Nemico pubblico, Michael Mann 2009

Nemico pubblico (Public enemies)
di Michael Mann, 2009

Come sia andata, nel rapporto tra me e questo film, è cosa assai curiosa: mentre "manniani" ben più convinti di me hanno aspettato questo film come l’avvento di un messia per mesi per poi dirsi, almeno nella metà dei casi per quanto riguarda le mie conoscenze, sostianzialmente delusi di fronte al fatto compiuto, complice la freddezza della critica americana ho aspettato questo film con la certezza che non mi sarebbe piaciuto.Quando mi sono deciso ad affontarlo, l’ho fatto quasi con aggressività. Vieni e colpisci, Michael Mann. Non mi fai paura.

E non si può dire che Mann non ci abbia messo del suo, per non farsi piacere: perché la prima metà secca del film, dopo l’ottima partenza (anche se lontana millenni luce dall’incipit di Miami Vice), è un’esperienza piuttosto frustrante. Nei primi 70 minuti, tutto quel che ha da dire e da mostrare, il regista lo mette soltanto in ciò che lo interessa di più, da spudorato romantico qual è, ovvero nel rapporto amoroso, dichiaratamente distruttivo, utopico e fallimentare e proprio per questo incredibilmente struggente, tra il John Dillinger di Johnny Depp e la Billie Frechette di Marion Cotillard. E ancora di più, la dialettica tra John Dillinger e Melvin Purvis: che semplicemente, non esiste. Ed ancora presto per accorgersi che forse è semplicemente irrilevante.

Poi il film prende un’altra piega – prima di tutto inserendo una sequenza assolutamente fenomenale e rivelatrice come quella dei "due Dillinger" nella sala cinematografica (ben prima che il cinema finisca al centro di un’altra delle sequenze-cardine del film), e diventando poi tutto ciò che non era riuscito a essere fino ad allora, con un’accelerazione cupa e violenta che non lascia tregua fino ai due finali – uno che si confà ai toni più canonici dell’epopea gangster, l’altro disperato e struggente come l’ultima delle lacrime. E’ davvero un grande film, la seconda metà di Public enemies: persino l’arrancante fotografia digitale, che nelle scene dialogate e nelle più assolate sequenze della prima parte sembrava ingiustificata quando non irritante, crea finalmente il ricercato contrasto con la patina della ricostruzione storica – dopotutto, il set decoration è l’ultimissimo problema di Mann: dopo la Los Angeles di Collateral e la Miami di Miami Vice, Public Enemies è un film disperatamente antropocentrico. Un film in cui persino i grandangoli vengono usati per i primissimi piani, un film che si poteva girare anche in un teatro di posa vuoto.

E nonostante il crescendo d’azione e le sparatorie gli consentano, come già nei film immediatamente precedenti, di lavorare sul montaggio sfruttando proprio il digitale in modo furioso, e sulla costruzione dei corpi nello spazio in modo davvero sublime, la messa a fuoco di Public enemies rimane la stessa della prima metà, ben precisa – la speranza che John Dillinger ha visto negli occhi e nella bocca di una donna con cui ha scelto di danzare, di fare l’amore, e infine di provarci. Lo si vede dall’attenzione che Mann dedica a scene come quella, magistrale, dell’arresto di Billie, della rabbia soffocata di Dillinger che arretra e si allontana in lacrime. Da lì in poi, in mente c’è solo un destino macchiato di sangue, che è come la foto mancante sulla bacheca dell’ufficio dei federali, spiata dal punto di vista di un fantasma innamorato che si prepara a morire sul serio.

13 Thoughts on “Nemico pubblico, Michael Mann 2009

  1. "John Dillinger ain’t going to see a Shirley Temple movie"

    d_elle

  2. utente anonimo on 13 novembre 2009 at 00:57 said:

    mah, anche la prima metà del film secondo me ha dei momenti di bellezza pura.
    la sequenza di melvin purvis che insegue pretty boy floyd è enorme, e rivelatrice quasi quanto quella nel cinema alla fine.

    E poi beh, c’è COLLO.

  3. Fe’, senza dubbio la prima metà ne ha, di momenti bellissimi, eccome, basta vedere il mio tumblr per capire che non è che mi abbia proprio fatto schifo, la prima metà soltanto mi sembra che funzioni solo la cosa Depp-Cotillard e il resto sia un po’ buttato lì (tra l’altro ho in cantiere un possibile nuovo header tratto da questo film, ed è un’immagine della prima metà)

  4. che bel post.
    ma non cambiare l’header, su.

  5. concordo abbastanza e l’ho anche scritto da me. il "secondo tempo" è un film grandioso, purtroppo resta il ricordo della prima ora. quando cerca di fare l’epopea del gangster-eroe, Mann dice tante cose già dette, arrivando buon ultimo

  6. è difficile non concordare un po’ con tutti sul nemico pubblico. e giustamente si è ancor più concordi sul fatto che da qualche parte manchi qualcosa. è una sensazione comune mi pare e ognuno si affanna a ripercorrere il film a ritroso nel tentativo di recuperare quel tassello mancante. ma è dentro ognuno di noi che bisogna cercare.
    abbiamo atteso per 150 un’emozione che non si è fatta largo nel nostro intimo.

    crown

  7. utente anonimo on 13 novembre 2009 at 13:40 said:

    ciao k
    provo, tentando la strada della sintesi, di esprimere il mio giudizio sul film

    Un film che non regge il confronto con i due precedenti del regista, una storia piena di buchi con un’eroe invincibile che si lascia "sconfiggere" senza colpo ferire. un Deep nè carne nè pesce (bello sì, per carità), una Cotillard versione gatta morta (pure bruttina rispetto alla media), un Bale che avrebbe potuto essere un Dillinger molto più in parte.
    La famosa scena del minuto 73, che sembra aprire un nuovo scenario (poetica sì, ma non così struggente e rivelatrice come lasci presumere al tuo lettore), diventa un preambolo per una fine senza pathos dove il nostro dilliger highlander diventa un vecchio stanco (col cappello bianco poi).

    ok sul digitale, va bene ma quello è un marchio di fabbrica e una scelta stilistica che non si discute.

    manca inoltre quell’apporto fondamentale: la colonna sonora che richiama solo in parte l’uso non convenzionale e very cool a cui il nostro ci aveva abituato.

    è chiaro che il mio commento è da fan di mann, o meglio dell’ultimo mann e quindi non posso che esserne deluso e un pò amareggiato per la "bella occasione" persa.
    lillo
     

  8. utente anonimo on 13 novembre 2009 at 14:02 said:

    errore all’inizio
    provo A esprimere…l’italiano è importante
    lillo

  9. La scena del minuto settantatré è fantastica: il cinema che diventa cinema e ridiventa cinema per noi.
    Già solo quella vale la visione del film, per non dire dei bagliori, di un ultimo respiro nel bosco,  esalato con un unico, definitivo, sbuffo di vapore, della corsa nel frutteto, del parallelo con Gable  e della scena al semaforo. Più l’accuratezza di altri particolari sparsi qua e là.

    G.

  10. utente anonimo on 14 novembre 2009 at 13:39 said:

    Chi non ha pensato neanche per un secondo di girarsi, a quel settantatreesimo minuto, per vedere se John Dillinger era seduto accanto a lui nel multiplex….

  11. utente anonimo on 14 novembre 2009 at 19:26 said:

    al #7 lillo
    La Cotillard gatta morta pure bruttina rispetto alla media?? Vieni qua che ti spacco la faccia!
    che gusti… che gusti…

  12. utente anonimo on 16 novembre 2009 at 16:09 said:

    Zzzzzzzzzzzzz….tatatattata…..zzzzzzzzzzzzz…..bangbangbang…zzzzzzzzzzzzzz…….ta-rata-taratatta..zzzzzzzzzzz…..Cosa?!…ah sì…arrivo arrivo…

  13. utente anonimo on 21 novembre 2009 at 20:08 said:

    così come in alì, mann è grande quando non deve "ridare una faccia" alla storia. La lunga scena della sparatoria notturna è un pezzo di storiografia americana e non il volto di j.d., che nella frase più mitica infatti non si lascia vedere…
    b.b.b.b.

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