[nota presuntuosetta…

[nota presuntuosetta]


avete notato che c’è un bruttissimo e incompetente blog di cinema in giro?


appena lo vedete, evitatelo.

Big fish


[L'internet point costa. Sarò bre...]


Big fish è un capolavoro. Tim burton (vedi colonnina a destra) è uno dei miei registi preferiti. Non mi ha lasciato deluso. Anzi, mi ha lasciato in lacrime. Finalmente il folletto di Burbank è diventato un uomo maturo, capace di coniugare la messa in scena sobria e commovente del reale con il mondo rutilante, colorato, citazionista ma libero da vincoli, il mondo insomma che vive nella testa burtoniana, la testa un po’ folle che tutti adoriamo. Per poi mischiare le carte alla fine, lasciandoci con gli occhi lucidi e un irripetibile sorriso sulle labbra, in uno straordinario, unico, magico, intelligentissimo e pur dionisiaco elogio della fantasia.


Ed elogio della narratività, della tradizione orale, opposta alla sterile parola scritta (il figlio non a caso è un giornalista, e per di più di un’agenzia di stampa internazionale) che viene irrimediabilmente schiacciata dal leggiadro peso dell’immaginazione, dai personaggi che avevi sognato, dai babbinatale giganti e dalle befane streghesche a cui avevi rinunciato, mentre te li ritrovi lì, alla fine, che piangono e ridono accanto a te, mentre un uomo se ne va, reso immortale proprio da ciò che non esiste, reso infinito dalla leggenda e dalla fantasia.


E in mezzo a tutto ciò, l’universo-Burton: la solitudine, l’elogio e il riscatto del diverso, qualche macchinario bizzarro tanto per capirci, la luce e il buio, le community colorate e “finte”, ma a cui non ci si può non affezionare, la cupezza della case diroccate e lo sfavillante e romantico, anzi romanticissimo, campo di fiori gialli.

La regola del gioco …

La regola del gioco


Ho tappato questa sera una delle mie (tante) pecche da cinefilo: non aver mai visto La regle du jeu.


Come spesso succede nel cinema, la fama non è immeritata: un film dalla complessita “genderica” incredibile (per il 1939), che parte come una commedia di costume, dal ritmo scatenato, che ritrae una cricca di borghesi impagliati come avrebbe potuto fare un Bunuel maturo. E finisce in dramma, ma con un senso ironico e sardonico davvero unico, e davvero crudele, perché l’intento sembra proprio scavare all’interno del genere umano, e della sua decadenza. Bellissimo e modernissimo nei contenuti e nello stile. Il resto, bene o male, è leggenda.

L’ultimo uomo della …

L’ultimo uomo della terra


[Trasmesso da Fuori Orario venerdì scorso, orario indecente]


Dai dimenticatoi del cinema italiano, questo film di quarant’anni suonati sta negli ultimi anni recuperando il tempo perduto grazie alla cinefilia, grazie al culto per la serie B (o anche Z), grazie ai fumetti (Sclavi e Dylan Dog l’hanno omaggiato in uno splendido albo, se non ricordo male il n°66), e grazie, non ultimo, a 28 giorni dopo, che si può considerare una sorta di “cugino di primo grado”, essendo vagamente ispirato allo stesso racconto, I am legend del prolifico Richard Matheson, come anche Occhi bianchi sul pianeta Terra. Ne avevo sentito tanto parlare. Ora l’ho visto. Son soddisfazioni.


Diretto da un certo Ubaldo Ragona nel 1963, precede di ben cinque anni un’opera epocale e fondamentale come La notte dei morti viventi di Romero nello stile, nell’atmosfera, nell’angoscia diffusa, nel senso lucido e disperato del destino apocalittico dell’umanità. Forse con meno coraggio (si sente la necessità di razionalizzare almeno un po’, e lo si fa con un lunghissimo flashback), e forse con meno stile (si capisce che i costi erano davvero contenutissimi): ma è confortante sapere che la visione romeriana che tutti conosciamo (la città deserta, gli zombie – qui vampiri – dondolanti e ringhianti, la tensione crescente, la paura del prossimo) viene da un cervello e da un sistema di produzione tutto italiano (se si escludono alcuni attori), e che l’EUR di Roma, può fare paura quanto la brughiera inglese o una Londra deserta. Basta amare il proprio lavoro, amare il cinema, e crederci. Una lezione per tutti, in questo paese.

So close (Chik yeung…

So close (Chik yeung tin sai)


Parlando di questo film, non posso essere obiettivo. Primo, perché amo il cinema di Honk Kong, anche se so benissimo che è morto e sepolto. Secondo, perché sono innamorato di Qi Shu. Credo che mi recupererò Millenium Mambo solo per rivederla. E poi c’è la superfolletta Vicky Zao (quella di Chinese Odyssey 2002, nonché della foto). Come sono faceto stanotte.


Come direbbe il mio caro amico Teo, la questione è questa: “So close”, anche e soprattutto conoscendo i canoni di HK, è proprio una cazzata, è un filmetto d’azione un po’ stupido e pretestuoso che smangiucchia da centinaia di titoli omologhi e vive del talento di Corey Yuen (tra i più straordinari coreografi marziali) e del fascino incredibile delle tre protagoniste. Sì, tre, non ho citato Karen Mok, perché è la più bruttina e io stasera sono faceto. Però è quella che recita meglio. Ok, ha anche un bel corpo. Nonostante tutto questo, però…


Avercene, di inseguimenti (surreali) come quello centrale, o di combattimenti (irreali) come quello finale… Avercene, di svolte tragiche improvvise in cui muore la più figa di tutte (scusate se ve lo dico, ma tanto vi assicuro che non vi cambia la vita) o di svolte saffiche in cui le rimanenti un po’ si vogliono e un po’ si odiano. Avercene, di donne come Qi Shu che entrano nel palazzo e volteggiano tra i pezzi di vetro e sparacchiano facendo svolazzare i capelli (e usandoli come arma) attaccate al soffitto con un tacco-a-chiodo…


Ovviamente, potete anche non darmi retta.

Triplo gioco


The good thief è un bel noir d’altri tempi, sottile, strisciante, avvolgente. Jordan (un talento mica da niente) rimette in gioco il mito di Melville con uno spirito vecchio come il cinema di genere, ma con uno stile contemporaneo anche se mai gratuito o forzato: fermi-immagine inaspettati, step-framing, fotografia (splendida) fumosa virata in blu e in arancione: sembra un bel Wong (Kar-Wai).


Tutto gira intorno al buon ladrone, Nolte, in cerca di redenzione, in cerca della bellezza, in cerca della seconda, forse dell’ultima occasione, spinto da una tenace sopravvivenza che lo rende umano e mitico allo stesso tempo. Ottimi i comprimari, come Fiennes o Karyo, ma è soprattutto di Anne, la georgiana Nutsa Kukhianidze, che ci si innamora fatalmente.


Non so che altro dire, è semplicemente buon cinema.


Paycheck


La prima premessa da fare è che adoro John Woo. Quasi tutto: motivo per cui non ho visto Windtalkers, che sapevo mi avrebbe deluso. La seconda premessa è che Philip K. Dick è il mio scrittore preferito, lo conosco come le mie tasche. Uno più uno fa due, penserete. Parzialmente è vero, ma solo parzialmente. Infatti il film mi è piaciuto, mi ha appassionato, e quindi il mio giudizio è assolutamente positivo. Dick inoltre non è stato rovinato o semplicemente “ribaltato” come temevo. Ma ho sentito un po’ la mancanza del barocchismo di Woo (che c’è, ma solo nella seconda parte), anche se questo vestito di regista adulto o di regista classico gli sta discretamente. D’altronde, se fai un film così Hitcockiano… ma di questo parliamo dopo.


Paycheck, cosa che in un film d’azione è un punto di partenza comunque necessario, è molto divertente. E’ diretto con la solita destrezza dal regista honkkonghese, fedele al testo (un bellissimo racconto del 1953, uno dei miei preferiti) soprattutto nello spirito (gli “oggetti” sono ovviamente aggiornati ai tempi, ma sono funzionalmente simili), con una scelta intelligente, quella di non riempire il film di oggetti futuristici e (im)probabili come Spielberg, ma di concentrare tutto sui tre elementi-chiave dell’opera: l’azione, il melò e il giallo. Mi correggo: e Alfred Hitchcock. Un abbinamento, quello tra action e melodramma, che noi occidentali, non ho mai capito perché, troviamo ridicolo (personalmente lo trovo splendido, ed è uno dei motivi per cui amo John Woo). Paycheck, visto in questo modo, può sembrare, per due terzi, un’enorme autocitazione (infatti cita Face-off e alcune cose dei filmhonkkonghesi, per il caso del melò). Non lo è. Anche se è vero che nel piatto c’è ben poco di nuovo, anche se è cucinato bene.


Hitchcock (e soprattutto North by northwest, ovvero Intrigo internazionale) si immette tra i generi come storico spartiacque, segnando il ritmo più volte con le musiche “alla Hermann”, scene “alla Hitchcock” (la scena nella Central Station con il bambino e i palloncini, o l’incontro di Affleck con la “sosia” della Thurman), più alcuni riferimenti giocosi (come il taxi con la scritta Northwest sul fianco: l’avevate notato?). Da Hitchcock eredita quella vera mania spesso definita come “poetica degli oggetti“, concentrando su di essa molta dell’attenzione della macchina da presa, e trasformandola in una “poetica del feticcio“, in cui dei semplici oggetti materiali vengono caricati di senso e diventano la chiave di volta per la continuazione della storia. Uno spunto per cui Dick era molti decenni avanti, come spesso accadeva.


La critica ufficiale, per quel che ho letto finora, l’ha smembrato. E a molti “spettatori” non è piaciuto. Pazienza. Non si tratta né di razzismo culturale (anche se il cinema d’azione è ancora vittima di un certo atteggiamento snobbistico), né di un errore di valutazione (lungi da me!). E’ proprio una questione di gusti, e di priorità. Sui gusti, se uno spettatore trova ridicolmente ridondante lo stile di Woo, posso capirlo: la sua mentalità, almeno quella, grazie a Dio, non l’hanno ancora comprata. Sulle priorità, se a uno spettatore o a un critico dà tanto fastidio Ben Affleck, posso capirlo: è un tronco di legno. Ma si può soprassedere. In fondo c’è Uma.


Dogville


Per quale motivo ho visto Dogville il 22 febbraio 2004, invece che alla sua uscita, l’anno scorso? Presto detto (e vi raccomando di pronunciare la seguente frase come il Puffo Rompipalle): io odio Lars Von Trier. Idioti è il film più brutto che io abbia mai visto. Dancer in the dark è un filmetto ricattatorio e privo di un progetto registico, sorretto esclusivamente da una splendida interpretazione. Epidemic un giochino intelligente ma inguardabile. Non ho visto altro (dopo un po’, uno rinuncia…). Il Dogma 95 comunque è mio avviso una fregatura, come tutti i dogmi in campo artistico (e me ne frego se l’intento era ribaltare i dogmi stessi, perché il risultato è stata una vera dogmatizzazione del cinema danese e non solo).


Tutto qui. Ora parliamo di Dogville (perché dopo mesi e mesi di gente che me lo consiglia, non potevo esimermi dal vederlo). E spero che questa mia brevissima dissertazione dimostri che non ho pregiudizi di alcun genere. Non è paranoia, è una critica che mi è stata fatta più volte e che mi fa incazzare. Sono permaloso.


Dogville è davvero bello. E fin qui, credo che sia difficile contestare, anche se su internet ne ho lette di ogni tipo.


Sono però indeciso su molte cose. E’ un film sulla cultura americana, filtrata attraverso i generi (come il noir e il melò) ma asciugata dei suoi orpelli spazio-temporali, con una velata ironia sul destino della cultura statunitense stessa? Oppure, al contrario, è un film sul genere umano (e sulla grettezza innata degli esseri umani), un film insomma, sulle relazioni umane, sul concetto di comunità, osservato però attraverso uno studio della cultura statunitense? Forse entrambe le cose, è possibile. Ma i riferimenti alla community culture, all’uso tutto nordamericano della democrazia (in senso astratto e concreto), e molte altre cose, mi fanno propendere fortemente verso la prima opzione, anche se ho sentito e letto molte persone parlare di un “film sull’umanità tutta”.


Oltre a questo, non saprei che aggiungere, se non ribadire che è intelligentissimo, che merita la visione, che ha dei momenti di sorprendente intensità bilanciati con una diffusa freddezza che viene dalle “non-scenografie”, che è insomma un esperimento (pochi film meritano così tanto questo termine) davvero riuscito. Non finisce, purtroppo, nella mia top 15 del 2003, perché non mi è piaciuto così tanto. Però è un primo passo, non per rivalutare Trier (per quanto mi riguarda è davvero impossibile), ma per sperare che abbia imparato dai propri errori.


[spero che nessuno critichi il mio messianismo. è tutta ironia. giuro.]

Salò o le 120 giorna…

Salò o le 120 giornate di Sodoma


Qualche giorno fa, parlando del bellissimo Primo Amore, ho scritto che “quando un film mi fa del male, fatico a parlarne, perché so che non posso che parlarne bene”. Comincio ad autocitarmi, è preoccupante?


Per Salò vale lo stesso discorso, ma in modo quantitativamente maggiore. E’ un film che ha segnato molto il mio percorso “cinefilo”, perché è il primo film che mi ha fatto stare fisicamente male. Lo vidi alla tenera età di 17 anni (se non ricordo male, forse 16) e alla fine, sconvolto dal mal di stomaco e con qualche lacrima, decisi che non l’avrei mai più rivisto. Non esagero, a me ha fatto questo effetto, e so che non sono il solo. Ma se Salò è su questo blog, chi mi legge lo sa, è perché l’ho rivisto, ovviamente. Ne conservavo una memoria molto vivida, e non solo dei passaggi più cruenti o scandalosi, ma proprio delle singole inquadrature, delle frasi.


L’effetto è stato simile, ma almeno ero preparato. Resta comunque un film di cui non posso parlare per quanto riguarda la grandezza estetica e il genio narrativo, a un livello che Pasolini non aveva mai raggiunto prima (e che non ha avuto, purtroppo, il tempo di superare). Qualche settimana fa ho parlato di film belli e di film preferiti, e della grossa differenza tra i due termini. Salò è senza dubbio uno dei miei film preferiti, e me lo porterò nel cuore, nel sangue e nell’intestino, per sempre.


[Collegamento intertestuale: consiglio ovviamente Salò a tutti coloro che se la sentano. Ma anche e soprattutto il confronto con "La grande abbuffata" di Ferreri, altro grande, grandissimo, immenso capolavoro del cinema italiano.]

L’uomo in più


Come al solito, poco tempo. Giusto il tempo di dire che “l’uomo in più” è un piacevolmente triste film sulla perdita e sul riscatto, ben interpretato, originale, diretto con un notevole (per un esordiente come Sorrentino) senso della trama e soprattutto con una maestranza impressionante:n piano-sequenza come quello della discoteca, per chi non se ne fosse accorto o non lo sapesse, è una cosa mostruosamente difficile da girare.


La notazione che voglio fare è quella sullo sviluppo narrativo. Il film è costuito (come sottolinea l’odiato ma indispensabile dizionariaccio) “alla Kieslowski”, è insomma in un certo senso un film sul fato, sui destini che si incrociano. Quello che (forse solo io) mi aspettavo era un finale in cui queste somme, questi incroci, venissero alla luce e dessero un senso, per fare due esempi, alle similitudini tra le vite dei due protagonisti e le sequenze oniriche.


Questo, alla fine, non accade. E la cosa mi ha piacevolmente sorpreso, perché è una scelta molto difficile, che sposta l’interesse il film sulla morale, e non sulla narrazione. Non che alla fine funzioni tutto alla perfezione, perché un po’ di delusione c’è, inevitabilmente. Ma poco importa, conta il coraggio e lo stile. Aspetto con ansia il suo prossimo film.

[arretrati]


questo weekend non ho visto solo l’acchiappasogni e sognando beckam…


Appena riesco ad avere un po’ di tempo (e questo è un pro-memoria anche per me), devo cancellare questo post e scrivere di:
L’uomo in più
Salò
Dogville


Argh!




Sognando Beckham


Oggi sto scrivendo post un po’ brevi per i film visti nel weekend, perché alcuni di loro non meritano molta attenzione. Bend it like Beckham è una commediola, piacevole, divertente, molto british, molto indi, senza spunti particolarmente originali, se non un’immagine gioiosa, rispettosa e comedy delle comunità di immigrati in inghilterra. Forse è un po’ leggerino, ma di sicuro ci dice qualcosa sui rapporti tra tradizione e progresso.


Si vede che stamattina non muoio dalla voglia di postare?


Per approfondire non posso che consigliarvi il libro (bellissimo) di Zadie Smith, “Denti bianchi”.

L’acchiappasogni


Negli ultimi giorni sono riuscito a vedere solo bei film, più o meno. Questo fa eccezione. Un film che sembra un frullato di tutte le suggestioni di Stephen King (da cui è tratto), ma il cui risultato è un pastone troppo diseguale, e soprattutto terribilmente trash. La qual cosa, se fosse voluta, non sarebbe neanche male: sporcarsi le mani ogni tanto fa bene. Ma la confezione è troppo lucida, la fotografia e la regia troppo curate per poter credere che i vermoni fecali e le suggestioni splatter siano parte di un progetto di “serie b”.


Insomma, devo tornare a essere volgare? E’ una vera merda.

Bande à part


Sto scoprendo lentamente che molto di quello che mi hanno raccontato di Godard (sull’accessibilità della sua opera) erano menzogne. Ma di questo non parlo. E’ solo una sensazione.


Bande à part, secondo Mereghetti, è un film “sopravvalutato” e gli affibia **. Canova, nella sua bellissima garzantina, ci passa sopra senza nemmeno dedicarci due righe. Piccola info storica “rubata”: il mito che si è creato di questo film è assolutamente posteriore all’opera. Godard stesso, pare, lo detesta. Però un certo Quentin Tarantino lo ha usato per nominare la sua casa di produzione. E un certo Bertolucci ha citato la scena (geniale) del Louvre per il suo (geniale) ultimo lavoro. Ok, queste sono informazioni alla Mereghetti, e quindi possiamo anche sputarci su: non sono di nessun interesse. Quello che conta, cazzo, è il film.


Bande à part è un gioco, come molto altro cinema Nouvelle Vague, ma in questo caso la parola gioco rende particolarmente l’idea. Godard prende i canoni dei suoi adorati film americani di genere (noir) e, invece di riutilizzarli e di rileggerli in modo analitico e romantico, ne fa una sorta di parodia, aumentando a tratti il ritmo a livelli scatenati, e soprattutto giocando con il linguaggio in modo assolutamente anarchico, fregandosene delle regole, dei canoni dello stesso cinema di genere, allineando montaggi improbabili, sguardi in macchina, scavalcamenti di campo, eccetera. E’ quindi, nello stesso tempo, fatto tanto di cliché, quanto di controcliché.


Poi, al livello più becero, fa ridere, tiene all’erta l’attenzione, diverte insomma. Soprattutto se si considera il calcolo con cui è congegnato, e il solito (e inevitabile) irrispetto nei confronti dello spettatore (che resta confuso sugli sviluppi della trama, della quale ci viene spiegato sempre meno del necessario, con l’utilizzo di ellissi narrative e di frasi “fuori posto”).

Primo amore


[ovviamente, il clou dei 3 post giornalieri è la "prima visione". ho ancora pochi minuti...]


Instinti primari. Quando un film mi fa del male, fatico a parlarne, perché so che non posso che parlarne bene. Il dolore dello spettatore è comunque infatti il segno che si è lasciato qualcosa nel suo cuore, nel suo spirito, o nel suo corpo. D’altro canto però, la sensazione è che sia difficile (soprattutto in un blog che non vuole, per definizione, essere analitico) riportare sensazioni più che temi, emozioni più che trame, percezioni più che dissertazioni tecniche. Soprattutto nel caso di un film che ti toglie il respiro e ti colpisce (saggiamente) dove più sei debole, dove ogni uomo è più debole: negli istinti primari.


La sopravvivenza. Questo è l’aspetto del film di cui mi interesserebbe parlare per ore, se solo ne avessi il tempo, e la capacità di farlo così, a freddo. E poi, la simbiosi: il cupo mistero che lega due individui, negatoci da Garrone ellitticamente, ma rappresentato per quello che è, senza chiarimenti, immerso nel flusso emozionale ma nello stesso tempo osservato da fuori, dall’esterno. In fondo, Garrone è un antropologo, talvolta etnologo, ma più spesso dietro il muro o le sbarre, a raccontarci, seduto alla scrivania, con gli occhi sullo schermo come noi, queste storie, questi documentari sull’uomo, iimmersi come sono i protagonisti, come nel bellissimo Imbalsamatore, nella natura incombente e nella società avversa.


Mi rendo conto che non sto scrivendo molto del film, ma, come già detto, la mia è stata un’esperienza davvero rara e davvero forte, che non merita parole, non merita divisione. Merita piuttosto visione, e condivisione.


Se mi andrà, nei prossimi giorni proverò a tornare sull’argomento con un più acceso spirito analitico, parlando della splendida interpretazione degli attori, dei meravigliosi titoli di testa, della riuscita ricerca del realismo all’interno di una trama (che è, in fondo, thriller, almeno quanto L’imbalsamatore era noir).

Chinese Odyssey 2002…

Chinese Odyssey 2002


[ok, un post è fatto. meno due. ancora 20 minuti. maledetta università...]


Quando vedo un film così, mi viene voglia di trasferirmi in un paese come la Francia, dove la cinematografia orientale è conosciuta, apprezzata, studiata, riverita, e soprattutto riempe i cartelloni dei cinema. In ogni caso, anche nel caso di un film recente e popolare come questo. Qui a Bologna, Chinese Odyssey 2002 uscì per 7 giorni al Nosadella (cinema minore e decentrato, anche se vicino a casa mia), per poi essere ritirato. Non conosco nessuno che l’abbia visto. Forse non sarebbe nemmeno il caso di dedicarci un post. Ma visto che almeno in home video ha avuto una distribuzione recente, mi sforzo.


Non fosse altro che per Tony Leung (indimenticabile protagonista di uno dei capolavori degli ultimi anni, In the mood for love) e Vicky Zao (simpaticissima donna-folletto che ho apprezzato anche in Shaolin Soccer), questo film s’ha da vedere.


Volete una ragione in più? Ve lo descrivo in breve: è una favola struggente e fantasiosa, una commedia demenziale con tocchi umoristici surreali, una storia d’amore appassionante, lirica, romantica, con sviluppi tematici originalissimi sul rapporto tra uomo e donna, sulla confusione dei ruoli, e sulla simbiosi amorosa. In più, è un film di arti marziali, seppure a piccole pennellate, e in alcuni momenti si trasforma persino in un meta-film, oltre a essere di per stesso molto autoreferenziale nei confronti della storia del cinema di Honk-Kong e, all’interno di essa, di tutti i generi sopracitati.


Poi c’è sempre il solito problema, il nostro problema, quello per cui fatichiamo a comprendere una tale complessita “generica”, o gli eccessi di pathos, o la filosofia che è alla base dei rapporti interpersonali, e che ci portano a malcomprendere i film del lontano oriente (perfino film “occidentalizzati” come La tigre e il dragone). Ma basta lasciarsi andare un po’. Non è un capolavoro, intendiamoci, chi ha visto un minimo di cinema di honk-kong sa che c’è di meglio, ma girato con una consapevolezza e una leggerezza tali che non possono non affascinare. E, volendo essere più triviali e terra-terra, fa ridere veramente di gusto e sinceramente commuovere.

Effetto notte


[ho tre film di cui parlare e mezz'ora di tempo. Se il cinema è una lotta contro il tempo (come mostrato in questo film), anche il cineblog non scherza]


Essenziale chiarire fin dall’inizio: Effetto notte è un capolavoro. E’ probabilmente il più compiuto trattato metacinematografico sul mestiere-cinema, sui ruoli, sulle interazioni all’interno dell’industria-cinema. Allo stesso tempo, un’eccezionale metafora (attraverso il personaggio-ruolo, interpretato da Aumont), della morte del cinema “classico”, anticipata da Truffaut e company già all’inizio della nouvelle vague (gli scritti dei Cahiers erano in qualche modo già una sorta di necrologio). E insieme a tutto questo, un film appassionante, corale, ricco di personaggi indimenticabili, di storie d’amore, di tradimento. E, infine, una tra le più complesse antologie cinefile di tutti i tempi (con citazioni, letterali o implicite, che permeano totalmente il film e che, propriamente, gli danno il ritmo). Il bello del cinema è che, una volta che ne comprendi i meccanismi, non perde la sua magia. E che è un’arte che (se in mano a un artista, si intende) può parlare di sé (e c’è chi pensa, compreso me, che non ne possa fare a meno) senza essere pedante o spocchiosa o cadaverica, ma essendo al contrario vitale, gioiosa, disperata, commovente, divertente. Di più non so dire (anche per la fretta). Guardatelo e basta.


 

Questa è la mia vita…

Questa è la mia vita


Nanà, Nanà, Nanà, Nanà. Il suo viso, scrutato di profilo, davanti a noi (nell’ombra), ancora il profilo, e poi da dietro, con la sua sigaretta sempre accesa e il suo riflesso lontano, sfuocato, nello specchio. Così inizia questo bellissimo film di Godard, uno dei suoi primi lavori. Inutile forse parlare della destrutturazione e del rifiuto della linearità narrativa, della “esplosione del linguaggio tradizionale”. Per una volta, mi soffermo sui sentimenti, quelli che fuoriescono dalla scena, dal cammino tragico di Nanà, traformata (e trasfigurata) nel Ritratto Ovale di Poe.


Emozioni, perché nonostante la ricerca formale (e cinefila, e metafilmica) che è protagonista nel lavoro di Godard, alla fine non ci si può non innamorare di Nanà, prostituta (o meglio donna di mondo, perché “ride se la insulti”), inguaribile ottimista (“tutto è bello”), fervente individualista (“qualsiasi cosa succeda, ne sono responsabile”) che vive in un mondo senza spiegazioni (come la sparatoria che “ha spiegazioni politiche”, o la sua stessa insensata morte), che si commuove guardando la passione di Giovanna D’Arco di Dreyer (che è un po’ come lei, condannata), che “riflette se è davvero felice” danzando un sorridente twist intorno a un tavolo da biliardo, che “fa filosofia senza saperlo” (in una scena di cui devo parlare nel prossimo paragrafo), e che infine muore come uno scudo umano, come un tenero animale, venduta e poi uccisa, senza il tempo di dire più che “no, io no”.


Ah, una piccola e inutile digressione, che può risultare interessante. Che Tarantino sia un Godardiano, non ci piove. In più, per un tarantiniano come me, trovare le citazioni in Godard è una pacchia. Nanà, mentre nel caffé fa filosofia senza saperlo: “perché si deve parlare? spesso non si dovrebbe parlare, ma vivere in silenzio”. Mia Wallace (Pulp Fiction) nel ristorante: “capisci che hai trovato una persona speciale quando puoi chiudere il becco e goderti in pace il silenzio” (la citazione è inesatta, lo so, ma il concetto è chiaro). E riprendere la nuca gente in piano-sequenza e camera fissa è una cosa che Tarantino ama fare (vedi il monologo di Marcellus Wallace). Per non parlare delle didascalie, che tornano nelle Iene, in Pulp Fiction stesso, ma soprattutto in Kill Bill, dove hanno la stessa funzione che in Questa è la mia vita (titoli di capitoli che riassumono le azioni venture. Basta così, ma forse solo perché sono stato distratto dalle vibrazioni.


Chiudo il lunghissimo post di oggi con la citazione (putroppo l’ho trovata solo incompleta e solo in francese, ma è comprensibile) di un bellissimo monologo di Nanà. Merita di essere conservato nella mia labile memoria.


Moi, je crois qu’on est toujours responsable de ce qu’on fait…
et libre…
Je lève la main, je suis responsable.
Je tourne la tête à droite, je suis responsable…
Après tout, les choses sont comme elles sont, rien d’autre, mais si.
Un visage, c’est un visage, les hommes sont les hommes.
Et la vie, c’est la vie.







Fuori Orario – s(Tat…

Fuori Orario – s(Tati) spaziali del riso – Lesson three


Giorno di festa


Si conclude così il mio breve ma intenso viaggio nel cinema di Jacques Tati. Confermo la mia scelta precedente: a mio avviso (bisogna sempre dirlo, altrimenti ci sono i troll che ti accusano di spocchia) Le vacanze di Monsieur Hulot è il migliore dei tre film trasmessi venerdì notte da Fuori Orario.


Giorno di festa è quello che mi è piaciuto meno. Questo non vuol dire che sia un brutto film, o mediocre. C’è già, in nuce, una sorsata di quello che sarà il Tati più maturo, il conflitto vecchio/nuovo, campagna/città, tradizione/tecnologia. E c’è già il suo stile inconfondibile. Ma, come spesso accade nelle opere prime, lo stile è grezzo e non ancora limato, e l’interesse è solo il cosa e non ancora il come.


E’ un film quadripartito: i preparativi della festa; la festa; la notte tempestosa del postino Francois; il giro all’americana. Ed è proprio questa scena il punto più alto del film, proprio perché tutti i momenti precedenti servono come riscaldamento di un lunghissimo (e celeberrimo) gag*, in cui Tati si dimostra, già al primo film, un genio comico all’altezza di miti come Lloyd o Keaton, per la mimica, la prossemica, e la soave poeticità che pervade il suo cinema. Un cinema che, va comunque detto, non sarebbe sopravvissuto ai tempi, legato com’era Tati al suo innato campanilismo e all’amore che aveva per la campagna francese, e le vecchine gobbe, e i compaesani strabici, e le donzelle innocenti che si innamoravano dello squallido cow-boy circense.


*sì, gag è un termine maschile

Fuori Orario – s(Tat…

Fuori Orario – s(Tati) spaziali del riso – Lesson two


Mio zio (Mon oncle)


Questa volta Tati fa sul serio, e attacca (sempre bonariamente, sempre con gentilezza, con affetto e con una punta di malinconico dispiacere) il “borghese moderno”, la sua ricerca dell’annullamento di spazio e tempo, la sua mania di protagonismo (il “consumo vistoso”, come lo chiamava Veblen). Per lui, che vive in una piazza-mondo costruita intorno all’eterno ritorno, che vive in un appartamento da raggiungersi labirinticamente, il tempo non ha importanza, non ha tutto questo significato. E tantomeno le convenzioni sociali. E non può non deridere la tecno-casa della sorella, dove non si può toccare il prato e (paradossalmente) si deve fare il giro più lungo.


Colorato e spassosissimo, dal ritmo altalenante tra momenti di stasi assoluta (attesa, sonno) e sequenze caotiche e eccezionalmente coreografate (come quella, geniale, del cocktail nel prato), a tratti perfido con i suoi personaggi, in alcuni istanti snervante: gli effetti della “presunta” imbranataggine di Hulot sono più disastrosi che nelle “Vacanze”, anche se in realtà, come già detto, e come molti hanno scritto, le gag non esplodono (né implodono). Per ora il mio preferito rimane “Le vacanze del monsieur Hulot”, più interessante dal punto di vista visivo-narrativo, ma anche Mon Oncle è un film da conservare con cura e amare senza ritegno.