Fritt vilt (Cold prey)
di Roar Uthaug, 2006
Completamente accecato dalla visione di Reprise, e dalla voglia – in buona fede – di svecchiare le solite pose cinefile attraverso la scoperta di cinematografie diverse dal solito, ho deciso di recuperare proprio uno dei più importanti successi commerciali delle ultime stagioni in Norvegia. Con mia sorpresa, è un horror, genere non molto coltivato dalle parti di Oslo. E con mia sorpresa ancora maggiore, non è affatto male.
Mi spiego. Ci sono cinque ragazzi (due coppie, una sedimentata e seria, l’altra fresca e sensuale, più un quinto personaggio più simpatico e sfigato) che vanno a fare snowboard in un posto bellissimo quanto pericoloso: ovviamente va tutto per il verso sbagliato, uno di loro si rompe una gamba, e quando si fa sera si ritrovano in un grandissimo hotel abbandonato. Apparentemente abbandonato. Da lì in poi, si innesca il meccanismo dello slasher, per cui i giovani protagonisti – non credo di poterlo chiamare spoiler – faranno uno ad uno la fine delle mosche.
A questo punto dovrei spiegare perché questo film, che descritto così sembra una cazzata, non lo è. Ci sono diverse ragioni, almeno quattro, che come al solito elenco banalmente. Primo, perché questo è uno slasher vero e puro, senza tanti fronzoli, senza tutti questi sbudellamenti ma ugualmente bello truce. Magari è adolescenziale e "tipico" quanto si vuole, ma io un horror così completamente sradicato dalla tradizione "critica" che ci portiamo sul groppone dai tempi di Scream non lo vedevo da tempo. Il cattivo è vicino al grado zero del mostro distruttore e indistruttibile – anche se poi il bellissimo finale ce ne rivela la genesi.
Secondo perché è scritto con quel minimo briciolo di intelligenza che fa sì che si possa empatizzare con l’umanità dei personaggi. Questione di aritmetica: alzerò meno il sopracciglio così, ma a me fa più paura. Terzo, non così distante, perché i cinque protagonisti sono bravi, oltre che ovviamente belli da fare schifo. C’è anche la splendida Viktoria Winge di Reprise, ma qui è bionda e vergine, ed è prevedibilmente la prima a tirare le cuoia – ribaltando (inconsapevolmente?) la tradizione per cui nell’horror se trombi muori. La sto facendo breve, si intende.
Il quarto motivo, che è quello che più salta agli occhi, è che Fritt Vilt è bellissimo a vedersi, e ha una cura estetica – aiutata dagli interni bui e labirintici dell’hotel e dagli esterni di pura neve – che l’horror spesso dimentica per strada. Per dire, è girato in 16mm e non l’avrei mai detto.
Nei limiti stabiliti di un film simile, insomma, tutto funziona a meraviglia. E chi l’avrebbe mai detto.
Link: la sintetica, ben più sobria ma felice, recensione di Dennis Harvey su Variety, che quoto da cima a fondo. Che sennò sembro rincretinito io.
Nota: Al di là dei discorsi scemi che mi ritrovo a fare spesso, anche e soprattutto in forma privata, suppongo che sia un po’ presto per alzarsi a urlare davvero "Norvegia! Nuova! Corea!". Però.
Dal titolo (originale) pero’ sembra una ricetta di cucina.