gennaio 2007

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[look right through me, look right through me]

Mad World – Gary Jules & Michael Andrews
Video directed by Michel Gondry

3.5 out of 5Giù per il tubo (Flushed away)
di Sam Fell e David Bowers, 2006


"From up top, eh? I used to work at a lab up top. I tested shampoo. I used to be a lovely dark grey. My dandruff’s gone, though."

La Aardman, lo studio inglese responsabile di due enormità quali Galline in fuga e il lungometraggio di Wallace & Gromit, abbandona temporaneamente la stop-motion in favore dell’animazione 3D. E in altre parole, abbandona Bristol per Glendale. Perché se è vero che l’impronta della società di Nick Park è forte, sia visivamente – nel disegno dei personaggi, che richiamano la fisicità della plastilina – che nei toni citazionisti e goliardici (anche se effettivamente meno iconoclasti che in passato), anche quella Dreamworks si fa sentire, e molto più che negli altri due film – che le due case hanno ugualmente coprodotto.

Soprattutto nella struttura, con un impianto narrativo risaputissimo: la vita vale la pena di essere vissuta solo se si hanno attorno un mucchio di amici e la famiglia? Tutto il resto è solitudine, e la ricchezza non è che una gabbia dorata? Oh bene. Se la prima metà sembra una replica di Una poltrona per due (et similia: basta che ci sia un ribaltamento sociale, il resto si scrive da sè), il resto del film non fa molto per rimediare a questa profonda prevedibilità. Anche se alcune sequenze la fanno dimenticare in fretta e volentieri: come quella del videofonino. Lo so, sembra assurdo che esista una gag incredibilmente divertente con un videofonino. Ma c’è, eccome.

E poi, non fatevi ingannare da queste piccole inezie: in tempi in cui i film d’animazione 3D sono diventati in gran parte un amarissimo boccone da inghiottire, questo film è come minimo una boccata d’aria fresca. Non solo perché i film cugini di casa Dreamworks non sono degni di allacciargli le scarpe, ma per un semplice motivo: Flushed away è divertente, schifosamente divertente. Con tutti i suoi limiti, è pieno di gag freschissime che conservano l’umorismo british di casa Aardman, le citazioni e parodie sono continue eppure mai stupide o stucchevoli, il ritmo è incalzante e perfetto, persino i numeri musicali sono spassosi, e i noti singoloni brit-pop che non sto nemmeno a nominare calzano a pennello.

Insomma, il tipo di film animato che vorremmo vedere più spesso, e che invece ci negano propinandoci RnB e una marea di insopportabili animali in fuga. E poi, diciamoci la verità: le lumachine doppiate da Nick Park – è l’unica cosa che ha fatto in questo progetto – sono tra le più belle invenzioni del cinema d’animazione da molti tempi a questa parte. Lumachine piccole, lumachine grandi, lumachine che urlano, che scappano, che cantano pezzi bepop in polifonia, che volano nel cielo di Londa attaccate a ombrellini di carta. Lumachine. Lumachine. We all love lumachine. All we need is slugs.

Kate Winslet anche come topa è topa. Volevo dire, bravissima.

[lo scorso Ottobre la Aardman e la Dreamworks hanno deciso di non estendere il loro fruttuosissimo contratto di collaborazione, mandando probabilmente a monte alcuni progetti futuri. Non sono poi così sicuro di esserne amareggiato]

[benvenuti nel 2007. o no?]

Apocalypton. Mmmh. Fenomenale.
(mi scuso per la bruttezza della battuta, ma non ho saputo resistere)

Il primo episodio di Friday Prejudice del 2007. Clicca.

Borat (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
di Larry Charles, 2006

"He is my neighbor Nushuktan Tulyiagby. He is pain in my assholes. I get a window from a glass, he must get a window from a glass. I get a step, he must get a step. I get a clock radio, he cannot afford. Great success!"

Il film che il comico inglese Sacha Baron Cohen ha scritto (e ovviamente prodotto, insieme a quell’incapace di Jay Roach) a partire dagli sketch dell’omonimo personaggio nella sua trasmissione Da Ali G Show è diventato in fretta è furia un piccolo "caso" cinematografico internazionale: se c’è un film di cui si è parlato nel 2006, questo è stato Borat. Un po’ perché c’è ancora gente che fa fuoco e fiamme quando si nomina la parola "ebreo" senza dire "shoah", un po’ perché c’era ben poco su cui fare le insindacabili polemiche da telegiornale delle otto.

In realtà, quello che viene colpito maggiormente dalla presenza sulfurea e spudorata di Cohen sono proprio gli "US and A", è il sistema-America, il suo insostituibile razzismo, le manie patriottiche e quelle religiose. Quindi, la lunga parte che (se leggete qualche blog e smanettate su youtube) avete probabilmente già visto del film, incipit kazako compreso, è forse anche la meno riuscita: va bene la sorella prostituta e il ping-pong, che fanno ridere ancora dopo le prime due/tre volte, ma è molto meglio quando Borat si inserisce (non visto?) tra le mille ipocrisie della società statunitense, e – da vero straniero – le rivolta dall’interno come calzini.

Forse il "caso" è stato un po’ eccessivo, perché Borat tutto sommato è abbastanza innocuo, e – cosa ancor più rilevante – ci si mette ben poco a capire quanto la sua struttura, insieme di on the road e mockumentary, sia un pretesto per incollare una serie di idee una accanto all’altra. E peraltro, un pretesto davvero troppo, troppo fragile. Da una premessa del genere, i capolavori li sfornano solo i geni, e Larry Charles non lo è. Anche se, va detto, gestisce benissimo la mescolanza di candid camera e gag costruite ad hoc, tanto che si fatica a coglierne i confini: giù il cappello. Che sia un film più bello da raccontare che da vedere, non vi aggiunge certo merito.

Ma ci si sganascia. Non sempre, ma a volte davvero parecchio (la notte di terrore a casa dei due anziani ebrei, la lezione di galateo, per citarne due), e a tratti in modo addirittura scomposto (soprattutto quando Cohen "osa" di più: la lotta omo tra Borat e Azamat al convegno dei broker, la sequenza del guaritore, l’incontro con Pamela Anderson). Poi, mettendo da parte il resto, che di fronte a lui passa in secondo piano, il film è Sacha Baron Cohen, sorta di mistura infernale di Johnny Knoxville e Peter Sellers: un’autentica forza della natura.

"My neighbor Nushuktan Tulyiagby is still assholes. I get iPod, he get iPod mini. Haha! Everyone know iPod mini for girls!"


Nei cinema italiani dal 2 Marzo 2007. Forse.

A tal proposito, segnalo che la versione italiana potrebbe essere una fregatura colossale. Borat sarà infatti doppiato da Pino Insegno, l’uomo che già ci ha fatto odiare Will Ferrell, e dubitare del senno di Roberta Lanfranchi (la ragazza ci sembrava così sveglia, deh). Potrei sbagliarmi, ma sento già puzza di (1) regionalismi e dialettismi: non necessita commenti (2) traduzioni aribtrarie: se è possibile renderlo più volgare, lo faranno (3) personalizzazione eccessiva della parlata: perdendo così praticamente metà del piacere del film (4) effetto-premiata-ditta: ecco, appunto.
Suvvia Pino, non si nasce tutti Umberto Eco.
Insomma, se – come me – avete una curiosità assurda di vederlo, oppure se – come me – volete semplicemente evitarvi questa probabile tortura dopo una così lunga (e inspiegabile, diamine!) attesa, mh, secondo me sapete già come fare. Se non lo sapete, ehi, io sono qui per questo.