Kill bill vol. 1


Rivisto ieri sera, dopo tanti, troppi mesi.


Non ho parole, se non di meraviglia. E non vedo l’ora.

Cabin Fever


“E il fucile?”
“Ah, quello è per i negri”


Cabin fever (che Nico ha tradotto magnificamente in paura da cabina) di Eli Roth è un horroraccio truculento che rubacchia tutte le sue idee dal cinema horroraccio e truculento (ma non solo) degli ultimi quarant’anni. Non che sia male, ma c’è citazionismo e citazionismo.


Qualcosa funziona. Ma credo davvero che sia merito della supervisione di Lynch. O meglio, dell’amicizia che lo lega a Roth, che sembra volerla mostrare in tutti i modi. E così l’unica visione davvero geniale del film, quella del ragazzino seduto sull’altalena che d’improvviso urla “pancakes! pancakes!” e comincia a fare volteggi kung-fu al ralenti, sembra uscita da una delle più inquietanti suggestioni del buon vecchio David. Per non parlare della rappresenzazione del bosco. E del poliziotto imbecille. Ma Lynch ha un interesse e un rispetto per la provincia americana che Roth si sogna, e che probabilmente non gli interessa. Perché Roth vuole solo essere distruttivo. E’ sorprendente che uno che ha lavorato spalla a spalla con Lynch non abbia capito nulla del suo cinema.


Però, l’ho detto, qualcosa funziona. Il disfacimento del corpo della “solita” ragazza-strafiga che, dopo un sano e disperato coito pre-mortem, si rade le gambe togliendosi la pelle, rende davvero l’idea di una società sull’orlo dell’autodistruzione, e la paranoia tutta americana della paura del contagio filtra bene attraverso alcune immagini, alcune suggestioni. Ma il resto è troppo esplicito, troppo telefonato. Le caratterizzazioni di sfondo sono ridicole. I personaggi sono insopportabili e dicono fuck ogni due parole: condannati a morte certa.


E infine, nel bel mezzo di una sana pre-catarsi gore and splatter, che ci vuole, e che diverte, si sente il dovere di fare una replicata del primo Raimi, un pizzico del primo Hooper, e il finale. Che è il primo Romero, pari pari. E senza vergogna.


The Addiction


13 Marzo 2004 - Abel Ferrara arriva sotto il palchetto del Lumiére e dice “non ci piace parlare del film prima di vederlo, ci vediamo dopo”. Il tutto con il suo terribile accento newyorkese, non proprio chiarissimo, e una punta di ubriacatura (alcool? droga?) che rende il suo passo alquanto incerto. E poi, brutto. Brutto come l’orco cattivo delle fiabe. Ma fin qui, lo sapevamo.


Poi il film, The addiction, che è davvero bellissimo. Me ne rendo conto vedendolo in pellicola e in 16:9, e non in quella orrenda VHS in cui lo vidi qualche anno fa. Sicuramente il suo film migliore. Come ho già fatto ieri per Santa Maradona, ricopio pigramente la mia recensione presa dal sito. Recensione di cui sono, per una volta, soddisfatto (anche se ho tagliato una parte…) Sì, sono un pigrone, ma che ci posso fare?


“Una laureanda in filosofia viene vampirizzata: una sequenza bellissima e terrificante, che arriva a pochi secondi dall’inizio del film, scuotendo l’animo dello spettatore e stravolgendo i ritmi usuali del cinema del terrore. La ragazza sperimenta così una sorta di rappresentazione orrorifica delle tematiche metafisiche sul libero arbitrio e sull’ineluttabilità del male, ritrovandosi suo malgrado preda della “dipendenza” (la “addiction” del titolo) dal bisogno di uccidere e di nutrirsi, lasciando però ogni volta alla vittima, con una formula ripetitiva (“Dimmi di andarmene via, ma fallo con convinzione”) la possibilità che è propria dell’uomo di rifiutare il male. “Non siamo peccatori perché pecchiamo, ma pecchiamo perché siamo peccatori”. L’uomo è inevitabilmente malvagio, e non può che “disseminare il male nel mondo”. Che in fondo è “solo un cimitero”, e questi vampiri-drogati sono “i corvi che beccano nell’ossario”. La catarsi non è però esclusa, il senso della salvazione portato dalla consapevolezza del proprio male può redimere l’animo umano. La dipendenza è una chiara metafora della tossicodipendenza, viste le citazioni Borroughsiane e il fatto che la protagonista si “nutra” anche per via endovenosa. Ferrara adatta insomma i suoi temi e le sue manie ricorrenti all’horror, con risultati tanto eccessivi, come suo solito, che si fatica ad osservarli con distacco e giudizio. Ma la forza dell’arogomentazione è indiscutibile, e il regista non lascia scampo allo spettatore, costringendolo a un tour de force, sia mentale (la conoscenza sfoggiata da parte dello sceneggiatore Nicholas St. John delle filosofie del novecento spesso rischia l’intellettualismo, anche se nella maggior parte dei casi le citazioni colte sono un’inevitabile raccordo tematico per un discorso metafisico che si sarebbe altrimenti perso per strada), sia fisico (il film è forse l’horror visivamente più radicale dai tempi della trilogia Romeriana degli Zombi, e la sequenza del “pasto di gruppo” alla festa di laurea è violenta in modo quasi insostenibile). Formalmente splendido, governato dalla cinepresa a spalla, e quindi da un senso di caos metropolitano che ben si adatta perfettamente all’ambientazione newyorkese (la favorita di sempre nel cinema di Ferrara), e ben servito dalla meravigliosa fotografia cupa ed espressionista di Ken Kelsch.”


Alla fine del film, attendiamo tutti con ansia l’uscita del signor Ferrara. Che però si intrattiene ben poco con noi, sembra avere molta fretta, forse perché non ha gradito il telefonino di una brutta stronza che si è dimenticata di spegnerlo. Monsieur le director cerca di trattenerlo oltre, ma non c’è verso. Ma ha il tempo per regalarci una chicca. “Qualche domanda?”. Una ragazza-tipicamente-DAMS gli fa una domanda lunghissima e complicatissima. Ferrara, dopo una breve pausa, dice: “Esatto”. Poi, dopo le risate di rito: “Un’ottima interpretazione… ehm… ehm…”. Stancato dalla sua stessa dislessia (e poi non rispondeva mai a una domanda, soprattutto a quelle di Monsieur le director: divagava e basta), conclude: “E’ per quello che facciamo cinema. Perché non siamo capaci di parlarne.” Grazie, Abel.

[nota]


Tra poco più di mezz’ora incontrerò Abel Ferrara al cinema Lumiére. Interessante, non trovate? Ne scriverò domani o lunedì.


Oggi ho scritto 3 post e ieri 2, fatemi il piacere di non farmi trovare commenti solo su questa nota imbecille. Thanks.

Lost in La Mancha


“In 20 years that I’m in this businness, i’ve never seen such a sfiga. “Sfiga” in italian is the opposite of “figa”, that means “pussy”. Sfiga is the negation of pussy.”
(Nicola Pecorini)


Lost in La Mancha non è un capolavoro, ma sicuramente un film da non perdere. Per buona metà semplice making of di un film incompiuto, si trasforma nella seconda parte in una metafora ardente e disperata sullo stato decadente del cinema contemporaneo, sul rapporto tra esigenze produttive e ambizioni artistiche. Da quelle poche immagini che si vedono, si intuisce che The man who killed Don Quijote sarebbe stato un altro capolavoro di Gilliam. Che è il vero Quijote della situazione, un uomo incapace di vedere i problemi reali e pratici, innamorato delle sue visioni e che non accetta che tale indecente realtà possa spegnere i suoi sogni.


Quante ovvietà, vero? L’hanno detto tutti, ed è palese.


Tolto il livello metacinematografico, sicuramente il più importante ma anche il più ovvio, Lost in La Mancha è anche un film sulla sfiga (indimenticabile il micromonologo esplicativo di Pecorini). E non solo: un film sulle maledizioni e sulla superstizione. Un’operetta frustrante e sull’impossibilità di realizzare i propri desideri a causa di quelle definite come Causes of major force oppure semplicemente Acts of God, atti di Dio. Che è lì che se la ride, e ci rimanda a Settembre. Il Don Quijote è l’ultima Babele.


Le avventure del bar…

Le avventure del barone di Munchausen


Come spesso accade nel cinema, uno dei più clamorosi fiaschi della sua storia è un capolavoro. Tra l’altro, riguardandolo oggi, mi rendo conto del filo tesissimo e non tanto sottile che lega il cinema di Terry Gilliam a quello di Tim Burton (Big fish in testa), in particolare per il tema della “fantasia al potere”, e dell’immensa forza dell’immaginazione.


Munchausen è un film barocco, esagerato, fanciullesco (ma mai infantile), che confonde i livelli testuali e di realtà (verità/menzogna, teatro/vita) come un film postmoderno. E allo stesso è un film rigonfio di amore per il cinema in senso primitivo, un cinema che cita Meliés in modo diretto, con il viaggio sulla luna, con i modellini, con la sua narrazione giustapposta e favolistica. Un film da recuperare, nell’attesa che Gilliam ci regali un’altra delle sue magiche illusioni e dei suoi magnifici, cupi o colorati che siano, capolavori. Sperando che gli vada meglio che con il Don Chisciotte.


nota: il re della luna, ovvero Robin Williams, in inglese parla un fortissimo accento italoamericano e mischia la sua lingua alla nostra, con risultati davvero comici. una sorpresa.

Crocevia della morte…

Crocevia della morte

“E’ per quello che mi piaci tanto. Non ho mai conosciuto nessuno così figlio di puttana e così fiero di esserlo.”

Il terzo film dei fratelli Coen è irresistibile. Un vero e proprio pastiche, ma che nasconde la sua postmodernità sotto un alone e un’eleganza da cinema classico. Superficie che però, come spesso accade nel cinema dei questi due geniacci, viene spazzata via di continuo dallo sberleffo farsesco, o dalla citazione. Che qui si sprecano, soprattutto per quanto riguarda il gangsterismo coppoliano, che viene in un momento replicato e in un secondo tempo ribaltato, con l’incredibile senso dell’humor e l’imprescindibile conoscenza della macchina filmica che è propria dei Coen e che permette a film come questo, nonostante il ghigno sotteso al dramma, nonostante il gioco cinefilo, di essere anche un dramma significativo, con un suo senso dell’epica e una coerenza interna invidiabile.

La mia ipotesi personale è che i Coen non siano affatto decaduti, e che l’ultimo loro film, tanto criticato, stia alla Screwball Comedy come questo sta al gangster-movie. Ma è un’opinione, e, come tale, opinabile.

Santa Maradona


Non ho voglia di sbattermi, perché è la terza o quarta volta che vedo Santa Maradona, film a cui voglio molto bene, sia perché lo trovo interessante, speciale, intelligente, insomma “bello”, sia perché ad esso sono legati, direttamente e per inconscia immedesimazione (nel personaggio di Bart ma soprattutto in quello di Andrea), alcuni ricordi positivi e alcuni negativi, che riguardano persone del mio presente e persone del mio passato. Non è un film di cui ora posso parlare oggettivamente. Però quando lo vidi la prima volta, sì. Quindi, dato che non ho voglia di sbattermi, come ho fatto per Gohatto, ricopio la recensione che feci per il mio sito più di un anno fa. Con le dovute correzioni di “maturità“. Buona lettura.


“Quanto può essere soprendente un film in cui non succede nulla che racconta di persone che non fanno nulla. Un film e una storia “contro”, una volta tanto non politicamente, ma liguisticamente. La vita di Andrea e Bart è un reiterato scontro con una realtà crudele, significativamente rappresentata in una Torino da brividi, dove regna la violenza, linguistica e non, in cui mastodontici cartelloni pubblicitari nascondono l’implacabile voglia di fuggire, tanto cara all’ultimo cinema italiano, ma con l’umile ammissione dell’impossibilità di una vera fuga. Perché lo sanno tutti dove si lavano i panni sporchi, e cosa vuol dire fuggire dalle proprie responsabilità. L’illuminata sceneggiatura, del regista stesso, è piena di dialoghi da antologia, che, pur tanto dovendo alla new-wave americana di “Clerks”, e non in modo celato, qui sono meno gratuiti, meno volgari, e i ritratti che ci regala questo divertente (e divertito) apologo generazionale sanno dire molte verità, che spesso nel cinema italiano si nascondono sotto falsi moralismi e gratuiti esercizi di stile. Anche lo spirito citazionistico è originale, e il debito cinefilo, anche quando evidente, anche quando addirittura metacinematografico, riesce sempre ad essere significativo (come la passione feticistica di Andrea per i titoli di coda), e al passo con la storia (come il finale). Ovviamente questo film non può piacere a tutti. Ma ha il raro dono di sorprendere lo spettatore con l’innegabile intelligenza dello script e con la sana corposità della regia, tutta filtri, dissolvenze e abili figure retoriche. Soprende, e lo fa dall’inizio alla fine.”


E poi, aggiungo ora, ci sono l’accento romantorinese di Libero de Rienzo e quei bellissimi dettagli sul volto di Anita Caprioli.

Nuvole in viaggio


“E poi Lei è troppo vecchia per fare la cameriera”
“Ma ho solo 38 anni”
“Appunto. Potrebbe morirmi da un momento all’altro”
“Ma Lei ne ha molti di più”
“Ma io ho le conoscenze giuste”


Quando la realtà fa più paura dell’immaginazione ti passa un po’ la voglia di fare un blog di cinema, perché sei più vicino a loro di quanto tu voglia o possa ammettere. Ma si deve reagire, ce lo dicono sempre. stoicamente prendere la propria vita in mano e viverla finché ci viene concesso, e giocare tutte, ma proprio tutte, le nostre carte. Parzialmente ho parlato anche di questo film, un po’ senza volerlo, un po’ volendolo.


Kaurismäki, dunque. Visione inedita, per me. Mi sono imperdonabilmente perso L’uomo senza passato (che recupererò al più presto), e quindi da qualche parte devo cominciare. Adoro scoprire qualcosa di nuovo e gradirlo. Mi piace questo modo laconico e lunare di vedere la vita, questa visione ottimistica della lotta contro il fato, questa poesia diffusa nei piccoli particolari quotidiani, nella realtà che nasconde l’assurdo nel profondo, nei colori blu e azzurri dei muri e del cielo. Un cielo che non si vede ma c’è, e gli sguardi dei personaggi alla fine, con il cane in braccio, sono rivolti a quel cielo ricolmo di nuvole viaggiatrici che ci sovrasta e, qualche volta (purtroppo spesso solo nei film), ci premia.





[that’s entertainmen…

[that's entertainment]


Sfuggo dalla mia gabbia “un-film-un-commento” per consigliarvi un bellissimo gioco cinefilo trovato grazie a Deep down.


Dopo aver giocato, tornate qui e ditemi il vostro punteggio.


Io ho fatto 44 su 63, perché ci sono molti dei miei film cult… comunque è difficilotto… Vi do un consiglio: attenti ai particolari (e alle maiuscole).

L’angelo della vende…

L’angelo della vendetta (Ms.45)


Il cinema di Abel Ferrara, prima della “cristallizzazione in simboli” e del peso filosofico (spesso giustificato e affascinante) che incombe sulle opere della seconda parte della sua carriera, era decisamente più carnale, sanguigno, divertito.


Ms. 45 è tipicamente serieB, tipicamente anni ’80, tipicamente indipendente, e condizionato inevitabillmente dalla sottocultura trash (da cui Ferrara proveniva). Ma con uno stile tutto suo, incredibile e fiammeggiante (bellissimo lo strobo-ralenti sull’inevitabile massacro finale), un senso della costruzione dell’immagine, e un’ironia diffusa e trascinante (la storia del cagnolino). Così Ferrara trasforma la sua ossessione per il sesso, per la cultura educativa cattolica, e per la sensazione schiacciante e assassina che viene attribuita alla metropoli (suggestioni rubate al primo Scorsese, quello di Mean Streets) in un divertentissimo e violentissimo thrilleraccio, misconosciuto (almeno in Italia) ma ultracitato (come l’assassina vestita da suora in Divorcing jack).


Zoe Lund era uno schianto, ed era bravissima. Purtroppo il suo cuore non ha retto e non è più tra noi.

Piccoli affari sporchi

"We are the people you do not see.
We are the ones who drive your cabs.
We clean your rooms. And suck your cocks."

Ci stiamo dimenticando di Stephen Frears, autore straordinariamente versatile, che ci ha regalato due bei film tratti da Doyle, nonché Alta fedeltà, Le relazioni pericolose e Rischiose abitudini (tutti molto belli), e non solo, costretto (o no?) al low-budget e a produzioni semi-televisive come questa (prodotta dalla BBC). Che però, grazie al talento del regista di Leicester, e anche (forse soprattutto) alla stupefacente meravigliosa fotografia del sempre bravissimo Chris Menges (quello di Triplo gioco, che pur attinge all’iperrealismo di Honk Kong), tanto televisiva non è. Non lo è nel ritmo, non lo è nei temi, che sono importanti, e ben trattati, e non soffocano un ottimo tratteggio dei personaggi.

Vero, il plot si perde un po’ per strada, indeciso sulla direzione da prendere e a tratti davvero confuso, ma questa piccola, strana, malinconica storia di emarginazione, di invisibilità e di traffico d’organi regala alcuni dialoghi da antologia e trasmette una fluidità che non ci si aspetta, o almeno non da un film così profondamente "sociale" e così radicato nella cultura e nei dilemmi quotidiani della società britannica. Gli attori fanno quello che possono, ma mentre Chiwetel Ejiofor è una piacevolissima scoperta, la Tatou è un po’ deludente (anche se si riscatta nel finale).

Moulin Rouge


Devo dire che, come sempre, in inglese è un’altra cosa: non c’è la perdita di fluidità causata dal cambio di voci tra parlato e cantato, non si colgono gli intrecci tra dialoghi e canzoni, che “dialogano” tra di loro. E la Kidman e MacGregor, fantastici. Comunque…


Moulin rouge mi era già piaciuto molto al cinema. Ma devo dire che la seconda visione, forse perché per sua natura più distaccata, attenta e analitica, ha colto aspetti che avevo tralasciato e mi hanno sorpreso. Ma sospendo il giudizio su una o un’altra visione, merita di essere definito per quello che è. Un gran bello spettacolo. Che sia anche un gran-bel-film o un mediamente-bel-film, questo non lo so dire, non mi sbilancio, nonostante a me piaccia moltissimo. Certo è che il cinema di Baz Luhrmann (anche se è ancora embrionale, anche se è un po’ presto per definirlo, dopo tre film) è spettacolare, ma nel senso più positivo del termine.


La sua cifra stilistica è fatta di commistioni di generi, di uno stile roboante, espansivo e quasi-kitsch (il kitsch è anarchico, Baz no). Ma quello che più gli interessa e gli preme è il romanticismo, quello sfrenato dei fuochi d’artificio digitali che scoppiano sul cielo di parigi, quello tragico degli amori impossibili e degli amanti shakesperiani. Il tutto immerso in uno stile esasperato che stupisce ad ogni inquadratura, che fa commuovere e possibilmente battere le mani e cantare senza vergogna, mescolando alto e basso, pop e melò, il novecento che nasce e il novecento che muore.


Magari con qualche piccola (ma perdonabile) caduta di ritmo, perché caricare sempre l’incipit in questo modo è pericoloso. Ma con un gusto colorato e un talento visivo incredibile, e con la piacevole sensazione questo sia davvero amore. Amore che tragicamente finisce. Ma quello per il cinema (un sottotesto?), quello dura una vita intera e sopravvive alla morte.

Animal house


“Belushi è il simbolo di un’epoca che non è mai esistita”
(Teo)


Se John Belushi non fosse morto il 5 marzo del 1982 (e per puro caso ho visto il film proprio venerdì 5 marzo), gli anni ’80 sarebbero stati tutta un’altra cosa. Ecco da dove viene la commedia americana sboccata, vitale, irriverente. Ecco com’era John Landis, e com’era John Belushi. Non dimentichiamoci Animal house, mai eguagliato.


Happy birthday to me…

Happy birthday to me


Il sei di marzo del millenovecentottantuno, nasceva un giovane cinefilo in quel di Brescia.


E la torta a me.

National Lampoon’s V…

National Lampoon’s Van Wilder (Maial College)


Non vorrei spiegare per quali strade ieri sera sono finito in una proiezione privata del dvd di Maial College (scrivo il titolo originale perché solo a nominarlo mi vengono i brividi). Ma lo faccio: era la festa di Lillo, che si è laureato (brao lil), ed eravamo a casa sua. Come si sa, è l’oste che fa le poste.


Non vorrei parlarne, perché se ne può parlare solo male, ed è come sparare sulla croce rossa. Che sia brutto, pazienza, ce ne sono altrettanto brutti (più brutti è davvero dura). Ma il problema è l’obiettivo esplicito: replicare il grandissimo Animal House di John Landis (il titolo, le situazioni, i personaggi, persino la presenza di un Tim Matheson imborghesito che fa una gran tristezza). Com’è possibile farlo con una tale dose di moralismo? E quindi stavolta fanno proprio incazzare quei discorsetti edificanti e le moraline facili facili in un film che dovrebbe, almeno per tradizione, per rispetto, per pudore, essere anarchico e irriverente. Spiace dirlo, perché chi scrive non disprezza il trash, ma questa è davvero la feccia del cinema americano.


[per tutto ciò che ho appena detto, la ormai celeberrima scena della masturbazione cinofila (ma non cinefila) con successivo spuntino di sperma canino è davvero impagabile]


[condividi la passione del Cristo]


The Passion Nail ™ pendants feature Isaiah 53:5 inscribed on the side.


They are available in two lengths-1 7/8″ and 2 5/8″- and come on a 24” leather cord.



(da www.sharethepassionofthechrist.com)


Attendo con ansia l’uscita del film di Gibson. Ma sono davvero stufo di queste stronzate.


Freddie vs. Jason


[Ci si chiederà: come fa il giovane cinefilo a guardare lo stesso giorno Nanà di Renoir e Freddie vs. Jason? La risposta è solo una: sono onnivoro.]


Freddie Krueger e Jason Voorhies che si incontrano e si scontrano? Quando sentii parlare la prima volta di questa idea, mi misi a ridere. Però in effetti la questione è complessa, e richiama la teoria dei mondi possibili di Eco (ok, la smetto prima di iniziare…) Questo film è in poche parole ambientato in un luogo cinematico dove esiste sia la Springwood di Craven, sia la Crystal Lake di Cunningham. I protagonisti, verso la fine, si fanno anche questo viaggetto (breve, a quanto pare) da Elm street al Campo estivo dell’amena località dove Jason faceva le sue belle stragi. Questo è interessante, non trovate?


Parliamo del film. Ripartiamolo: la realtà e l’incubo. La realtà butta giù clamorosamente ciò che c’è di buono: da quel punto di vista è solo un pessimo teen-horror, tanto brutto e mal strutturato che sembra che gli anni ’90 (essenziali per l’evoluzione narrativa) siano passati invano. Nell’incubo esce il ritmo, l’inventiva, una bella dose di gore, di splatter sadico e sanamente malaticcio, e credo sia tutto merito del visionario (al risparmio) Ronny Yu, regista del celeberrimo (ma honkonghese, quindi invisibile) Bride with the white hair, uno dei tanti talenti importati e destinati a morte semi-certa. Questo non vuol dire che sia spaventoso, ma almeno è creativo.


Insomma, finché si dorme (finché loro dormono) ci si diverte anche, e si apprezza lo sforzo visivo di unire il fumetto contemporaneo alla horror-cinefillia più sfrontata (l’inizio è un riassunto dei primi 6 film della serie di Nightmare – e a dir la verità è la parte migliore – ma c’è molta più carne al fuoco di quello che si noti). Ma paura no, paura non fa. Peccato.

Kung pow!


Se non sapete cos’è… avete presente Riccardo Pangallo? …conoscete Star Whores? Non sarò certo io in questa sede a spiegarvi chi e cosa sono. Kunk Pow parte comunque dallo stesso concetto.


Steve Oedekerk ha rimontato e ridoppiato con voci improbabili (la sua) un vecchio e sconosciuto filmaccio di kung fu da due soldi e ci si è infilato, sostituendosi al protagonista. Insomma, tanto per capirci, pura e semplice goliardia, simpatica quanto si vuole, abile nel mescolare presunte finezze filologiche (come sfruttare a proprio vantaggio errori di montaggio del film originale), una sanguigna passione per la serie Z che è allo stesso tempo amore e scherno (canoni, come gli zoom improvvisi, sono portati alle estreme conseguenze) e amenità e trivialità senza molti filtri di correttezza.


Oedekerk è senz’altro una persona intelligente (per quanto ci mostri il suo lato più coglione), e sicuramente era dai tempi del liceo che sognava di diventare un guerriero cinese indistruttibile. Kung Pow! è comunue uno dei film più idioti che ho visto di recente. Anche se devo ammettere che ho riso come un idiota

Nanà (1926)


Eviterei accuratamente di parlare di Nanà di Jean Renoir, perché eviterei di parlare di cose che non conosco. Cioè, il cinema muto. E nel dettaglio, il cinema di Renoir. Un po’ di muto l’ho visto, ma l’ho abbandonato molti molti anni fa.


Ho visto Nanà per necessità universitarie, nella sua versione (splendidamente) restaurata e a dirla tutta mi è anche piaciuto, nonostante l’assenza di un qualsivoglia commento musicale abbia causato dei microsonni (causa stanchezza) nella prima parte, un po’ troppo “introduttiva”. Però ho intravvisto, tra le righe, e soprattutto nella seconda parte, una consapevolezza registica e stilistica che di rado avevo visto nel periodo del muto. Si parla sempre di profondità di campo, di fluidità della macchina da presa, di carrelli, eccetera: questo è un breviario ante litteram. E al di là di questo, una sensualità disturbante e diffusa, interpretata in modo straordinariamente intenso da Catherine Hessling (1900-1979).