Infamous – Una pessima reputazione (Infamous)
di Douglas McGrath, 2006

Uno dei discorsi più ricorrenti nel mondo dei cineblog (e non solo, si intende) riguarda i possibili livelli di autonomia di un testo, qui un’opera cinematografica, rispetto ai suoi – chiamiamoli così – "confini". Ancora una volta, dunque: nel caso di Infamous, è possibile prescindere nella valutazione (e nell’analisi, se davvero per assurdo ci si volesse produrre in una vera analisi) da un film come Capote, uscito solo pochi mesi prima? Perché è chiaro che, pur essendo tratti da due libri differenti (George Plimpton qua, Gerard Clarke là), i film trattano lo stesso argomento, e spesso e volentieri in modo similare. La risposta, in questo caso, portata da un’innegabile pigrizia mentale, credo proprio che sia negativa.

Questo perché Infamous, pur essendo un film sostanzioso e non del tutto sbagliato, e pur essendo un film capace di reggersi sulle proprie gambe, grazie soprattutto al discreto script (dopotutto McGrath è uno sceneggiatore, ed è pure un bravo sceneggiatore), non regge il confronto con il bel film di Bennett Miller. E non è solo una questione di compattezza registica (qui lasciata un po’ a se stessa) o di cast (basti pensare – per non essere banali o impietosi – a Jeff Daniels vs Chris Cooper), ma proprio dello spirito che muove il film, del senso che veicola o che cerca di veicolare. Mi spiego: una barzelletta non è altrettanto divertente se chi te la racconta non l’ha capita del tutto, o se la forza di quella barzelletta non è tanto la punchline quanto il meccanismo di suspence che vi ci porta. E tanto meno ancora se quella barzelletta la conosci già.

Laddove Capote era una parabola cupa e funebre, che usava il paesaggio e la fotografia con toni quasi metafisici, e che faceva di un personaggio inevitabilmente "maiuscolo" una parte di un autentico affresco di semplici e chiare opposizioni naturali, qui a predominare gran parte del film è la sola figura di Capote, trattata peraltro con toni semplicistici, tutti concentrati a una riproduzione il più possibile esatta del personaggio storico. Libero ciascuno di trarne più giovamento, ma il Truman pre-In cold blood descritto da McGrath, più simpatico che arguto, più solare ed eccentrico che sgradevole, non riesce a soddisfarmi. Forse perché a McGrath dei personaggi secondari importa ben poco, e i didascalici e noiosissimi inserti dei camei "intervistati" stanno lì a dimostrarlo. E dopo un po’, delle mossette e della vocina di Toby Jones, – cosa che non accadeva affatto con Philip Seymour Hoffman – ci si stanca eccome.

Resta un incipit bellissimo, con la Paltrow che sacrifica se stessa in un cameo che rende finalmente giustizia al suo spesso dimenticato talento (ma l’inizio violento e folgorante di Miller era tutt’altra cosa), e tutta la parte finale, in cui finalmente i toni si scuriscono e si comincia a raccontare qualcosa che ci interessa davvero. Ma forse è troppo tardi. E comunque, niente che Capote non ci abbia già mostrato, o descritto, o fatto provare. Nello stesso identico modo, quando non meglio.

6 Thoughts on “

  1. utente anonimo on 7 febbraio 2007 at 13:26 said:

    ti è piaciuto capote? io l’ho visto in lingua originale e devo dire che non capisco perchè il doppiaggio in italiano abbia imposto quella vocetta ridicola da fumetto. praticamente una caricatura…

    lucia rehab

  2. il mio post su Capote è qui.

    (comunque ho visto entrambi in lingua originale, e posso solo immaginare che disastri possano aver fatto col doppiaggio…)

  3. a me mancano entrambi…che vergogna.

  4. a me la voce-doppiata di Hoffman nell’altro film fece indispettire troppo. Una checca da avanspettacolo sembrava.

  5. Devo dire che sottoscrivo a pieno l’insoddisfazione.

    Riguardo all’incipit di Capote, che giustamente definivi folgorante, ti segnalo un bel post scritto da Bonekamp poco tempo proprio su quelle inquadrature. Tiè:

    http://xanadu.splinder.com/post/10753635/Capote%3A+le+prime+21+inquadrature

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