più importanti della scena canadese. Questo prima di morire, ucciso durante un concerto. Aveva tutto: una chitarra con la foglia d’acero, una fidanzata corista petomane, una guardia del corpo violenta, i soldi di una lotteria, un albergo-locale, e una bella manciata di dipendenze. 30 anni dopo, una lettera misteriosa annuncia il suo ritorno: dunque non era morto? Anche se il film inizia con Kris Kristofferson che ricorda Guy su un palco, ci vogliono una manciata di secondi a capire che Guy Terrifico è una bufala. Insomma, almeno un mockumentary nel biografilm l’hanno infilato, e con mio sommo gradimento: il musicista Matt Murphy interpreta Terrifico come un comico navigato, molti mostri sacri del country ci mettono la faccia con ammirevole stoicismo, e Mabbott utilizza le forme più abusate del documentario sulla dissolutezza dei rocker, deridendole dall’interno, ma raccontando anche, per quanto possibile, la vita e le contraddizioni del suo personaggio. Si sono divertiti un sacco a girarlo, ne sono certo: il pubblico gradisce, a sua volta.

[biograflm festival 2006]

Winners & Losers
Crazy Legs Conti: Zen & the art of competitive eating (USA/2004)
di Chris Kenneally e Danielle Franco (75′)

Il sogno di Crazy Legs Conti, lavavetri newyorkese, è sempre stato quello di diventare un competitive eater a livello professionale, e di poter essere su quel palco a Long Island, accanto a quel ragazzo giapponese che mangia 50 hot dog in 12 minuti. Il documentario di Kenneally e Franco, che segue Conti e tutte le sue vicende para-alimentari nell’arco di un anno preciso, se si aggiunge la perseveranza che quel buffone di Conti mette nella sua missione, diventando prima campione mondiale di ostriche e poi regionale di hot dog (passando per i panetti di burro che però, poverino, sono un po’ pesantucci), è talmente assurdo da sembrare un mockumentary. Un film divertentissimo, e decisamente fuori dalla norma, che ritrae un mondo marginale di mitologici mangiatori professionisti dai nickname suggestivi come "affamato" e "aragosta", assolutamente folle se si pensa a quanti casini causino l’obesità e i problemi alimentari negli Stati Uniti (non Crazy Legs, che mangerà pure come la merda, ma fa ginnastica e palestra). Assolutamente da evitare dopo aver cenato o se si hanno problemi gastrici o intestinali: potreste attraversare la città accompagnati da rumori poco piacevoli. Si capisce. Intanto ho scoperto di essere un competitive eater: io, nella vita, mangio così. Long Island, aspettami.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
How to eat your watermelon in white company (and enjoy it) (USA/2005)
di Joe Angio (85′)

Tutta (o quasi) la storia di Melvin Van Peebles, leggendario regista che "inventò" la blaxpoitaton con Sweet sweetback baadassss song, regista teatrale, broker in borsa, maratoneta, donnaiolo, e molto altro ancora. Il documentario non si sofferma certo sulle zone oscure di Van Peebles (se ce ne sono), eccede con l’elegia, e ne racconta come di un grande artista del ’900, una delle figure più importanti, se non la più importante, della cultura afro-americana del secolo scorso. Al di là di questo, che è un difetto perdonabilissimo, How to eat your watermelon è un lavoro davvero ben fatto. Ma nel contesto del Biografilm "ben fatto" è dire poco: la presenza spassosa e sarcastica di Van Peebles varrebbe l’intero film, ma forse la differenza sta nel fatto che questa è una vita che vale davvero la pena di raccontare: non ci si annoia nemmeno per un minuto.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
La casa de mi abuela (Spagna/2005)
di Adan Aliaga (80′)

Marita e Marina, 75 anni e 6 anni, nonna e nipote. Si parla quindi del rapporto tra passato e presente, di ricambio generazionale, di ciclo della vita, bla bla. Aliaga ha molte buone intuizioni, soprattutto quando segue la bambina peregrinando sulla sua sgrammaticata vocetta off. La vecchina invece è una semplice vecchina scassapalle (Moira, dove sei?) che si lamenta dell’euro e della decadenza dei costumi. La casa de mi abuela ha il dono dell’immediatezza e della semplicità, a volte è poetico e divertente, ma più spesso prevale un effetto da filmino-fatto-in-casa assolutamente incredibile (come quando la bimba e la nonna ballano canzonacce pop dimenandosi nella stanza) oppure quella noia sonnacchiosa che ti fa appisolare volentieri. Piace, però, piace molto: per quanto mi riguarda, tazze e tazze di latte dalle ginocchia.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
You’re gonna miss me (USA/2005)
di Keven McAlester (91′)

Roky Erickson, frontman di una band da alcuni ritenuta di culto, i 13th floor elevator, ha fatto uso di qualsiasi droga dall’eroina allo speed, è stato internato per anni in ospedale psichiatrico dove ha ricevuto i conseguenti elettroshock, e poi chiuso per una dozzina d’anni da quella pazza rompicoglioni di sua madre in una casa dove per dormire tiene una manciata di apparecchi musicali accesi tutti insieme, senza nessuna cura medica né odontoiatrica. Insomma, adesso come adesso è ridotto davvero a uno straccio. Così, il suo fratellino preferito, l’unico quasi normale di tutta famiglia (quasi, visto che vive in una casa che sembra un mattoncino del Lego) denuncia quella pazza rompicoglioni di sua madre e le ruba la custodia di Roky. Quanto mi piacciono i documentari che scendono nel torbido familiare (con frasette da niente tipo "una volta mia madre ha visto mio padre a letto con mio fratello, ma non ho voluto indagare oltre"), che si fanno i cazzi altrui senza ritegno (con un doppiogiochismo pazzesco: fossi quella pazza rompicoglioni della signora Erickson mi incazzerei di brutto), e che giudicano facendo finta di essere distaccati. Un tantinello troppo lungo, ma si sopporta volentieri, vista l’intelligenza (anche strutturale: l’alternanza tra il Roky canterino e il Roky rimbecillito fa impressione) con cui McAlester organizza il tutto. E poi invece delle solite musichette cheap da documentario fatte con le tastierine Bontempi dall’amico del portinaio del regista, eh, qui ci sono i 13th floor elevator. Fa la differenza.

[biografilm festival 2006]

Morte ogni pomeriggio, in concorso
The self-made man (USA/2005)
di Susan Stern (57′)

Bob Stern è un capofamiglia che ha interiorizzato il sogno americano e ne ha fatta una religione laica: sicché, al sopraggiungere della malattia, decide che ha vissuto abbastanza e che non vuole finire i suoi giorni in ospedale, si fa riprendere dalla moglie e dal figlio in un video dove spiega alle altre due figlie perché si ucciderà. Poi mette a letto la moglie, esce dal porticato e si spara. Racconta tutta la vicenda la figlia Susan, misurando i toni e le parole nonostante il coinvolgimento, e riuscendo talvolta ad essere toccante. Però, al di là del fatto che l’eutanasia – che viene tirata ovviamente in ballo – è un’altra cosa rispetto a spararsi in testa di fronte alla propria famiglia, il film è purtroppo abbastanza povero, sia concettualmente che in quanto a stimoli, probabilmente per i toni elegiaci usati nel ritrarre la vita di quest’uomo, che, ad un certo punto, stonano un po’ con la realtà delle cose. Ma lì, ovvio, la questione diventa soggettiva e quasi politica. Jonathan Caouette ha dimostrato che parlando dei fattacci propri si può fare grande cinema. Susan Stern non ci è riuscita, nemmeno da lontano.

[cani, balene e calamari]

Nonostante io stia seguendo pezzi di Biografilm Festival,
e io abbia altri mille impegni massacranti,
anche questa settimana qualche pregiudizio l’ho lanciato.

Come farne a meno? "Qui non si vive senza".

Friday Prejudice, anche questa settimana,
però devi cliccare altrimenti non capisci.

Lo faccio per voi, perché vi amo. Vi amo tutti.
Sempre Vostra,
Moira.

[biografilm festival 2006]

Incontro con Moira Orfei e proiezione del film
Moira Orfei. Amore e fiori (Italia/2005)
di Carlo Bevilacqua e Francesco Di Loreto (60′)

Vabbè, è chiaro che non mi aspettavo chissa cosa dal documentario-intervista alla moirona, però c’è un limite a tutto. Devo ammettere una cosa: che quando la moirona è in campo, non c’è più un cazzo che tenga, non ce n’è più per nessuno: questa donna avrà un miliardo di anni e le rughe tirate a metà schiena, ma ha uno charme ipnotico, rassicurante e inquietante al tempo stesso. Come se tutto d’un tratto la tua nonnina si fosse traformata in un personaggio di un film di John Waters. Grasse, grassissime risate: come fai a resistere a una che ti racconta che una volta sul set di un peplum rivoltò di schiaffi Jayne Mansfield perché faceva la sciantosa, aggiungendoci anche qualche uovo in testa? Grande, grandissima Moirona. Il film però è davvero indifendibile, prima di tutto per i tempi di lavorazione (tre anni per questa roba?) e poi perché è insopportabilmente autocompiacente, come se fosse un film su se stesso e non sulla meravigliosa moirona. Poi, per cosa, per quattro trovatelle gagliarde, tre animali in croca, e quattro tizi che saltano? Bello il circo, sì, ma che due palle.

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
Sobhraj – Or how to be friends with a serial killer (UK/2004)
di Jan Wellman (70′)

Il documentario racconta a partire da un’intervista recentissima le tappe della vita spericolata di Charles Sobhraj, serial killer di genesi vietnamita, affascinante e colto, che all’incirca trent’anni fa ha ucciso una cinquantina di persone appropriandosi dei loro passaporti (e della loro identità), ma che non è mai stato condannato per omicidio, e che sta ora scontando una condanna a vita in Nepal, dove era probabilmente a smerciare con (uau) membri di Al Qaeda. Wellman prende nelle mani un personaggio che in quanto a sympathyness for the devil è davvero impagabile, una specie di Frank Abagnale ma più fascinoso e maligno, e fondamentalmente la spreca e la rovina. Nel senso: il regista racconta la sua storia anche con una buona dose di particolari, dettagli, suggestioni, luoghi, fatti, fotografie (anche cruentissime), riprende personaggi incredibili come "lo sherlock holmes di bombay", gente brutta sporca e cattiva (anche quando è buona), ex carcerati, amici di Sobhraj, gente che ne racconta come di una cosa divertente e buffa. Evviva. Ma monta il tutto nel modo più fastidioso possibile, come se gli avessero copiato il crack di Adobe Premiere e lui avesse trovato molto figo giocarci, ecco, con effetti tipo "ehi mettiamo questo fermo immagine sulla faccia buffa di questo noioso burocrate, che così è tanto buffa", senza farsi mancare nemmeno i flashoni spaventevoli, le musichette funky anni ’70 e (baratro dei baratri) metà della colonna sonora di Arancia Meccanica. Tanto per capirci. Che peccato.

[habemus feed?]

Dopo le decine e decine di rimostranze presentate nel corso dei mesi dai lettori di questo blog, perché Splinder (piattaforma a cui devo molto e a cui voglio comunque un bene dell’anima) è sempre stata incapace di fornire un servizio di syndacation decente, ho deciso di bruciare i feed del mio blog, tramite appunto FeedBurner.

Cosa vuol dire? Non credo di averlo capito. Ma il risultato dovrebbe essere che ora i mei feed funzionano, e per di più appariranno nell’oggetto anche le prime parole del post senza che io debba sbattermi a scrivere i titoli dei post. Che è una bella comodità per me e per voi.

I nuovi feed sono quelli del bottone arancione qui a destra, quello delizioso e sexy. Questo.

Radio America
(A prairie home companion)

di Robert Altman, 2006

"Every show is your last show. That’s my philosophy."
"Thank you, Plato."

Robert Altman non è un essere infallibile, si sa. Ma qui, è evidente, non ha fallito: A prairie home companion è davvero un gran bel film, un’operetta musical(e) e (ovviamente) corale, dall’andamento quasi liquido eppure solido come un teorema, elegantissima e raffinata, malinconica e triste nonostante la vena sorridente che la anima, con aperture al sogno, e un pugno di attori semplicemente incredibili (che ruotano però tutti attorno alla prova formidabile di Garrison Keillor, vero home companion e sceneggiatore del film). Sugli elementi narrativi e storici di questa pellicola non mi dilungo, perché probabilmente sapete tutti di cosa si parla.

Ciò nonostante, ecco, non vedrete uscire la mia manina dal finestrino mentre sventola un gagliardetto con su scritto "Altman" e urlando a squarciagola "Altman! Altman!", perché nonostante la bellezza del film sia, appunto, evidente, sotto gli occhi di tutti, e nonostante A prairie home companion sia riuscito a rilassarmi e a rimettermi in pace con il mondo dopo una giornata impossibile, ho l’impressione che sia un film che, arrivato a un certo punto, non ha più nulla da dire, si ferma e ricomincia da capo, mangiandosi un po’ la coda. Certo, parlando di un film in cui il tempo (reale nella rappresentazione dell’intreccio, quasi immobile nella rappresentazione dell’immaginario) ha un’importanza simile, questa circolarità progressiva non vada presa come un vizio. Ma forse è questo a causare la carenza di un vero progresso emotivo.

Insomma, gli entusiasmi letti da qualche parte (mica dappertutto, ma il 10 di Emanuela Martini vale più di mille parole) sono forse un po’ eccessivi, e fanno eco agli quelli che qualche settimana fa hanno accolto il nuovo Almodovar. Come se, per l’ovvia esigenza di orfanelli che hanno "bisogno di maestri perché il cinema non emoziona più e speriamo non muoiano mai", dovessimo poi passare i nostri pomeriggi a riempire le stanzette di questi bravuomini con i fumigi dell’incenso. Credo che si potrebbero accontentare di un applauso, e magari la prossima volta – se non muoiono prima – ci fate un film vero, completo. Massì, c’è ancora tempo per un altro capolavoro.

Poi oh, andate a vederlo. Dimenticate tutto quello che ho scritto. E’ bello, davvero bello. Giuro. Mica è Gosford Park, è un vero film di Altman. Non hanno tradotto le canzoni, halleluja. Evviva. Su su, andate a vederlo.

All the real girls
di David Gordon Green, 2003

Mettiamo che io debba scrivere qui se questo film è bello oppure no. Oppure che io debba dire di cosa tratta, cosa racconta, di cosa parla e a chi parla, e perché. O che debba confrontarlo con il film precedente di Green, il suo incredibile e bellissimo esordio, per dire. Oppure che io debba dirvi cosa c’è di tanto speciale, che so, figurativamente, narrativamente, semanticamente, o chissà che. Mettiamo, putacaso.

Ma è davvero difficile spiegare a qualcuno perché All the real girls sia così bello. Non ci si prova nemmeno. Probabilmente è qualcosa di alchemico, non so, qualcosa che sta tra lo sguardo di Zooey Deschanel, il senso di abbandono delle altalene e degli sfasciacarrozze, e il sole che cade dietro il fumo delle fabbriche del North Carolina. Ed è altrettanto arduo dire che questa è una semplice storia d’amore tra due persone semplici, che si lasciano e poi si perdono, e del mondo di provincia che gira loro intorno, o almeno dirlo senza una punta di malinteso. Infine, non ci sono nemmeno i virtuosismi formali di George Washington, i suoi malickismi, quei ralenti, quelle puntatine surreali.

La realtà è che All the real girls va visto e va vissuto, ti prende il cuore e te lo stritola, ti lascia di sasso con un finale fatto di piccoli frammenti, di solitudini e di incontri, e poi quando sei nel letto e ci ripensi, riascolti nella mente gli Sparklehorse e Will Oldham, riguardi con gli occhi chiusi quella confessione fatta urlando nel vento, o quel ragazzo che non vuole crescere e che piange perché si scopre padre – e perché si scopre felice di essere padre – e quasi quasi ti viene (ancora) da piangere.

Un film fatto della materia della realtà, ma splendido (e splendidamente ruffiano) come il cinema.


Ovviamente i film di David Gordon Green in Italia non li vuole nessuno. Va da sè, che non ce li meritiamo.

Cronos
di Guillermo del Toro, 1993

L’esordio messicano di Guillermo Del Toro è un horror originale e inusuale che coniuga alcuni degli oggetti con cui il suo cinema avrà successivamente a che fare (come gli insetti, o i morti-viventi) con uno stile inedito e folgorante, fatto di silenzi e lentezze, di colpi di scena inaspettati, di svolte liriche commoventi. Un "film di vampiri", a tutti gli effetti, ma realizzato con un realismo che guarda alla malinconia quotidiana e che – pur mostrando la carne e il sangue in modo palese e a volte impressionante – tiene lontane gratuite o ridicole efferatezze, mescolato ad una cura visiva che si rifà al cinema (e ai fumetti) d’autore, esemplare sia nella composizione delle immagini (che poi raffinerà ne El espinazo del diablo, da basi simili e con lo stesso direttore della fotografia: Guillermo Navarro) sia nella costruzione narrativa. E se anche il film potrebbe risultare a tratti un po’ zoppicante (Del Toro era pur sempre un esordiente, anche se di enorme talento) riesce a far risaltare la bellezza delle interpretazioni (sopra tutti il favoloso Federico Luppi), e alla fine la storia dell’anziano antiquario alle prese con un marchingegno rinascimentale che regala la vita eterna (e quindi la resurrezione: non a caso il protagonista si chiama Jesús Gris, esplicitando le profonde radici cristiane di questo vampirismo) e poi con il potere e con la vendetta, è davvero toccante.

Invisibile nel nostro paese, ma da recuperare ad ogni costo.

Su play.com a 15 euro, edizione speciale. Devo dirlo?

Saving my hubby (Gudseura Geum-suna)
di Hyeon Nam-seob, 2002

Saving my hubby è una commedia coreana che si inserisce nel filone nottambulo – molto popolare negli anni ’80 – che ha partorito film come Fuori Orario, Tutto in una notte, eccetera. Avventure quindi ambientate nell’arco di in un’intera notte, in cui il protagonista deve raggiungere – in senso "favolistico" – uno scopo ben definito. Anche qui c’è in ballo la struttura della favola, e la protagonista è una ex-pallavolista (che quindi ha uno schiaffo che ti raccomando) il cui marito è stato rapito da malintenzionati mafiosetti: esce di casa per andare a riprenderselo, con la sua bimba cicciottella sul groppone, e sulla sua strada incontrerà le molte gentilezze degli emarginati e le stranezze della gente che vive di notte. Oltre ovviamente a due bande di gangster sul piede di guerra.

Il film è una commedia scanzonata e divertente, che limita persino i soliti i cambi di registro o i rallentamenti improvvisi tipici del cinema coreano buttandola decisamente sul versante cartoonesco (quello per cui se cadi da un tetto su sacchi della spazzatura sopravvivi), su un’idea di commedia abbastanza collaudata e senza particolari invenzioni, ma con un ritmo incalzante e spesso irresistibile. Ma, diciamocelo, il film è soprattutto Bae Du-na (splendida interprete di Mr.Vengeance e Linda Linda Linda) ed è tutto sulle spalle del suo faccino sconvolto, poi stupito, e infine pronto a tutto pur di salvare il maritino. Il film è quasi tutto lì, nelle sue reazioni perfette, nelle sue ritrovate schiacciate: la Bae ci dispone talmente bene che possiamo benissimo ignorare tutti i difetti del film, innamorati persi.


Oltre ai soliti Davide Cazzaro e Matteo di Giulio, da segnalare il lunghissimo articolo di Chicco Q su Plasticpassions e il post di Gokachu su Cinemainvisibile, che ne parlò più di tre anni fa.

Blade 2
di Guillermo del Toro, 2002

Con questo sequel del brutto film di Stephen Norrington del ’98, il regista messicano riesce nel mezzo miracolo di rimettere in piedi una saga dalle buone potenzialità e sfruttata svogliatamente fin da principio. Non che il film di per sè sia particolarmente eccezionale, anche perché riutilizza la stessa (blanda) iconografia del predecessore e perché Snipes è sempre quel tronco inutile che è sempre stato. Ma Del Toro trae il meglio possibile dai personaggi di Goyer e dalla trama risaputella (sorprese, per così dire, comprese) e ne esce un oggettino molto divertente, un fumettone dark, truzzo e bello violento, esagitato e colluso – con mano un po’ pesante – con il digitale dei videogame.

Buone soprattutto alcune figure di contorno, tra cui spicca il principe scespiriano e shelleyano Damaskinos di Thomas Kretschmann, e il solito Perlman, attore-feticcio di Del Toro e di Jeunet. Curioso invece che i vampiri nel doppiaggio italiano non parlino lingue est-europee come nella saga originale (qui ceco e ungherese), ma appunto italiano. Per non affaticare gli occhietti dei poveri spettatori con i sottotitolucci? Ma che popolo di eunuchi.

Chopper
di Andrew Dominik, 2000

Di Eric Bana tutti sanno che è australiano, e che è fico: da dove sia spuntato questo ragazzo con la faccia da provinciale sempliciotto e il carisma dell’uomo vero ha da puzza’, da dove abbia cominciato il comedian a mostrare il suo innegabile talento recitativo, il trait d’union insomma, è presto detto: da Chopper. Sfortunatamente pochi lo sanno, perché Chopper, film molto celebre in Australia – vista l’enorme notorietà dell’uomo la cui vita racconta – e ben diffuso nei paesi anglofoni, da noi non è nemmeno uscito in sala. E’ uscito in Dvd. E’ uscito in Dvd in edicola.

Eppure Chopper, a prescindere dal suo interesse storico e dal valore filmico, entrambi notevoli pur senza troppi capelli strappati, mette sul tavolino tutte le carte giuste per un cult sublime: la storia durissima (anche visivamente: qui non ci sono i fuoricampo di Tarantino, sulle orecchie strappate) di un carcerato violento e bizzarro che diventa un romanziere da milioni di copie, vista attraverso la prospettiva di un uomo che ha interiorizzato la sua paranoia e ne ha fatta una tattica vincente sulla società (ma non su se stesso), trasformandosi in una leggenda di fronte ad un mondo che sembra modellato alla perfezione per accogliere la sua patologica mitomania, con i media pronti a celebrare – smitizzandola falsamente con l’illusione della sua poca lungimiranza – la bellezza e il fascino della sua sregolatezza.

Mark Brandon "Chopper" Read è un personaggio multisfaccettato e complesso, che Bana rende alla perfezione con un’intepretazione maniacale, di impressionante precisione, che Dominik riprende con una classe non indifferente – e non solo per un esordiente – giocando moltissimo sugli spazi (come le celle marmoree e spaziose, il buio delle case dei reietti, che siano poveracci o di successo) e anche sui rimandi cinematografici. Taxi Driver in primis: ma se Read è davvero il Travis Bickle del secolo che nasce, la sua rabbia non ha però bisogno di esplodere.

No, la sua rabbia rimane lì, chiusa in una cella insieme a lui, e ne esce solo sotto le forme culturali epresse dalla perversa scopofilia dei media, grazie al culto della persona e dei suoi trademark (le fotografie dei fan in posa fatte sul luogo del delitto). Culto che Read stesso però provvede a deridere: un personaggio sì evidentemente bipolare, ma non privo di una sua folle coerenza – anche morale – e cosciente di essere, lui in persona con le sue cicatrici e i suoi tatuaggi, un segno dei tempi.

Ovviamente il doppiaggio italiano fa pena. Questa volta persino più del solito. Un peccato.

Per saperne di più sul vero Mark Brandon Read, la solita
Wikipedia.

Il Dvd non costa pochissimo, ma nemmeno un’enormità: date un’occhiata ai prezzi.
Altrimenti c’è l’opzione Play.com: 10 eurini e vi arriva a casina [anche se probabilmente senza sottotitoli...].