Giappone

[FEFF8]
Nana,

OTANI Kentaro, 2005,
music drama, European Premiere

Premessa: parlo da ignorante rispetto al manga di provenienza, notissimo ma che non conosco quasi per nulla. Se il film di Otani ha un pregio, questo sono le due protagoniste, Aoi Miyazaki (classe 85) e Mika Nakashima (classe 83), abilissime nel rappresentare nelle "due Nana" le due facce di una stessa femminilità in via di maturazione, la cui amicizia insegna loro le "sfumature della vita", che non è fatta certo di bianchi e neri. Per il resto, Nana è un film da niente, privo di personalità nella regia, carentissimo nella colonna sonora (ma ascoltano davvero quella musicaccia in giappone?), e banalissimo nello svolgimento – i cui traumi diventano questioni da smemoranda e poco più. Piacevole, certo, non ne sono uscito infastidito né annoiato, per nulla: ma nei canoni di un tv-movie del giovedì pomeriggio. Un teen-movie per antonomasia, targettizzato in modo eccessivo: sono troppo vecchio per queste cose. Se avete 15 anni e la vagina, prego, è il film per voi.

[FEFF8]
Ski Jump Pairs – Road To Torino,
KOBAYASHI Masaki, 2006,
mockumentary, Italian Premiere

Nato da un cortometraggio digitale di Mashima Richiro, Ski jump pairs è un finto documentario sulla nascita e sull’affermazione dell’omonima fantasiosa disciplina olimpica: il salto sugli sci, di coppia. Il film di Kobayashi (che non è il regista di Kwaidan, tranquilli) è un mockumentary realizzato con una certa credibilità televisiva, ma demente come solo i giapponesi riescono ad essere quando si impegnano. L’assurdo sport, inventato da un fisico ispirato dallo sdoppiamento dei "polaretti" nel freezer (sic), è rappresentato in una serie di animazioni 3D che fanno – se si è nel mood adatto – ribaltare dalle risate. Ma anche le parti vere, seppure quasi pretestuali e comunque accessorie, riservano qualche sorpresa. Nessun miracolo o capolavoro, non è un nuovo capitolo di un "genere" – tra virgolette – troppo spesso dimenticato. E troppo tirato per le lunghe, perché dura 80 minuti ma ne reggerebbe la metà. Però, spisciosamente divertente.

[FEFF8]
Linda Linda Linda,

YAMASHITA Nobuhiro, 2005,
teen comedy, Italian Premiere

Il nuovo film del regista di Ramblers è tra le cose più belle viste quest’anno al Far East Film, e uno dei pochi film a mettere d’accordo quasi tutti. Perché racconta una storia di tutti i giorni, apparentemente banale e scontata (una band di ragazze deve suonare alla festa della scuola), ma lo fa senza forzare mai la sceneggiatura – evitando persino i climax drammatici – e senza banalizzare con gli schemi triti del teen movie. Anzi, invece di accelerare e adagiarsi sullo stile da videoclip o da shojo manga che una storia del genere potrebbe richiamare, Yamashita si accontenta di appoggiare la macchina da presa davanti alle quattro (e più) studentesse, e di osservare i loro sguardi, i loro rapporti, l’anima più sincera e spontanea della loro amicizia. Con un tono fresco, allegro e insieme malinconico, come se in ogni istante si rendessero conto che "i migliori momenti anni della nostra vita" vengono e vanno. I tempi sono smisuratamente lunghi, ma eccezionalmente non ci annoia mai e poi mai: merito anche delle giovani attrici, tra cui spicca la vera protagonista del film, la coreana Bae Doo-Na (già vista e amata in Sympathy for Mr Vengeance) che nel ruolo della pallida e malaticcia "exchange student" fa da fulcro e da catalizzatore per le altre tre, con un’interpretazione – sia nei tempi comici che nella presenza scenica – davvero fuori dall’ordinario. Un film bellissimo, più di quanto sembri o di quanto vi possa aver spiegato in queste poche righe.

Il giorno dopo la proiezione, da tutte le bocche del festival escono le stesse note e le stesse parole: "Linda Linda… Linda Linda Linda!". Qui si comincia a sperare in un Audience Award. E sì, che mi sono fatto una foto con Yamashita.

[FEFF8]
The Glamorous Life Of Sachiko Hanai,
MEIKE Mitsuru, 2005,
pink movie, Italian Premiere

Uno dei punti spesso sottolineati dagli organizzatori di questo ottavo FEFF è il ritorno dell’erotismo. Tra ero-guro e pinku (ma non solo), il sesso ha un ruolo fondamentale nel programma del Far East Film 2006. Qui non si tratta certo di un porno: scovato in un "pulcioso teatrino" di Tokio dalla fantomatica coppia Baraccetti/Schilling, messe da parte le scene di sesso (nella tradizione del pinku, molto esplicite ma soft – insomma, senza mostrare i genitali), il film di Meike è un’allegra quanto sgangherata presa per i fondelli del nuovo imperialismo statunitense. Grezzissimo, incontrollato, completamente folle, degno di una distribuzione Troma ma sicuramente con qualche arma in più, terribilmente divertente. Un proiettile in testa trasforma una prostituta in filosofa, i personaggi scopano parlando di esistenzialismo e pragmatismo e si eccitano dicendo "Noah Chomski", le eiaculazioni sono buffe e iperboliche. E poi c’è il dito clonato di Bush (giuro) che masturba la protagonista (giurin giurella), una caverna in giappone che ospita i comandi per tutti i missili americani, l’esercito USA in forma di pupazzetto, e una killer ciccionissima. Se non ci fosse tutta questa carnazza (che è pesantuccia, dopo cena) sarebbe roba da perderci la testa.

[FEFF8]
Rampo Noir
,
TAKEUCHI Suguru, JISSOJI Akio, SATO Hisayasu, KANEKO Atsushi, 2005,
erotic/horror omnibus, Italian Premiere

Un film formato da quattro episodi, ispirati ai racconti e alle opere dello scrittore eroguro novecentesco Edogawa Rampo, che condividono alcune isotopie (lo specchio, per esempio) e la presenza del nostro caro Tadanobu Asano.

Mars canal è diretto da un regista di spot, e si vede. Muto, è un oggetto inclassificabile e di estrema brevità, affascinante – anche perché c’è sempre in campo il culo di Tadanobu Asano – ma quasi inesistente nell’economia del film.

Mirror hell è dello stesso regista di A watcher in the attic, e si vede: anche qui la cinepresa gli è caduta per terra ed è rimasta storta. Decine di specchi in campo non bastano a fare un film per intellettuali, quattro gocce di cera sul petto di una donna nuda non bastano a perturbare, e anche se qualche idea buona c’è – la sfera-specchio, ma credo sia merito di Rampo – tutto affoga nella noia. Al secondo suo film che vedo, già odio Jissoji come il mio peggior nemico.

Caterpillar è il film dell’ospite del festival, Sato. Già meglio: almeno si cerca di turbare il pubblico come si deve: la donna che per non far andare il suo uomo in guerra lo trasforma in un bruco senza arti è roba da lasciarci il fegato. Peccato che invece il "film" abbini con difficoltà la sua anima sporca e disgustosa con una messa in scena fighetta e – in realtà – controllatissima. Inoltre, pesante come un mattone in fondo all’intestino. Mezza delusione, ma non è certo da buttare.

Crawling bugs, l’episodio del mangaka Kaneko, è un invito a nozze per un nippofilo. Ci sono tutti gli elementi che farebbero felice qualsiasi otaku: stanze coloratissime, musica jazz di contrasto, violenza estrema ma stilizzata e parodica, grotteschi head-fucking, Tadanobu Asano in mutande. Mi rendo conto che è una cosa costruita "a tavolino", ma è costruita davvero bene. Personalmente, ne sono uscito pazzo. Bellissimo.

[FEFF8]
A Watcher In The Attic
,
JISSOJI Akio,
1994, erotic mystery

Il FEFF quest’anno dedica un focus al regista giapponese Jissoji e alla figura dello scrittore Edogawa Rampo. E’ l’occasione per tirare fuori dai cassetti impolverati questo eroguruo, incontro tra le due menti girato 12 anni fa, ma che – sia per volere artistico che per una notevole senilità dell’opera – sembra molto, molto più vecchio. Detto francamente, A watcher in the attic è per la maggior parte della sua durata una noia mortale, un oggetto indeciso e malriuscito che poco si riesce ad appoggiare sulle sue insopportabili sghembe, sui (pochi) dialoghi recitati con distacco brechtiano, e sulle tantissime scene di sesso, quasi pinku, anzi quasi porno. Ci sono dei lampi di bellezza, furiosa o meditabonda, provocati da trovate registiche (una lunga soggettiva di un ago che si avvicina ad una bocca spalancata) o fotografiche (la modella che si asciuga la bocca con la mano insanguinata), la parte narrativa è all’altezza – probabilmente – dell’affascinante "racconto morale" conandoyliano che la ha ispirata, e l’atmosfera decadente degli anni ’20 – con appropriati riferimenti alla fine del muto e alle mutazioni della percezione e dello sguardo – è ben ricostruita. Però, che due palle.

Shinobi,
SHIMOYAMA Ten, 2005,
Ninjia action, Italian Premiere

Da una storia simile, così significativa di per sé nonostante l’assenza – quasi – di un plot, in mano ad un regista così "mercenario" (per modo di dire, vista la disparità del metodo produttivo) ci si poteva aspettare un crollo totale, con i soliti eccessi di pacchianate digitali, o con l’ormai sputtanatissimo uso dei colori ipersaturi. E invece Shimoyama costruisce un film visivamente strabiliante e ricco di duelli ipermoderni, ma inserito in un contesto lentissimo e pensoso. Shinobi non è serio, è serioso. Seriosissimo: potrebbe annoiare se visto nel mood sbagliato, e sicuramente mostra che – almeno nelle intenzioni – c’è qualcosa oltre al mero action. Quindi, se ci si aspetta uno stupido film di ninja si rimane senz’altro delusi, ma dai molti duelli (o meglio dagli incontri, che occupano gran parte del film), l’epica degli shinobi, virtuosa e decadente – destinata a spegnersi insieme al potere corrotto a cui si affida per avere un posto nel mondo – riesce ad esplodere vivamente sullo schermo, con una netta risalita nella seconda parte – e qualche momento davvero bellissimo nel finale. Ho molti dubbi che il tutto renda così bene anche su un piccolo schermo (anzi, ne sono sicuro), ma – mi si perdoni l’ardita terminologia – Shinobi è un film d’intrattenimento con i controcazzi e le contropalle, e con più di un’ambizione risolta in tutto ciò che non è semplice saltare e darsi le botte e uccidere. Insomma, fichissimo. Nonostante un mio personalissimo semi-abbiocco, dentro la testa mi sono divertito da pazzi.

FEFF8
Hong Kong Nocturne
,
INOUE Umetsugu,
Hong Kong 1967

Il più celebre tra i musical girati dal regista giapponese (presente a Udine, un delizioso vecchietto claudicante) ad Hong Kong per i fratelli Shaw è una vera meraviglia, nel senso più musical del termine: la storia-fiume di tre sorelle, tanto colorata quanto funerea, dall’emancipazione familiare, alla decadenza, alla perdita, alla riscossa. In un mondo fatto di sogni e fantasmagorie dove la musica (e il musical) è un luogo a parte dove la morte e la malattia non esistono più, un mondo (l’unico) dove poter essere felici. E cantare! Ballare! Suonare! Gara di figaggine pop tra le tre protagoniste, e molti i numeri da antologia del genere tout court. Tra i tanti, impossibile almeno per me non citare uno – da amore a primo sguardo – che si trasforma magicamente dal sogno di un personaggio a quello di un altro.

[FEFF8]
Masters of Horror: Imprint,

MIIKE Takashi, 2006,
period horror, European Premiere

L’attesissimo capitolo miikiano della serie di mediometraggi prodotti da Mick Garris comincia come una mezza delusione: non che non sia interessante, originale e "bello", ma c’è una lentezza e una teatralità esasperate che in un regista "barbaro" come Miike non sempre amiamo. A cui si aggiungono il tremendo attore protagonista e il fatto che tutto il cast parli un fastidioso inglese posticcio. Poi arriva una scena, qui già chiacchieratissima, con svenimenti in sala e via dicendo, che è a tutti gli effetti l’estremizzazione (sia visiva che sonora) del finale di Audition. Da lì, la strada è in discesa, ed è una splendida, terrificante discesa negli inferi: Imprint diventa un Rashomon horror, coraggioso, impervio, stilizzatissimo, esplicito persino per i canoni di Miike, ma formalmente meraviglioso (pur nella cornice dell’HD televisivo). Insomma, Imprint è un film che – pur non essendo al loro livello – riassume due Miike che amo molto, quello estetizzante e ricercatissimo di Box, e quello argutamente violento, antiromantico e allo stesso tempo spudoramente romantico, di Audition. Non posso che essere felicissimo.

Dettaglio di costume, che piace tanto: ho una terza foto con Miike. Sembriamo due pirla. E per via del flash, si vedono gli occhi di Miike sotto gli occhiali. Ho visto cose che voi, eccetera.
Vorrei scusarmi infine e pubblicamente con il mio stomaco per aver approcciato Imprint dopo quelle salsiccette unte: il risultato (una pausa-film di due minuti, chinato su un water senza emettere nulla ma con un paio conati e la pressione sotto le scarpe) dovrebbe essere indipendente da quello che avevo appena visto (keywords: aghi, unghie, gengive). O forse no. Probabilmente no.

[THE GAME – 1:3 – Il cinema sporco]

Zero woman: Red handcuffs (Zeroka no onna: Awai kappa)

di Yukio Noda, 1974

"Qualifications?" – "Rape, murder, arson, and rape"
"You said rape twice" – "I like rape"
(da "Blazing saddles – Mezzogiorno e mezzo di fuoco")

Sesso! Violenza! Stupro! Tortura! Frustate! Stupro! Sangue! Tette! Stupro!

Tratto da un manga che costituirà la base per una serie infinita di orribili filmacci vent’anni dopo, Zeroka no onna: Awai kappa è – o dovrebbe essere – la quintessenza spinta del cinema exploitation giapponese degli anni ’70: tutti gli elementi suddetti (con una predilezione per lo stupro) proposti da gente che recita sotto prozac per tutto il film – e minerebbe seriemente persino i nervi di un bonzo allenato – e un regista che ha dimenticato il bignami nel cesso.

In realtà in questo caso al signor Yukio Noda, umile mestierante di casa Toei (il che non fa di lui un Fukasaku, va detto), non si può negare un certo gusto grafico – l’inizio supercool e superlounge e il finalone beffardone sono davvero ottimi – e qualche buona intuizione visiva – come i flashback attraverso cui empatizzare con "il nemico" o certi eccessi quasi parodistici. Ma al di là di questo e di timidi (e pretestuali) accenni politici, Zeroka no onna è carnazza e zampillo sanguinolento, brutalità gratuita e morbosa.

Tra urla disumane, proiettili a strafottere, e centinaia di foglietti di carta che volano per aria, gli 84 minuti di questa perdonabilissima boiata potranno essere gli 84 minuti più lunghi della vostra vita. Ma ad avere stomaco forte, ma soprattutto una forte resistenza alla noia, potrà anche risultare (quasi) divertente. Ho detto quasi, eh.

Gli altri giocatori
Andrea – GokachuInfamousOhdaesuPrivate

I precedenti
# 1.1 Rubber’s lover
# 1.2 Tras el cristal
#     Tutti

Pistol opera (Pisutoru opera)
di Seijun Suzuki, 2001

Tornato alla ribalta grazie ai cinefili occidentali, il regista giapponese prende al volo l’occasione di rinverdire l’implosione teorica dello yakuza eiga già iniziata con il meraviglioso Branded to kill. Ma laddove nel film del ’67 l’autore inseriva la sua destrutturazione all’interno dei binari codificati del "genere", rendendola più così sottile e allo stesso tempo creando un "taglio" più profondo, il nuovo "romanzo mercenario" di Suzuki fa esplodere quest’anarchia. Colorandola.

Remake, sequel, parodia? In una linea seriale tradizionale, è in realtà solo l’idea del plot a essere trasmessa, quella della competizione gerarchica tra i koroshiya. In più, il personaggio interpretato da Shishido Joe in BTK torna qui, con le fattezze di Hira Mikijiro. Per il resto Pistol opera è soprattutto un’estremizzazione delle tendenze più antinarrative e anticlassiche del film precedente, con le dinamiche sessuali che vanno ad invertirsi, ruotando di 180 gradi: la misoginia diventa fallofobia (e il film è a tratti un tripudio di simboli fallici, non ultima la pistol - eretta con il silenziatore – del titolo), e la sotterranea omofilia tra i due killer diventa una ben più esplicita tensione lesbica tra le due donne-killer.

Opera pop per eccellenza, e quasi per definizione, il Suzuki del nuovo millennio paga infatti – forse, ma solo in parte – la tentazione di un cult preconfezionato, e una certa ingenuità nel costruire certe provocazioni – soprattutto semantiche. Ma al di là del confronto chiaramente in perdita con un film che aveva già detto molto, e in tempi non sospetti, Pistol opera ha un enorme gusto nella composizione del suo "quadro quadrato" (così televisivamente naif, eppure così magnifico) e tra efferatezze iperstilizzate e l’uso delle forme della danza e del teatro nella gestione dei corpi nello spazio (con radici immerse profondamente nella tradizione giapponese, nonostante l’ambientazione modernissima), non nega ai suoi spettatori alcuni – non pochi – lampi di purissimo genio.

La farfalla sul mirino (oppure Il marchio dell’assassino) – Branded to kill (Koroshi no rakuin)
di Seijun Suzuki, 1967

Branded to kill non è solo – per molti, quasi per tutti gli amanti del suo cinema – la vetta del cinema di Seijun Suzuki, ma è soprattutto il film per cui il regista fu cacciato "a pedate" dalla gloriosa casa di produzione Nikkatsu, per via della raggiunta invendibilità dei suoi film sempre più astratti e "godardiani". Putroppo l’uscita dalla Nikkatsu funzionò come un domino maledetto, negandoci i suoi lavori migliori per almeno una trentina d’anni, ma già Branded to kill – pur inserito nel filone degli yakuza eiga – dimostrava un gap incolmabile tra le aspirazioni dell’autore e le esigenze commerciali del cinema nipponico di exploitation di quegli anni.

Non smentisce comunque la sua enorme fama, ed è sempre un gran bel vedere, tra scene entrate nella leggenda come quella che dà il titolo italiano al film (la farfalla che posandosi sul mirino mette nei guai il mercenario protagonista), oppure gli omicidi "creativi" della prima parte – quella più "spassosa", a modo suo – come il fucile che sbuca dall’enorme accendino, le morbose parentesi erotiche, il metafisico scontro finale tra il koroshiya number one e lo splendido number three di Shishido Jo (che ora è un delizioso ed elegantissimo vecchietto), caratterizzato da un inspiegabile respiro omo che si contrappone all’evidente misoginia (a prendere i simboli alla lettera, e non solo, quasi vaginofobica) di tutto il resto del film.

Ghezzi, che lo ama alla follia, l’ha proposto tante di quelle volte che ormai è un punto fermo della programmazione di fuori orario, ma per me – che con la tivù ho un cattivo rapporto – questa era solo la seconda volta. Come fosse la prima, un colpo di fulmine.

[THE GAME – 1:1] Il Cinema Sporco

Rubber’s lover
di Shozin Fukui, 1996

Shozin Fukui è uno che ha visto i primi film di Tsukamoto, tipo Tetsuo e Tokyo Fist, non li ha capiti, ha pensato che Tsukamoto fosse bacato nel cervello, ed essendo egli (lui sì) bacato nel cervello ha provato ad emulare il genio del nostro amato e ipereducato regista nipponico. Così, dopo aver fatto un film chiamato 964 Pinocchio che ora non vedrei nemmeno se mi legassero davanti allo schermo iniettandomi etere nel sedere (non è un’idea mia), il Fukui ci sforna questo film, diciamolo, questo film del cazzo, con tutta probabilità uno dei peggiori prodotti del cinema indipendente asiatico degli anni ’90. Fukui prende una storiella insulsa di esperimenti e torture senza capo né coda (e di cui si capisce poco o niente, ma che importa, se s’ha da torturà), e ci spara dentro di tutto, dalle classiche metafore horror della tossicodipendenza (è metafora uno che urla "dammi un altro schizzo"?) e delle varie deviazioni/perversioni sessuali, agli ovvi litri e ettolitri di sangue nero che sembra bava, bava che sembra sperma, e ancora sangue che sembra sangue. Purtroppo lo sperma manca, ma lo stupro c’è, non preoccupatevi. Recitato probabilmente da amici del Fukui, tra cui un certo geniale "Nao", una cumpa che si spera non abbia fatto altro per vergogna e che ora forse lavora in massa al K-mart sotto casa del Fukui, il film fa tanto "japan extreme", ma un film così fatto nel 1996 non solo è fuori tempo massimo, ma soprattutto fa ridere i polli. Anzi nemmeno, fa solo annoiare, e dopo un’oretta ti incazzi proprio. Reggerlo tutto senza saltare pezzetti è un’impresa eroica. Rubber’s lover potrebbe essere almeno provocante o provocatorio, ma non è mai e poi mai convincente, nemmeno per un minuto, nemmeno quando sfodera piani fissi lunghi minuti di personaggi che sbraitano ondeggiando come polli impazziti (ovviamente ricoperti di bava e sangue e chissà che altro), nemmeno quando sfoggia quella nebbiolina "che fa tanto zucamotto" ma che sotto la nebbiolina lo giravo meglio io in quarta ginnasio. Bendato. E almeno faceva ridere.

(ne hanno parlato anche lui, lui, lui, lui e lui)

The face of another (Tanin no kao)
di Hiroshi Teshigahara, 1966

…è passata più di una settimana dall’ormai storico "cineforum snob" di (alcuni) cineblogger bolognesi, e a una tale distanza mi è difficile parlare di Tanin no kao diversamente o tantomeno meglio di quanto già fatto da lui, oppure da lui, o di quello che lui e lui avrebbero potuto dire, quindi non mi resta che aggiungermi al coro degli irrefrenabili entusiasmi, quelli rari di chi si trova davanti a un film mai conosciuto né sentito nominare, di un autore forse spesso accennato ma perlopiù dimenticato, un film di quasi quarant’anni fa ma che anticipa in modo impressionante ossessioni dei decenni successivi, quali l’identità flebile e malleabile del cinema postmoderno, come non rimanere insomma di sasso davanti a un Tatsuya Nakadai che non solo se ne va a spasso bendato come un Claude Rains qualunque, ma che poi si fa impiantare una maschera-faccia-maschera, con conseguente ovvio delirio di identità, quando John Woo non aveva ancora fatto un film e Sam Raimi andava ancora alle elementari, il tutto immerso in un’atmosfera glaciale e inquietante, tra studi medici biancominimali e chiaroscuri espressionisti, un ritmo ipnotico e urla postsurrealiste?

Una mano di plastica che cade e ricade nell’acqua, mentre nelle strade c’è un esercito di uomini, e donne, senza più un volto. Byutifuru.

Shark skin man and Peach hip girl (Samehada otoko to Momojiri onna)
di Katsuhito Ishii, 1998

Dal regista di un film intelligente, poetico e delicato come The taste of tea, non mi aspettavo un esordio così fumettistico e ricercatamente cazzone. Certo, Katsuhito Ishii è un animatore e un pubblicitario, quindi insomma, ci si capisce. Nonostante ciò, i ritmi di Ishii non sono poi così diversi dal film del 2004 (una lentezza sorniona – qui barbaramente aggredita dal rock e dalla violenza), e Shark skin man and Peach hip girl è, alla fine, nonostante sia un’opera preparatoria, una bella scoperta.

SSMAPHG racconta la fuga di una donna (ovviamente fichissima, sotto il look quattrocchi: è Sie Kohinata) dalle angherie del viscido e perverso zio che le dà lavoro in un albergo, e quella di un "disertore" (persino più fico di lei) dai membri della sua gang yakuza. Questi ultimi sono la forza – grafica e narrativa – del film: un branco di personaggi assurdi che sembrano usciti da un Guy Ritchie centrifugato, come il boss con la faccia da impiegato, se non fosse per il cappotto di pelle pieno di terribili pugnali.

Moltissimi cool-ismi, un po’ di violenza stilizzata, un bel massacro finale, abiti sgargianti e dialoghi surreali: uno spasso, insomma. E nemmeno così stupido e tamarro come può sembrare. Sì, è a grandezza fumetto, ma situazioni e personaggi sono di quelli che si ricordano (soprattutto il killer gay e sfigato Yamada), anche se è un farraginoso e alcuni passaggi sono molto impliciti, e ad un certo punto io, personalmente, non ho capito più una fava. Ma insomma, ci sono Tadanobu Asano e Susumu Terajima. Basta e avanza.

I meravigliosi titoli di testa farebbero sbavare qualunque amante duro e puro del cosiddetto pulp. Se ne esistono ancora.

[revisionismo]

per capirci

Female yakuza tale (Yasagure anego den: sôkatsu rinchi)
di Teruo Ishii, 1973

"My friends call me Yoshimi of Christ. When I pray, I kill."

Il film inizia proprio come The blind woman’s curse: una donna tatuata affronta a spada sguainata, sotto la pioggia – al ralenti – un gruppo di uomini. Ma ci si rende conto presto che le cose sono diverse, perché i suoi vestiti si lacerano e la donna – la bellissima Reiko Ike, per la precisione – rimane a combattere completamente nuda. E questi sono solo i titoli di testa.

Infatti l’erotismo è il tratto più marcato di un prodotto consapevole del decennio in cui si trova (si capisce dai look cool, dalle musiche, dalle situazioni) e dei meccanismi di sesso e violenza del cinema exploitation (anche occidentale). E così, Ishii costruisce un film iper-pop, truce e sporcaccione, che ruota attorno – per dirne una – a una gang di malfattori che trafficano droga in dildo-contenitori inseriti in orifizi femminili (sic) di ladruncole assuefatte all’eroina.

Al di là del softcore spiattellato, non è certo un Joe d’Amato: anzi, un bel divertimento, con personaggi azzeccati (la suora-killer), scene molto forti ma emozionanti (l’omicidio a scariche elettriche e strangolamento della giovanissima figlia del boss), e soprattutto un grandissimo finale che vale tutto il film, in cui si compie la vendetta collettiva delle donne, che dopo essersi spogliate come in un film di Berkeley, massacrano i maschiacci e pisciano sui loro corpi morti. Oh, yeah.

Ho considerato il film come a sè stante, ma in realtà è il sequel di Sex and fury, di Norifumi Suzuki, che conto di recuperare quanto prima.

A differenza di quasi tutta l’opera di Ishii, il film è disponibile da poche settimane in uno svavillante dvd americano.

Si è già parlato di Teruo Ishii nel post su The blind woman’s curse, a cui rimando.

The blind woman’s curse (Kaidan nobori ryu)
di Teruo Ishii, 1970

Chi era Ishii Teruo? Meno noto in occidente rispetto ad altri suoi "colleghi di genere" come Suzuki e Fukasaku, è autore di culto in patria, per i suoi ero-guro (erotico-grotteschi) e per alcuni film con Sonni Chiba, oltre che per il suo ritorno nelle sale degli ultimi anni. I frequentatori del Far East Film Festival l’hanno conosciuto (anche di persona) nel 2003, quando i ragazzacci di Udine gli dedicarono una retrospettiva, e quest’anno, un mese dopo la sua morte (il 12 Agosto, per cancro ai polmoni) Marco Muller l’ha omaggiato (a sorpresa, me distratto!) proiettando a Venezia l’introvabile Horror of a deformed man.

The blind woman’s curse (o Tattoed swordswoman), è un film bizzarro ed acceso, un misto di chambara eiga e yakuza eiga che non disdegna l’horror, e che nonostante la mescolanza rispetta le regole dei singoli generi che affronta. Forse troppo, perché si sente spesso la mancanza – soprattutto nella parte centrale – di guizzi personali e rivoluzionari, e perché la splendida Meiko Kaji sarà ancora più splendida in Lady snowblood (1973). Ma il film di Fujita ha qui le sue radici, la regia mobilissima è sorprendente, la violenza abbondante ma stilizzata, non c’è un attimo di pace e c’è invece una tonnellata di ironia. La svolta femminina del genere con il clan di yakuza "misti" e il duello tra la protagonista dall’animo puro e la cieca vendicatrice non possono non farci suonare qualche campanello.

Un oggetto affascinante e imperfetto, con tutta probabilità parte di un percorso che ci sfugge. Per ignoranza, forse. Ma con tutti i suoi limiti, ha un incipit marziale (una mischia con ralenti e fermoimmagini sotto la pioggia) e un finale western (il duello suddetto, con enormi nuvole surrealiste) potenti e impressionanti, degni di un’antologia dei generi popolari nipponici.

Sul web a proposito di questo film pare non esista nulla in italiano. Linko quindi due interessanti schede in francese, una entusiasta e una molto meno. Tanto per farsi un’idea.

Essenziale (anche per questo post) la scheda del guru
Mark Schilling su Ishii, sul sito del FEFF.

The twilight samurai (Tasogare Seibei)
di Yôji Yamada, 2002

"Uccidere un uomo richiede ferocia e un calmo disprezzo della propria vita. E adesso non provo nessuna di queste due cose."

Il film dell’ultrasettantenne Yamada, celebre per l’infinita saga di Tora-san, sembra essere la cosa più lontana da un chambara eiga: Seibei è sì un samurai, e sì un eccezionale spadaccino, ma non è niente più che un piccolo burocrate, per di più di infima casta, per di più vedovo e con madre e due figlie a carico. Così, è costretto a tornare a casa al tramonto (da cui il suo soprannome Tasogare, "crepuscolo") per badare a quel che resta della sua famiglia, rinunciando a quello che gli altri vedono come la vera vita.

Eppure dalla vita di Seibei, che sente i cambiamenti in atto – dovremmo essere all’inizio della restaurazione Meiji – non vivendoli nemmeno in modo tangente, dalla sua vita marginale ma esemplare quanto e più di una tradizionale storia epica di riscossa, scaturisce la vera etica del samurai, sempre caratterizzata dall’acceso contrastro tra la volontà e il potere, tra l’etica e la politica. E alla fine, il momento eroico non sarà quello della riscossa violenta, sottratto all’epos e riempito di sconforto per l’antietica costrizione, bensì il ritorno a casa, alla felicità raggiunta con il sacrificio e con l’umiltà.

Con ferrea coerenza, c’è pochissimo rotear di spade, perché gli interessi in gioco sono ben altri. C’è però uno scontro d’onore in riva al fiume, bellissimo, e soprattutto l’interminabile e strabiliante duello finale: preparato da un dialogo che è la chiave di lettura di tutto il film (oltre che malinconico passaggio di testimone) e caratterizzato da piani lunghissimi e chiaroscuri, è un pezzo da maestro, geniale per il modo con cui il duello stesso si nasconde, negandosi alla vista, dietro le ombre e nel fuoricampo.

Girato con uno stile pianissimo, compassato, di sublime perfezione, costruito intorno a sequenze ben distinte e quasi sempre determinanti (scene-madri i due "rifiuti", l’uno di sposarsi, l’altro di uccidere) e narrato dalla voce di una delle figlie, ormai anziana, sulla tomba del padre, The Twilight Samurai è un film complesso e prezioso, un gioiello testamentario che ha conquistato l’Academy giapponese (ben 13 Japan Academy Awards), quella americana (candidato straniero nel 2004, battuto da Arcand) e il pubblico del Far East Festival di Udine (Audience award nel 2004), e che in Italia non è nemmeno uscito nelle sale.

Però, almeno è disponibile da non molto in Italia, in DVD a pochi euro, grazie alla provvidenziale Dolmen. Si può acquistare, tra gli altri, su Thrauma.

Consigliata la lettura del bellissimo articolo di Vincenzo Sangiorgio su Cinemavvenire, e quello del sempre ottimo Stefano Locati su Asiaexpress.

[revisionismo]

Note
di solito non scrivo niente in questo tipo di post, ma faccio un’eccezione, perché:

- l’ho visto per la prima volta nella versione uncut, e quindi si può tranquillamente e puristicamente dire che è stata questa la mia prima vera visione;
- questa volta mi sono concentrato più sulle dialettiche padre-figlio che non su quelle sado-maso, trovandole persino, se possibile, più riuscite;
- il vecchio post, giovanerrimo, fa schifo;
- il finale continua a lasciarmi esterrefatto, ammirato e confuso, e so che alla gente piace discuterne e litigarci su;
- voglio sottolineare la bellezza dello screenshot che ho scelto;
- è un film eccezionale, e come tale merita eccezioni.