[FEFF8]
Masters of Horror: Imprint,
MIIKE Takashi, 2006,
period horror, European Premiere
L’attesissimo capitolo miikiano della serie di mediometraggi prodotti da Mick Garris comincia come una mezza delusione: non che non sia interessante, originale e "bello", ma c’è una lentezza e una teatralità esasperate che in un regista "barbaro" come Miike non sempre amiamo. A cui si aggiungono il tremendo attore protagonista e il fatto che tutto il cast parli un fastidioso inglese posticcio. Poi arriva una scena, qui già chiacchieratissima, con svenimenti in sala e via dicendo, che è a tutti gli effetti l’estremizzazione (sia visiva che sonora) del finale di Audition. Da lì, la strada è in discesa, ed è una splendida, terrificante discesa negli inferi: Imprint diventa un Rashomon horror, coraggioso, impervio, stilizzatissimo, esplicito persino per i canoni di Miike, ma formalmente meraviglioso (pur nella cornice dell’HD televisivo). Insomma, Imprint è un film che – pur non essendo al loro livello – riassume due Miike che amo molto, quello estetizzante e ricercatissimo di Box, e quello argutamente violento, antiromantico e allo stesso tempo spudoramente romantico, di Audition. Non posso che essere felicissimo.
Dettaglio di costume, che piace tanto: ho una terza foto con Miike. Sembriamo due pirla. E per via del flash, si vedono gli occhi di Miike sotto gli occhiali. Ho visto cose che voi, eccetera.
Vorrei scusarmi infine e pubblicamente con il mio stomaco per aver approcciato Imprint dopo quelle salsiccette unte: il risultato (una pausa-film di due minuti, chinato su un water senza emettere nulla ma con un paio conati e la pressione sotto le scarpe) dovrebbe essere indipendente da quello che avevo appena visto (keywords: aghi, unghie, gengive). O forse no. Probabilmente no.
