The uninvited
di Charles e Thomas Guard, 2009
Se attacco a dirvi che The uninvited, remake di un film coreano che da queste parti è visto come minimo con un certo riguardo, è infinitamente meno riuscito dell’originale, rischio di passare per uno di quelli (categoria popolosa) secondo cui il remake non sarà mai e poi mai una roba decorosa – regola di cui un corollario riguarderebbe senza dubbio il cinema asiatico e i suoi vituperati rifacimenti statunitensi. Non è così, da queste parti: primo perché, non mi stancherò mai di dirlo, nessuna opera è intoccabile. Secondo, perché The Ring di Verbinski e Dark water di Salles sono lì a dimostrare il contrario.
Però, stessa cosa: il film che i fratelli Guard hanno tratto da Two sisters di Kim Ji-woon, scritto a sei mani da tre sceneggiatori dalla scarsa esperienza, pur non essendo un totale disastro, è la dimostrazione che uno straordinario canovaccio di base non basta a fare un film come si deve. Poi vabbè, a volte sembra che lo facciano apposta, a rovinare tutto. E che ci chiedano con spirito masochista di riprendere in mano il film di Kim per vedere come diavolo si lavora: come l’inizio in cui lo psichiatra fa lo spiegone, uno degli spiegoni più evitabili che ricordi in tempi recenti, o il fatto che i cambiamenti portati alla trama (notevoli: almeno si sono sforzati) sono quasi tutti per il peggio. Una modifica, soprattutto, va a intaccare uno dei lati più affascinanti della confusione ontologica del film originale.
Come al solito però, i confronti servono a poco, quindi la chiuderei qui. Andare avanti sarebbe umiliante per un film che tutto sommato non è così orripilante. Però è davvero una robetta da poco: non prende mai il volo, non spaventa, non coinvolge, annoia a morte in tutta la parte centrale: tutta colpa, a mio avviso, della sceneggiatura troppo schematica, forzata e scolastica – vedi l’originale ma annunciatissimo colpo di scena circolare dell’ultima inquadratura – insieme alla tendenza, assai diffusa nel cinema di ampia distribuzione, di voler spiegare tutto nella convinzione che il pubblico altrimenti possa non arrivarci.
Peccato, perché il cast invece è azzeccatissimo: Emily Browning, qui idolatrata da tempo con tutto il suo testone, ce la mette tutta; David Strathairn è equilibrato e corretto; Elizabeth Banks è la più brava del gruppo, obliqua e ambigua; Arielle Kebbel passa metà film in costume ed è tutto ciò che chiedevamo.
“Andare avanti sarebbe umiliante per un film che tutto sommato non è così orripilante. Però è davvero una robetta da poco: non prende mai il volo, non spaventa, non coinvolge, annoia a morte in tutta la parte centrale”
Mi trovi d’accordo soprattutto su questo.
Comunque David Strathairn io più invisibile di così non l’ho mai visto.