2010

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Frozen, Adam Green 2010

Frozen
di Adam Green, 2010

Tra Hatchet e il suo atteso sequel, il ritorno di Adam Green dietro la macchina da presa si rivela come una delle più belle sorprese del cinema horror degli ultimi tempi, andando finalmente a confermare tutte le aspettative che il film precedente aveva creato nei cuori dei fan. Perché se Frozen si configura per sua natura quasi immediatamente come un film-scommessa (come è possibile girare un lungometraggio ambientato quasi esclusivamente su una seggiovia bloccata a dieci da terra?) in realtà fa un bel passo oltre.

La fortuna di Adam Green è senz’altro quella di aver trovato uno “slot” libero di tutto rispetto: un timore estremamente diffuso ma “sotterraneo” che fa leva però su una serie di paure ancestrali e spesso dimenticate (il gelo, il buio, la solitudine, gli animali feroci) e su cui nessuno aveva mai concentrato un intero film. Ma quella del regista 35enne non è solo fortuna: Green conosce alla perfezione i meccanismi della suspense (visivi e sonori) e riesce a sfruttare con abilità tutte le potenzialità insite in una simile ambientazione, giocando con il caso e mostrando un sadismo davvero micidiale nei confronti dei suoi personaggi – ma anche uno sforzo non indifferente nel tratteggiare i loro rapporti (il tempo non manca), lavorando sodo sull’immedesimazione con la banalità.

Quello che fa Frozen è, in definitiva, riportare l’umanità al grado zero: la fa ripiombare all’improvviso nella preistoria, spegnendo letteralmente l’evoluzione tecnologica, rimettendo in comunicazione l’istinto di sopravvivenza dell’uomo contemporaneo con pericoli e minacce di fronte ai quali è del tutto inadeguato. E questo è ciò che rende Frozen così più inquietante, spaventoso, e stimolante.

Hatchet, Adam Green 2006

Hatchet
di Adam Green, 2006

Se da qualche tempo Adam Green è considerato una delle promesse del cinema horror americano, al di là dell’esordio assai poco visto, la commedia Coffee & Donuts, quasi tutto lo deve a questo film presentato al FrightFest londinese quattro anni fa e divenuto nel corso di poco tempo uno degli slasher più apprezzati dagli appassionati negli ultimi anni.

In realtà Hatchet è ancora una promessa tutta da mantenere: il meccanismo del film è basato su una riproposizione di un meccanismo piuttosto risaputo (un gruppo eterogeneo di vittime, un “mostro” dalla personalità ben definita) con la colorita variante di un’ambientazione folkloristica nelle minacciose paludi della Louisiana durante il “mardi gras”, e il film non va molto oltre il divertimento dei suoi ottanta risicati minuti. Ma il divertimento c’è, innegabilmente: di suo, Green ci mette un senso dell’umorismo caustico e triviale e soprattutto un gusto efferato, crudissimo e giocoso al tempo stesso, nella rappresentazione degli ammazzamenti, con la conseguenza di restituire allo slasher uno spirito sanguinario che molto teen horror si era portato via destinando il genere a una visione famigliare.

Senza dubbio Hatchet è dedicato agli irriducibili dell’horror: se lo siete, è una gran pacchia. Ma se lo siete, probabilmente l’avete anche già visto.

Friday Prejudice #237

[mangia, prega, ama, lama, lama, duck]

E adesso sverginiamo anche il nuovo Friday Prejudice, vah.

Somewhere, Sofia Coppola 2010

Somewhere
di Sofia Coppola, 2010

Forse non era necessario vincere il Leone d’Oro perché accadesse, ma non c’è dubbio che il nuovo film di Sofia Coppola abbia ricevuto dal premio consegnato alla Mostra del Cinema di Venezia un ulteriore stimolo a diventare il film discusso con più veemenza degli ultimi tempi dagli spettatori, dai cinefili, dagli occasionali e persino da quelli che il film non l’hanno nemmeno visto. Così, negli ultimi giorni Somewhere è diventato il fulcro di qualunque discussione intorno ai film, e come spesso accade i toni si adagiano comodamente sugli estremi – in questo caso, sfortuna sua, in negativo, comprese illazioni assolutamente ridicole sul rapporto tra il premio e la relazione passata tra la Coppola e Quentin Tarantino. Personalmente, ho un problema con coloro che si accaniscono con violenza con chi (ovviamente a mio avviso) non lo merita, e la recente discussione su Somewhere ha fatto sì che Sofia Coppola entrasse nel giro di poche ore  a far parte di un’ampia categoria di cineasti creata nella mia testa – quelli che è talmente cool attaccare che mi vien voglia di difenderli a prescindere, anche se i loro film non mi hanno convinto del tutto.

E qui veniamo a Somewhere che, appunto, non mi ha convinto del tutto. Un’altra cosa è dire che il film faccia schifo o augurare punizioni corporali alla sua regista: per fortuna la mia vita sa modellarsi sulla scala dei grigi. Ma passiamo oltre. I miei problemi con Somewhere sono iniziati proprio con la primissima inquadratura, quella della Ferrari di Stephen Dorff che gira letteralmente a vuoto per qualche minuto. Ironicamente, uscito dal film riflettevo come questo incipit, insieme alla sequenza (credo) successiva, quella della lap dance, sembri avere una funzione di “scrematura” nei confronti del pubblico: vi avvertiamo che questo film sarà tutto così, ci saranno molte inquadrature fisse e probabilmente non succederà granché, siete ancora in tempo ad andarvene. Una cosa a me graditissima, dal momento che mi infastidisce quel tipo di spettatore (assai diffuso) per cui un’inquadratura fissa equivale a una visita dal dentista e per cui l’orribile e abusatissima parola “lento” ha sempre e comunque un’accezione negativa. Ogni volta che dite “questo film non mi è piaciuto perché è lento”, muore uno Tsai Ming-Liang. Tutto bene, quindi? No. Perché questo è un film che si chiama “da qualche parte” e che inizia con un tizio che non va da nessuna parte e che, poco sorprendentemente, finisce (no spoiler) in quel modo. Questo mio dubbio sull’eccesso didascalico di questa cornice narrativa così sottolineata, acuito dal contrasto con le ambizioni europeiste della Coppola e dal tono assai più implicito e sottile del resto del film, ha segnato in qualche modo l’intera visione del film.

Ovviamente queste considerazioni riguardano soltanto uno dei molti aspetti di un film che ho l’impressione sia stato frainteso a causa di due singole questioni – che sono poi fondamentalmente le uniche dibattute a proposito di Somewhere dalla sua uscita: la prima è la sequenza ambientata a Milano e la seconda è la somiglianza del film con un’opera precedente della Coppola, Lost in translation. Sulla sequenza della Notte dei Telegatti è effettivamente difficile esporsi facendo finta che non sia una delle cose più dolorosamente imbarazzanti del cinema degli ultimi anni, ma la cosa riguarda ovviamente solo noi spettatori italiani, e sottolineo italiani, che quando vengono colpiti nel vivo, nel bene e nel male, perdono completamente il controllo. L’idea che “gli americani sappiano che esistiamo” provoca una scarica adrenalinica incontrollabile che fa sbarellare completamente il senso del giudizio, per esempio, su una sequenza del genere. Succede ogni volta. Il film però non ha nulla a che fare con tutto questo. È un problema nostro, facciamocene una ragione.

Invece Lost in Translation è la più grande sfiga di Somewhere: perché l’opinione relativa a una filmografia è già una tentazione troppo grossa, figuriamoci se c’è in ballo un film molto amato e un film che condivide così tanti elementi, perlopiù superficiali, con quest’ultimo. Ma non è un remake, non è un sequel, non è una variazione sul tema, non è un rip-off né uno spin-off. Semplicemente Sofia Coppola è un’autrice nell’accezione più diffusa del termine, e come tale dirige dei film guidati da una sorta di filo invisibile, tematico e, perché no, anche narrativo. Tutto qui: eppure ci sono cascati in molti. È più bello o più brutto di Lost in translation? La risposta, quantomeno scontata (ma io risponderei “meno bello”), ha affossato definitivamente le possibilità di questo nuovo film di essere amato.

Ed è un peccato, in fondo: perché Somewhere è un’opera a suo modo molto coraggiosa, anche se non del tutto riuscita, in cui la Coppola continua pervicacemente a percorrere la strada di un cinema americano indipendente e profondamente personale, riuscendo a riflettere (non c’è niente di male) sul proprio passato e anche sulla propria “persona pubblica” con una leggerezza metaforica che la maggior parte dei registi più autobiografisti si sogna, a dirigere magnificamente un attore come Stephen Dorff (non il massimo dell’espressività) e soprattutto un fenomeno come Elle Fanning, già quasi brava quanto la sorella maggiore, e anche a lavorare con grande perizia e intelligenza sulla costruzione visiva del film – paradossalmente visto che (o proprio perché) parte del fascino e del significato del film è la riproposizione di ambienti spogli e senza significato quanto i gesti quotidiani del suo protagonista, di posti che non sono posti, che non sono “alcun posto”.

Devi cambiare titolo perché non sei più tanto giovane

Traslochi

Presto o tardi, andava fatto. Così, dopo quasi sette anni di amore e di litigi, stremato tra le altre cose dalle difficoltà tecniche, ho abbandonato il nido di Splinder dove me ne stavo pacioso dal Capodanno del 2004 e mi sono preso una casetta tutta mia. Questa casa si chiama kekkoz.com, che da oggi ospita Memorie di un giovane cinefilo, il nuovo Friday Prejudice e Vivere e Morire a Losanghe. Ma, proseguendo su questa risaputa metafora, l’appartamento non è ancora del tutto arredato: diciamo che per adesso mi sono accontentato della mobilia indispensabile. Proprio per questo ogni consiglio è ben accetto; soprattutto, in linea con il passato, quelli costruttivi.

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Vittime di guerra

Per trasferire Giovane Cinefilo e il “cugino cattivo” Friday Prejudice da Splinder a WordPress, mi sono servito della collaborazione preziosissima di Gatto Nero, che ringrazio per l’ennesima volta per il sostegno tecnico e soprattutto psicologico, e del plugin che potete trovare a questo indirizzo su L’altro Blog nel caso venisse anche a voi un’idea così folle. Ho trasferito tutto: 2029 post di uno e 236 dell’altro, ma purtroppo nel totale di quasi 30 mila commenti dei due blog messi insieme, alcune centinaia sono rimaste senza vita sul campo di battaglia. Un sacrificio che mi sono concesso: per malinconie o ricordi perduti, il “vecchio” Giovane Cinefilo non va da nessuna parte. Guardiamo avanti.

Niente. Tutto qui. Benvenuti.

Inception, Christopher Nolan 2010

Inception
di Christopher Nolan, 2010

Ho visto Inception esattamente un mese fa*.

Inception è il più grande film del 2010**.

Il motivo di quest’attesa non è chiaro neppure a me, né sono sicuro di sapere per quale motivo così tanti post abbiano “scavalcato” quello sul film di Nolan durante le utlime settimane. Forse perché mi dispiaceva scriverne un solo post, incapace per sua natura di racchiuderne, citando il dialogo tra Cobb e Mal, “all its complexity, all its perfection, all its imperfection”. Un film perfetto e imperfetto, nella migliore accezione possibile, di cui è difficile, impossibile parlare tra i confini di un blog, non tanto per lo spauracchio dello spoiler ma per via della sua complessità, non solo narrativa – quella che ha spinto molti fan a disegnare schemi che la spiegassero nella sintesi di un grafico – ma anche per i suoi infiniti livelli di lettura: Inception è costruito su una stratificazione che porta ben più di un passo avanti sia il discorso sulla confusione ontologica intrapreso da molto cinema americano tra la fine degli anni ’90 e il decennio successivo sia la sperimentazione postmoderna sulla relatività del tempo diegetico, ma tutto ciò è appoggiato su una produzione e distribuzione da blockbuster – e quindi Inception è anche un action thriller irresistibile con un cast travolgente (in primis Gordon-Levitt e lo stesso DiCaprio), un melodramma straziante sul senso di colpa, un film possente e fragile insieme su un ultimo riscatto, un film sperimentale e mainstream insieme sulla vita e sul sogno e, come molti hanno sottolineato (Nolan incluso, anche se ha ammesso di “essersene accorto” soltanto a cose fatte), anche una straordinaria metafora dell’atto creativo del cinema. E, so e sospetto, centinaia di altre cose.

Dirò la verità, ho passato la prima mezz’ora del film cercando di affontarlo con più freddezza, di non farmi trascinare dal cieco entusiasmo, nonostante ne attendessi con ansia l’arrivo da mesi e fossi certo delle sue qualità. Ma dopo un po’ di minuti passati a cercare invano il pelo nell’uovo, credo a partire dall’eccellente inseguimento tra i vicoli di Mombasa, mi sono reso conto che non ha davvero senso e l’ho capito ascoltando il battito del cuore e guardando i muscoli delle gambe tendersi e agitarsi quanto i neuroni nel cervello: mi ripeterò, ma la magia di Nolan è quella di aver ottenuto un film epico e commovente pur da una macchina narrativa così cerebrale e geniale, di aver risolto (a patto di stare un po’ attenti) la comprensione del plot con i perfetti ingranaggi della sceneggiatura e di aver messo in piedi uno spettacolo trascinante in cui tutti gli elementi contribuiscono in egual modo (con una particolare nota per l’epocale colonna sonora di Hans Zimmer) e in cui quasi ci si dimentica (non a caso) del tempo che passa e, ancor più miracolosamente, del caos dell’intreccio. Il risultato: uno di quei rari film che ti entrano sotto la pelle e dietro gli occhi, e dopo un mese di tempo sono ancora lì con la disturbante e tachicardica palpabilità di un sogno lucido. Forse perché non abbiamo fatto altro che pensarci e ripensarci per tutto questo tempo?

Ma, concludendo con una materia più “fredda” ma non meno rilevante, quello di Inception è anche un modello che potrebbe aprire degli scenari luminosi sul futuro del cinema commerciale americano: stiamo parlando di un film d’autore dal budget di 160 milioni di dollari, di un film realizzato con una libertà creativa quasi senza precedenti negli ultimi 10 anni ma che non fa assolutamente sconti e non dà mai per scontato che l’età mentale dei suoi spettatori sia sotto il livello di guardia: un’occasione guadagnata grazie al precedente capolavoro del regista, Il cavaliere oscuro, che ha già ripagato ampiamente sul mercato. E che dal lato artistico mostra ancora una volta a chi avesse dei dubbi che, a suo agio sia su territori del cinema più commerciale che in incontrollabili e meravigliose follie come Inception e The prestige, Nolan è davvero uno dei più grandi registi del cinema americano contemporaneo.


Nei cinema dal 24 settembre 2010

*ho visto il film in Portogallo, un paese civile dove i cinema sono sempre pieni (di film e di spettatori) anche ad agosto e dove tutti i film vengono proiettati in lingua originale con i sottotitoli

**finora

R.I.P. Claude Chabrol

[adieu]

Claude Chabrol è morto oggi a Parigi all’età di 80 anni.

Somewhere: Leone d’Oro

[leone d'oro]

Somewhere di Sofia Coppola ha vinto la 67a Mostra del Cinema di Venezia.
Sì, l’ho già visto. Magari nei prossimi giorni ne parliamo.

Friday Prejudice #235

[I know, right?]

Ehi ci sono i nuovi Pregiudizi dall’altra parte.

I mercenari, Sylvester Stallone 2010

I mercenari (The Expendables)
di Sylvester Stallone, 2010

Negli ultimi anni il discorso sui film sulla rete, social network inclusi, si sta riducendo sempre di più a un’opposizione tra aspettative e giudizio: ovvero, un film è sempre meno considerato come qualcosa a sé stante e sempre più in relazione all’idea che ci si era creati in testa. Un procedimento mentale (o dialettico) tanto comodo quanto limitato. E poi a volte esce un film che rispetta in modo tale le sue aspettative da lasciare soltanto una cosa da dire – che infatti si legge un po’ dappertutto: I Mercenari è un film clamorosamente onesto.

Dopo aver dissotterrato i suoi due personaggi più iconici, Stallone ha riportato sugli schermi un mucchio selvaggio di stelle action più o meno in declino, ma l’ha fatto con un’intenzione estremamente chiara: quella di fare un film action puro e senza fronzoli, un film, per intenderci, che non permettesse voli pindarici da parte “nostra” che andassero al di là della quantità di proiettili sparati o della figaggine delle punchline. L’elemento malinconico del film, quindi, o il modo in cui ci si ostina sui volti invecchiati dei suoi personaggi (in primis il botulinato Stallone), non sono inseriti nel film con scopi autoriflessivi, ma fanno parte della narrazione, del carattere fascinosamente decadente del suo autore.

Che limita gli ammiccamenti ad alcune sequenze (una tra tutte quella dell’incontro con Schwarzenegger e Bruce Willis in chiesa: irrimediabilmente irresistibile), costruisce un plot che più semplice non si può e tralascia fotografia e scenografie (ma badate, la regia regala più invenzioni della maggior parte dei film d’azione di oggi), lasciando più spazio possibile al divertimento del suo pubblico. E infatti arrivano a palate – sia il divertimento che il pubblico. Ma è il cast, da copione, la pacchia maggiore del film: basta scegliere i propri preferiti. Qui sono il solito Mickey Rourke (che a questo punto riuscirebbe a dare uno spessore hollywoodiano pure a Super Mario Bros) e Jason Statham, vero co-protagonista del film e autentica spalla ideale di Stallone – in qualche modo, una consegna di testimone a quello che è forse è il miglior rappresentante del genere in circolazione.

Black Death, Christopher Smith 2010

Black death
di Christopher Smith, 2010

Il bristoliano Christopher Smith è un regista che da queste parti è visto da tempo con un occhio di riguardo: merito della scatenata commedia horror Severance, ma soprattutto dello stupefacente Triangle, geniale e cerebrale frullato di paradossi spaziotemporali che diventò una delle ossessioni del sottoscritto nella scorsa stagione. Per lo stesso motivo, saremmo pronti a perdonare a prescindere uno scivolone. Il suo quarto lungometraggio, ambientato nel trecento della "peste nera", è in realtà a mio avviso più un passo indietro che un vero passo falso.

A volerla dire tutta, Black Death dà più che altro l’impressione di un film che fatica a prendere una direzione, indeciso tra la riproposizione efficace di un immaginario medievale aspro e violentissimo e il racconto morale con metafora nascosta in bella vista. Da un lato c’è infatti la cruda prima parte, con una rappresentazione originale e cupissima dell’Inghilterra minacciata dalla pestilenza e dalla morte, dall’altro c’è la tendenza a trasformarsi gradualmente (o improvvisamente) in un film a tema. E nell’ansia di stendere sul tavolo le sue opposizioni e di sembrare una cosa serissima a tutti i costi, si dimentica per strada il gusto della narrazione, diventando statico e inerte e affidandosi perlopiù alla presenza di Carice van Houten, che per un po’ è ambigua e affascinante, ma il cui facile contrasto finisce presto per diventare stucchevole.

Il tocco di Smith si vede soprattutto nello sguardo crudele e a suo modo tragico sullo spirito umano, in cui l’indole ferocemente (e sadicamente, a tratti) pessimista del regista acquista persino una maggiore profondità – con il rischio, certo, di diventare la sua maniera, ma non si può negare che anche questo film lasci una palpabile sensazione di disagio e di sconforto. E che se Black Death non è forse all’altezza dei due film precedenti, mostra quantomeno che Smith, a differenza dell’opera stessa, sa perfettamente dove sta andando. Adesso speriamo che ci arrivi con il prossimo film.

Non è prevista un’uscita italiana nelle sale italiane a breve, ma a metà ottobre esce l’edizione dvd britannica

Centurion, Neil Marshall 2010

Centurion
di Neil Marshall, 2010

Tra i registi del cosiddetto Splat Pack, Neil Marshall non è solo uno dei più benvoluti, ma uno dei più interessanti ed eclettici: dopo essersi smarcato dal circuito degli appassionati (il suo primo film era l’interessante Dog Soldiers) con il fenomenale horror The Descent, con il suo sorprendente terzo film Doomsday aveva mostrato una notevole sfrontatezza nell’affrontare il pastiche di generi e i topoi del cinema post-apocalittico, attirando su di sé anche qualche immeritata antipatia da parte di alcuni fan della prima ora.

Con Centurion il suo cinema sembra prendere una strada diversa, allontanandosi apparentemente da scenari horror per raccontare una fantasiosa risoluzione di un famoso mistero – quello della "nona legione" romana scomparsa nelle Highlands scozzesi all’inizio del secondo secolo DC. In realtà, a Marshall interessa decisamente più l’action adrenalinico che la rivisitazione storica, la sua mano flirta con il thriller più che con Il Gladiatore, per nostra fortuna, e il film più che per la vicenda in sé si fa notare soprattutto per l’approccio sempre più materiale e sanguigno alle scene d’azione.

Insomma, dopo Doomsday pensavo di aver assistito al maggior numero di decapitazioni possibili in una pellicola di largo consumo, ma solo perché non avevo visto Centurion: la sequenza della prima battaglia in cui la legione viene sterminata dai Pitti, è una lunga e furiosa carneficina in cui quasi ogni inquadratura, all’interno di un montaggio serratissimo, è un ammazzamento, spesso molto truculento – ma il fatto che il film inizi con un soldato di guardia infilzato da una lancia là dove non batte il sole era già un bel campanello d’allarme, se così si può dire. In queste sequenze Marshall è in grandissima forma e Centurion si pone come il proseguimento ideale del film precedente, agli antipodi semmai rispetto a un’opera come Valhalla Rising.

D’altra parte però il film non spicca certo per l’originalità o la brillantezza del plot (nel film precedente sostituite dal continuo scarto di genere e dall’ammiccamento cinefilo) e visto che, azzerata l’ironia, Centurion non ha quella stessa capacità di gestire il corso della narrazione (buttando nella mischia una tiepida storia d’amore svalutata immediatamente dal contorno) spesso e volentieri affida il compito di tenere alto l’interesse a una fotografia eccezionale ma cartolinesca e alla tosta presenza scenica del suo protagonista. Gioco forza: chi non lo farebbe, avendo tra le mani Michael Fassbender? Anche se in realtà la vera star del film è la spettacolare Etain di Olga Kurylenko, proto-braveheart di spietata bellezza nei cui occhi Marshall riesce a far bruciare con una forza visiva deflagrante la fiamma della perdita e del desiderio di vendetta.

Non mi risulta che sia ancora prevista un’uscita italiana per le sale

MacGruber, Jorma Taccone 2010

MacGruber
di Jorma Taccone, 2010

La categoria dei film tratti da sketch del Saturday Night Live, pur non avendo conosciuto molta popolarità nel nostro paese tranne in alcuni casi (Wayne’s World) e per ovvi motivi, ha conosciuto un periodo di discreta popolarità, o meglio si è popolata di un certo numero di film, nel corso degli anni ’90. A dieci anni di distanza dall’ultimo tentativo, è un personaggio interpretato da Will Forte nelle ultime stagioni dello show a diventare un lungometraggio – nello specifico, una parodia fuori tempo massimo ma spassosa di MacGyver in cui l’industrioso personaggio diventava un agente segreto inetto, razzista e sessista che alla fine dello sketch non riusciva mai a evitare all’ultimo secondo l’esplosione di turno.

Detto questo, MacGruber non ha ovviamente la statura dei Blues Brothers (e chi ce l’ha?) né è divertente quanto Wayne’s world: si tratta perlopiù di una parodia standard dell’action movie, di grana grossa, che a volte fa l’errore di muovere la sua comicità su territori già battuti (per esempio da Team America) e che sfrutta la liberazione dalle costrizioni del network per rilasciare le trivialità sessuali, anali o scatologiche che diventano un po’ il marchio a fuoco tutto il film. Ma che non sono la cosa più divertente: la differenza la fanno lo stile del protagonista Will Forte, a cui riesce bene il contrasto cartoonesco con la rigidità di Ryan Philippe, e soprattutto Kristen Wiig, che nonostante sia una delle migliori e più divertenti attrici comiche della sua generazione stenta ancora a trovare un posto che le si addica sul grande schermo – ma è comunque bravissima, persino qui.

In ogni caso, MacGruber non è una delusione totale, forse proprio perché non richiede particolari sforzi né solleva alcuna aspettativa. E quando è divertente, sa essere anche molto divertente. Ma quando non lo è, mh.


Non è prevista alcuna uscita italiana

Salt, Philip Noyce 2010

Salt
di Philip Noyce, 2010

Da tempo si fa un gran parlare di come sia cambiato il thriller americano (in particolare quello a sfondo spionistico, ovviamente, ma non solo) dalla caduta del Muro. Per amor di brevità, gli anni ’90 in questo senso sarebbero stati un periodo transitorio stimolato dagli scenari della Guerra del Golfo, mentre il decennio successivo avrebbe potuto trovare nuova linfa nel post-11 settembre. Ma l’identificazione precisa di una nemesi collettiva che la guerra fredda permetteva non si è più ripetuta, ed è ovvio che a Hollywood giri da tempo un po’ di malinconia dei bei tempi che furono, dei russi cattivi con l’accento russo.

Salt sembra voler sopperire proprio a questa mancanza: ma abbandonata immediatamente per strada la serietà del plot (la sua scarsa credibilità sarà un ostacolo, immagino, per molti spettatori: io francamente non mi pongo il problema) in cui le famose "sleeping cells" della russia sovietica si attivano finalmente sul territorio statunitense, nel film fantapolitico dell’australiano Noyce, firma prolifica ma altalenante degli anni ’90, i conti con i fantasmi del passato hanno meno risalto rispetto all’intrattenimento, alla ricercata confusione narrativa piena di colpi di scena (pure troppi) e al ribaltamento continuo dell’empatia nei confronti della fascinosa e indistruttibile protagonista. Più semplicemente, Salt è in thriller escapista dallo stampo volutamente vecchiotto e polveroso ma costruito con discreta professionalità, che non va da nessuna parte ma che, quantomeno, non annoia. In un certo senso, non fa a tempo.

Rimane da chiedersi cosa sarebbe stato del film se, seguendo le intenzioni originali, Salt fosse stato un uomo e non un’implacabile e bellissima Angelina Jolie. Domanda pigra e inessenziale, senz’altro: ma è anche l’attrice, nella sua forma migliore, ad accendere la scintilla che sa rendere meno dimenticabile e inutile un film il cui principale pregio è proprio la dichiarata inattualità.

Nelle sale italiane dal 29 ottobre 2010

Macchianera Blog Awards 2010

[auòrds]

Anche quest’anno Memorie di un giovane cinefilo è nominato ai Macchianera Blog Awards nella categoria Miglior Blog Cinematografico. In buona compagnia: ci sono gli amici dei 400 Calci, il buon vecchio Fringe e il blog che vince anche quest’anno. Non vado pazzo per i premi in generale* né penso che significhino davvero qualcosa dopo quasi sette anni di blogging, ma le nomination mi fanno sinceramente piacere: come sapete sono basate sulla segnalazione degli utenti, quindi vuol dire che qualcuno di voi (e nemmeno pochi, suppongo) passando di là ha pensato a questo blog o a quell’altro da me firmato e anch’esso nominato. Quindi, nonostante l’autopromozione mi stia antipatica, far finta di niente sarebbe una cafonata nei vostri confronti. Siete così carini.

Questo è amore! Questo è davvero amore!

Grazie dunque. E no davvero guarda, è già abbastanza così.

*e soprattutto per quelli in cui arrivo sempre terzo

Friday Prejudice #234

[clap clap]

Per adesso è ancora tutto serrato, ma i Pregiudizi ci sono.

[sooner or later]

[sooner or later]



[post in attesa, come ai vecchi tempi]

Friday Prejudice #233

[indovina chi sposa jimbo]

Ed è tornato anche Friday Prejudice, adesso.

Kon Satoshi R.I.P.

[sayonara]

Il blog riapre temporaneamente per la più imprevista e dolorosa delle ragioni: a quanto sembra, qualche ora fa è morto fa il regista giapponese Kon Satoshi, regista di gioielli come Paprika e Millennium Actress. Tra i più folgoranti e promettenti autori del cinema d’animazione contemporaneo, esploratore indefesso dei confini tra sogno e realtà, Kon era più in generale uno dei più geniali tra i cineasti visionari del nostro tempo. Il suo quinto lungometraggio, The dream machine, era ancora in produzione.

Se n’è andato all’età di 46 anni.

Chiuso per ferie

[SBRANG]

Come più o meno ogni anno (e ogni blog),
questo blog chiude i battenti per qualche giorno e va in ferie.

Fate i bravi.