Stati Uniti

Osmosis Jones

di Bobby e Peter Farrelly, 2001

Frank (Bill Murray, grandissimo) è un vedovo ridotto a uno straccio dalle sue abitudini alimentari. All’interno di Frank, il suo corpo cerca di sopravvivere, ma l’inetto sindaco non la pensa così, perché siamo in campagna elettorale. E in più ci si mette un cattivissimo virus venuto dall’esterno.

Probabilmente il film più invisibile e dimenticato dei fratelli Farrelly, che si distaccano da alcune delle loro tematiche preferite, o almeno dalle loro ambientazioni elegiaco-provinciali. E il cartone animato, che è il "vero" film, sembra la versione action-hollywoodiana di "Siamo fatti così". Ovviamente i generi sono filtrati attraverso l’occhio irriverente dei Farrelly, con uno spirito assai citazionista (come la parodia di Titanic) e un ritmo scatenato.

I Farrelly sono sempre divertitamente scorretti: brufoli , vomito, pance rigonfie e pelose, e soprattutto il ritratto impietoso degli ipocriti e quello affettuoso dei reietti. E anche dentro il cartone, una non così tiepida satira dell’ipocrisia dei politicanti, e una marea infinita di trovate esilaranti e scatologiche. Ma come sempre, sotto la scorrettezza c’è una morale deliziosamente edificante, e il messaggio acquista nuovo senso se si pensa alla cultura alimentare degli statunitensi.

Non si può dire insomma che l’esperimento non sia riuscito: nonostante qualche normale ingenuità, è uno dei loro film più divertenti, anche se senza le solite amatissime cadute di ritmo, per un’accordaggio più mainstream del solito. Ottimo anche il doppiaggio (quello originale, si intende), con Larry Fishbourne nel ruolo del cattivo (e per questo fa perdonare la "solita" parodia di Matrix) e bravo anche Chris Rock. Sempre se siete disposti a sopportarlo.

Buona come al solito la colonna sonora: per quanto io non possa sopportare la black music odierna, non potevo immaginare una scelta migliore.

My hustler

di Andy Warhol, 1965

Un due-rulli warholiano tra i più noti: in due lunghissimi piani, l’iniziazione professionale di una giovane "marchetta", e una scommessa a suo svantaggio. Impudico e acutissimo, e a tratti divertente. Ma meno di quanto si pensi: perché greve, inessenziale, gratuito. E senza un obiettivo che sia uno, anche fosse solo un finale.

A voi decidere se può bastare: personalmente penso che il cinema sia altrove.

L’esperimento del dottor K (The fly)

di Kurt Neumann, 1958

Questo strafamoso film fantastico è terribilmente invecchiato. Colpa di un’eccessiva categorizzazione (cosa è giusto, cosa no) e di un’eccessiva verbosità che solo a sprazzi lascia il campo al puro terrore. Price è sempre fenomenale, ma ho visto cose migliori. Come avevo già detto per questo film, preferisco di gran lunga il geniale e malsano remake che ne fece Cronenberg nell’86. Tra l’altro, seguendo un discorso narrativo e tematico diverso, ma sempre a partire dal tema dell’ybris scientifica.

Ciò non toglie che molti momenti, tutti celeberrimi, siano ancora oggi spaventosi e terrificanti. Come la prima apparizione della testa-a-mosca (con la felice invenzione del volto della moglie moltiplicato sullo schermo), o quel rumore disgustoso che fa quando beve il latte. E l’inquietante presenza continua del ronzio della mosca nel film.

Beh, tutto sommato ha ancora il suo porco fascino.

La mosca con la testa di uomo nella tela del ragno (help me! help me!) nel finale fa davvero drizzare i peli. E non lo dico per luogo comune: sarà stata la sala cinematografica buia, l’enorme schermo cinemascope, il volume alto… brr…

nota: tra Epstein e il dottor K, ho visto anche questo cortometraggio. Molto, molto carino.

[remainder(s)]

Come già ho fatto altre volte, segnalo un paio di uscite odierne (nelle sale italiane) di film da me già visti al Festival di Venezia. Stavolta sono due.

Il primo è Eros, il film a episodi diretto da Wong Kar-wai (sublime, ben oltre 2046), Soderberg (più che passabile) e Antonioni, quest’ultimo un vero e proprio disastro, il vero scult veneziano 2004.

A Bologna all’Odeon. Qui il mio breve commento

Come ho avuto più volte occasione di dire, Ferro 3 (Binjip) è tra i film migliori di uno dei miei più recenti registi-feticcio, Kim Ki-duk. Non fatevi intimorire dalla violenza di alcuni dei suoi bellissimi film precedenti e andatelo a vedere. Andate a vederlo prima possibile.

A Bologna al Rialto. Qui il mio breve commento

Donnie Darko

di Richard Kelly, 2001

Finalmente anch’io ho visto Donnie Darko, film celebratissimo e ormai celeberrimo. L’ultimo cult possibile. Difficile parlarne senza rivelare nulla (di quel poco che si capisce, o intuisce, grazie a dio). Farò del mio meglio.

L’impressione finale è che il plauso generato dal culto generalizzato sia spiegabile: è il film giusto al momento giusto, si può dire. Paradossalmente, perché come è anticipatore di una moda (quella degli svavillanti eighties), allo stesso tempo è fuori tempo massimo: appunto per la malinconica ambientazione negli anni ’80. Che si fa però anche riflessione storico-culturale: l’apparenza e gli scheletri nascosti dallo yuppismo, la riduzione del mondo in categorie (paura/amore).

Un’altra cosa è giustificare tale culto: Donnie Darko è un bellissimo film, ma che sconta qualche ingenuità, e forse l’eccesso di sincero entusiasmo con cui è stato prodotto. Ciò non toglie che Kelly, ai tempi 26enne, sapesse con miracolosa precisione cosa voleva, unendo una filosofia spicciola ma estremamente intrigante (gli universi paralleli, il viaggio nel tempo) con una abilissima mescolanza di generi: la commedia americana anni ’80 è iconograficamente quasi replicata, ma c’è di mezzo anche l’universo kinghiano della periferia investita dal soprannaturale (non a caso mamma Darko legge IT), ovviamente l’horror e la fantascienza, più citazioni cinefile più o meno colte, da Harvey a Ritorno al futuro.

Nella storia dall’atmosfera inquietante e dal ritmo ipnotico, fuoriesce una sorta di battaglia tra la forza di volontà e l’inevitabilità del destino, cardine di tutto il film. In questo movimento di contrasto, spicca il fascino il protagonista Donnie, che possiede le doti di complessità, eroicità e sacrificio che vengono direttamente dal mondo dei fumetti ("Donnie Darko, che nome strano. Sembra il nome di un supereroe", eccetera). Sublimamente intepretato da Jake Gyllenhaal, sa trasmettere il peso e l’angoscia di una responsabilità che è tutta sulle sua spalle.

Molto curata ed eclettica la postproduzione: questo perché la struttura del film, concentrandosi sullo spazio-tempo (e della sua relatività), permette a Kelly di utilizzare le tecniche di ralenti ed accelerazioni non per un esercizio fine a se stesso, ma coerentemente con i fatti narrati. In più, Kelly è un ottimo regista ma senza spocchia: basta vedere le scene nei corridoi della scuola per capirlo. La colonna sonora non ha bisogno di commenti: semplicemente perfetta.

Bellissimo quindi, ma decisamente non un capolavoro. Però, per quanto mi riguarda, ed è un caso abbastanza raro, mi ha fatto venire voglia di rivederlo praticamente subito. Ed ha attivato una sorta di meccanismo paratestuale per cui è impossibile non passare ore a discuterne, a cercare spiegazioni (che ci sono eccome, pare più esplicite nel director’s cut), a scervellarsi per mettere insieme i pezzi del mosaico.

Donnie Darko è un bel film che migliora di ora in ora, e forse funziona di più fuori dal cinema che non nel buio della sala. Non è da tutti.

Sentieri selvaggi (The searchers)

di John Ford, 1956

"You wanna quit, Ethan?"

"That’ll be the day."

Per alcuni film davvero non ci sono molte parole, perché sono lì, e sono, e basta.

Le donne, sempre lì alla porta, con lo sguardo fuori, verso quella bellissima poetica minacciosa valle dei monumenti, con il cuore in gola, con il cielo luminoso e azzurro che le schiaccia. E un personaggio, Ethan, che è il western, che è la frontiera, che ha visto tutto e sofferto tutto, ed è per questo costretto ad andarsene nella luce della pianura, schiacciato dalla decadenza dei suoi ideali.

Non c’è più "un posto caldo accanto al camino" per lui, ma solo la solitaria tristezza, acquietata da quel po’ di pace, dall’afflato di redenzione che gli ha donato quell’abbraccio con Natalie Wood: un breve momento, ma struggente, immenso.

E’ banale, lo so, ma basterebbe anche solo uno degli incipit più belli della storia del cinema, e la sua chiusa speculare e circolare. Che splendore.

nota: il cielo benedica i dividì.

Gli incredibili (The Incredibles)

di Brad Bird, 2004

Incredibile Pixar: quando credi di aver visto tutto, sa ancora stupirti. The Incredibles è una meraviglia. Come ha detto l’amico Ohdaesu, "chi vorrà trovare delle pecche sarà evidentemente un vecchio scorbutico impolverato represso e inacidito".

Oltre che di un film oltremisura divertente, che non perde un colpo, capace di sterzare e cambiare stile esattamente nei punti in cui è necessario, per tutta la durata del film si ha l’impressione un’opera matura e di una sorta di impronta autoriale. Intendiamoci, la Pixar è soprattutto un’industria, anche se un’industria di immenso valore, forse l’ultima grande industria dei sogni (insieme allo Studio Ghibli?). L’impronta, il marchio, è molto importante, e richiama più il nome di Lasseter che quello dei registi chiamati di volta in volta a mestierare, a gestire l’affare.

Ma a differenza di altri lavori, questo caso è un po’ diverso, e va moltissimo merito al regista e sceneggiatore Brad Bird. Già regista del buon Gigante di ferro, Bird è stato animatore per la Disney e regista per i Simpson, ed è con straordinario talento che riesce a unire queste due anime.

La prima è quella acuta e leggermente satirica che mostra il declino sociale del supereroe (un po’ come quello su cui si è soffermato Raimi, in modo diverso), con quadretti familiari impagabili ("Non valgono i campi di forza!", "Hai cominciato tu!") e l’impensabile immagine di un supereroe invecchiato e imbolsito, costretto nel suo minuscolo loculo lavorativo, e il cui unico nemico rimasto è la terribile burocrazia.

Dall’altra parte, l’anima disneyana, quella semplicemente stupefacente, quella del puro divertimento, tra cattivi e comprimari memorabili (la geniale Edna doppiata benissimo da Amanda Lear) e inseguimenti mozzafiato: uno per tutti, quello videoludico del piccolo Flash. I buoni sentimenti asciugati in una deliziosa apologia della famiglia, l’interesse dello spettatore tenuto vivo per quasi due ore (tempo infinito, in altri tempi) senza nemmeno una maledetta canzone.

Il tutto mescolato con grande coesione: le due anime non sono separate, e non si ha mai la sensazione di vedere due film diversi: come quando, durante un serratissimo inseguimento, i due coniugi litigano sulle uscite della tangenziale. E l’azione che domina il film non è nemmeno mera tecnica (comunque inarrivabile), ma è capace di ragionare sui meccanismi stessi dell’azione supereroica e sui canoni dei cartoon e dei fumetti. Nei tempi del buon orco verde è ormai una necessità, e l’autoriflessività si dà quasi per scontata: ma sono irresistibili idee come i dialoghi sui "monologhi dei cattivi", o quella davvero geniale della disastrosa casistica legata all’uso del mantello.

Ancora sopra la concorrenza il discorso sui target. Mentre i cartoni della Dreamworks si preoccupano sempre più di rivolgersi ad un target diverso da quello tradizionale (così Shrek è incomprensibile a un bambino), la Pixar è riuscita in questi ultimi anni a compiere il miracolo che il settore 2D della Disney aveva accantonato: svincolare l’opera da un target. Gli incredibili è forse la vetta di questo percorso: il film è appetibile a molti livelli, e, credo, per ogni palato capace ancora di entusiasmarsi ed innamorarsi al cinema.

Per quanto il capolavoro Pixar, e difficilmente superabile, rimanga il magico, burtoniano, perfetto Monsters & Co., Gli incredibili è ancora grande cinema di cartoni animati, e supera di lunghezza la pur bellissima favola di Nemo, pesce perduto. E ancora una volta, è anche grande cinema: un film di personaggi, di contenuti, di scrittura, di grandi idee. Ma soprattutto di sano e purissimo piacere. Peccato che ne sfornino solo uno all’anno.

Ad occhi aperti (Wide awake)

di M. Night Shyamalan, 1998

L’altra sera Enrico Ghezzi sembrava impazzito. Con una voce rauca e oltretombale, manda in onda questo film e si scusa una dozzina di volte perché ammette di non averlo visto: lo manda in onda perché solo gli piace il titolo "parakubrickiano" (o qualcosa del genere, non ricordo precisamente), e poi parla soprattutto di The Village. Dicendo cose a volte giuste a volte solo interessanti, ma facendosi scappare una massima da antologia: "il cinema di Shyamalan è la via di mezzo tra Dreyer e Spielberg". Ghezzi, un genio del male.

Dunque, ricapita in televisione il secondo film di Shyamalan, precedente a Il sesto senso. Come potevo evincere dalla trama e da qualche lettura (nonostante non sia il primo passaggio televisivo l’hanno visto, o notato, in pochi), questo non è di certo un tassello fondamentale della carriera del bravissimo regista indoamericano.

Molti hanno trovato connessioni con le sue opere successive, connessioni che ci sono (soprattutto con Signs). Ma in realtà, Wide awake è soprattutto una commediola zuccherosa, che racconta la storia di un bambino e della sua ricerca del trascendente dopo la morte del nonno. Sembra fino alla fine una ricerca inutile, ma si trasforma in realtà in un incrocio formativo: il ragazzino durante il film scopre la distinzione tra categorie e realtà. Il che sarebbe anche interessante, se non fosse che la ricerca, alla fine, si rivela (purtroppo per noi) fondata.

In realtà, qualche tratteggio è ben fatto (come l’amico agnostico ed epilettico), la sceneggiatura abbastanza piacevole, almeno per un prodotto "per famiglie" (con un paio di gentilissimi e innocui schiaffetti all’istituzione scolastica privato-cattolica), e qualche sequenza carina (come il ragazzino pazzo che fugge con la foto del Papa sotto la pioggia). Quello che più irrita è la confezione insopportabile, così come tutti gli attori adulti, e idem per l’onnipresente colonna sonora.

E infastidisce (ma potrebbe essere un vantaggio) l’affresco di un piccolo mondo un po’ provinciale in cui sono sono tutti buoni come il pane, tutti intelligenti e maturi, e comunque tutti in buona fede. Personalmente, lo farei vedere molto volentieri a mio figlio, se ne avessi uno, se fosse proprio molto piccolo. O se fosse già deciso a entrare in seminario. Io potevo anche farne a meno.

Babbo bastardo (Bad Santa)

di Terry Zwigoff, 2003

"I’m an eating, drinking,

shitting, fucking Santa Claus."

Mettiamo subito in chiaro una cosa: i fratelli Coen, di questo film, sono produttori esecutivi. Un executive producer, di solito, si occupa di questioni economiche più che tecniche, con un valore più mecenatistico che non artistico. Quindi, in tempi di distribuzioni sospette, come nel caso (ben più scandaloso) di Tarantino su Hero, siamo costretti a sgobrare ancora una volta il campo dai dubbi: questo è un film di Terry Zwigoff. Punto.

Terry Zwigoff si era fatto notare con un gran bel film tratto da un fumetto dell’underground americano e con un documentario (che non vedrò mai) sul grande fumettista underground Robert Crumb. Con questo film si apposta su territori ancora marginali, ma ben più vicini al mainstream nordamericano. Ciò nonostante, non si deve pensare che Bad santa sia un film corretto, o che Zwigoff rinneghi il suo passato.

Il suo interesse nel disegno dei personaggi, sulla base della buona sceneggiatura di Ficarra & Requa (che si fanno perdonare quella porcheria di Cats & Dogs), è sempre legato strettamente alla filosofia di fondo che muoveva i fumetti di Crumb, Corben e Clowes: personaggi marginali, cattivi, sboccati, magari alcolizzati o drogati, e il loro impatto con un mondo ipocrita, perbenista, schiavo dell’ignorante provincialismo (o della crudele metropolitanità).

Ma Bad Santa non è per questo un film amorale: non perché il finale sia un happy-ending. Perché lo è, inevitabilmente. Il motivo vero è che al di sotto di un linguaggio sboccato, situazioni estremizzate, fumo alcool sesso e tutte le cose che gli americani di solito escludono dai protettissimi territori della commedia, corre un’idea morale ben precisa.

Una morale cruda e irriverente nei confronti delle "feste comandate" (ma comunque laicizzate), che non insegna a porgere l’altra guancia ma a difendersi con le unghie dalle infinite prevaricazioni e dalle gerarchie della società dell’apparenza. Nonostante il lieto fine, la linea sottesa è chiaramente amara: questo è un mondo di merda, dove l’unico modo di sopravvivere è tirare un calcio nelle palle e guardare avanti.

Al di là di tutte le menate, il film funziona, e funziona proprio benino, anche se è meno convincente di Ghost world. Merito soprattutto del ritmo, mai banale anzi piuttosto rilassato, che Zwigoff riesce a dare alla vicenda: un’ora e mezza vola via come il vento. Thornton è in assoluto stato di grazia: uno dei migliori attori contemporanei. Inoltre, si ride, magari sguaiatamente e per le più basse trivialità, ma si ride davvero tanto.

"Oh yeah, baby, you won’t be able to shit right for a week!"

Killer elite

di Sam Peckinpah, 1975

"I just wanna get closer to George."

"So you find him and you zap him. Will that give you back your knee and your elbow?"

"No, no, but, uh, wherever they are I know they’ll be a lot happier."

Me lo sono trovato in mano, incuriosito dallo sviluppo narrativo: appariva come un kungfu-revenge-movie. Invece è un western metropolitano condito da arti marziali e spionaggio. Difficile difendere a spada tratta Killer Elite: non è un gran bel film, o un film significativo di un grande regista come Peckinpah. Diciamo che si lascia vedere. Tutto qui.

Si salvano senza riserve i personaggi: il Bo Hopkins fucilomane, il traditore Duvall (magnifico come sempre), ma soprattutto il protagonista James Caan. Qualche scena divertente (come il poliziotto ingannato con un bomba), e più che ottime, manco a dirlo, le scene d’azione. Che purtroppo, come già detto, sono poche: qualche combattimento e a uno splendido finale "alla Peckinpah": nichilismo suicida, ralenti a frotte, montaggio calibratamente nevrotico. E James Caan che combatte i ninja con il bastone da passeggio.

Postilla: ammetto che il post non è oggettivo, ma distorto da due fattori. Primo, la vhs era in lingua originale senza sottotitoli: quando parla Burt Young non si capisce un’acca, e le cose importanti le dice tutte lui, verso la fine. Secondo, l’odiato, odiatissimo pan&scan. Grazie al cielo, esistono anche i dvd.

Furore (The Grapes of Wrath)

di John Ford, 1940

Il viaggio massacrante di una famiglia di americani attraverso l’America. Un road-movie quasi da paradigma, ma anche una dissoluzione, amara ma non troppo, del mito della frontiera. Il west dei pionieri è una mera illusione fatta di cartoline colorate, e ciò che ci si dietro trova è la paura di non poter mangiare. Ciò da cui di fugge non è più (o non è ancora) la guerra, ma è la modernità che avanza (quelle meravigliose "tigri": i trattori che mangiano la terra e scacciano i contadini), e l’umanità e la solidarietà che dovrebbero far grande la nazione si sono sciolte in una diffusa diffidenza, nella violenza della repressione economica.

Ma la gente avanza, continua, sopravvive, magari anche grazie ad un’immagine, quella del campo "new deal" per senzatetto, che stona perché troppo idilliaca. Ma senza troppi rasserenamenti. Perché Tom Joad, alla fine, è destinato alla strada, ed è condannato alla strada.

"La strada è viva stanotte, e dove porta, nessuno lo sa. Io mi siedo alla luce del falò aspettando il fantasma di Tom Joad."

Tom, mio figlio.

"The highway is alive tonight,

where it’s headed everybody knows…

I’m sittin’ down here in the campfire light

waitin’ on the ghost of Tom Joad"

(Bruce Springsteen)

L’uomo senza sonno (The machinist) (El maquinista)

di Brad Anderson, 2004

Brad Anderson, il cui Session 9 mi aveva convinto fino a un certo punto, da un soggetto semplice semplice ma abbastanza robusto dello sceneggiatore "per caso" Scott Kosar, abbonato ai remake, costruisce un film a sorpresa (ma non particolarmente sorprendente) inquietante e malsano. 

Si sente comunque una certa libertà produttiva, soprattutto nel ritmo ipnotico e implosivo. E si vede, questa sì piacevole conferma, che Anderson sa giocare bene con elementi basici (rumori, silenzi, corpi, spazi) più che con gli effetti del cinema industriale. Pochi soldi e qualche guizzo creativo (visioni, ripetizioni, filtri).

Ma la forza del film, senza la quale forse il film crollerebbe (è un’ipotesi), è l’interpretazione dello scheletrico Christian Bale: dimagrito fino all’invisibilità, è davvero il punto-limite dell’utilizzazione del corpo attoriale, e della sua visualizzazione sullo schermo, con effetti notevoli plastici, sottolineati però con molta veemenza da una sceneggiatura un po’ ingenua: "se dimagrissi ancora un po’, smetteresti di esistere".

Visto che di "scatola cinese" si tratta, e che di "film a indizi" se ne vedono ormai a vagonate (rendendoli quasi un para-genere, forse persino in declino), è interessante come The machinist si distacchi da molte produzioni recenti nel modo in cui amministra questa "sorpresa" finale: a Kosar non importa cosa sia vero e cosa meno (chiaro dal principio, speriamo volente), ma il come e il perché, che ci vengono rivelati nel finale.

Improvviso, intenso e malinconico, il finale esorcizza il motivo principale del film (il senso di colpa) e riesce a convincere senza troppi sforzi.

L’inventore di favole (Shattered glass)

di Billy Ray, 2003

Tra i non pochi "ritardi eccellenti" della stagione cinematografica in corso, esce anche in Italia il film, tratto da un celebre articolo di una rivista americana online, che racconta la storia vera di Stephen Glass, giovane promessa del giornale americano "New republic", rivelatosi poi un talentuoso raccontapalle ("The fabulist" è il titolo della sua autobiografia).

Ovviamente il film mette in gioco diversi temi fondamentali, come il labile confine che separa realtà e menzogna, e il rapporto del reale con la comunicazione, il discorso sulla "narrazione per immagini", tema che riguarda anche il cinema, soprattutto documentario (basta pensare ai "September tapes"). Ma soprattutto il potere affabulatorio di un atteggiamento conformista: in un mondo (lavorativo e umano) in cui si è abituati ad essere trattati a pesci in faccia, si è disposti a fare un eroe di chiunque si comporti in modo gentile, di chiunque ci dica quello che ci si vuole sentir dire. Di chiunque insomma, come dice uno dei protagonisti, sia semplicemente "divertente".

Da una vicenda simile, così paradigmatica di un "punto di rottura" per il mondo della comunicazione, e anche solo così "bella", qualunque buon regista avrebbe tratto un capolavoro. Billy Ray, disastroso sceneggiatore de "Il colore della notte" e di "Vulcano", sceglie una via discorde ma tutto sommato originale: in un caso, raro, dove la storia dice più cose dei suoi personaggi, Ray sceglie di stare attaccato a quest’ultimi, di parlare soprattutto dei loro rapporti interpersonali, dell’affezione, dell’inganno individuale, più che far fuoriuscire le metafore sottese alla trama.

Lo Stephen Glass di Hayden Christensen è perfetto: Christensen è assolutamente nella parte, nato per questo ruolo. Altro che Anakin Skywalker. Ma a metà film ci si rende conto che in realtà  il vero protagonista è Chuck Lane (Peter Sarsgaard, bravissimo anche lui), perché è l’unico a non cadere nella trappola affabulatoria di Stephen, ed è l’unico a non sembrare rimbecillito dalle sue tattiche comunicative.

Billy Ray sceglie anche di dare una giustificazione alla sua illuminazione: riprendendo il personaggio di Sarsgaard con moglie e figlio. Sembra inspiegabile questo attaccamento al privato, che si pone ben al di fuori delle situazioni strettamente "narrative", ma in realtà il messaggio è trasparente: Chuck possiede dei valori (rappresentati simbolicamente dalla famiglia) che Stephen non ha. Tutto qui. Una tendenza moralizzatrice e livellatrice che abbassa il tono di un film che si sarebbe voluto (e potuto) vedere più acido, più lucido, più attento alla contemporaneità, e che invece sembra già invecchiato.

Tuttavia, è molto piacevole dall’inizio alla fine, ben recitato, con qualche ottimo passaggio (come la scoperta della "verità" da parte di Chuck) e con una trovata narrativa fondamentale (che riguarda il finale, e non racconto), in cui Ray, mescolando i piani diegetici, riesce finalmente a trasmettere quel senso di confusione tra realtà e immaginazione che domina la mente di Glass.

Le vie della violenza (The way of the gun)

di Christopher McQuarrie, 2000

McQuarrie è lo sceneggiatore dei Soliti sospetti, e per questo tutti noi possiamo volergli bene. Ma non è detto che ciò lo debba giustificare.

The way of the gun è un film da primo della classe: citazionista, un tantino manierato e davvero spocchiosetto. Stilisticamente piatto ma scritto con una certa cura (nonostante i troppi turnover e la poca ironia), parte benino e poi tende ad annoiare, per poi concludersi con una sparatoria finale "alla Pekinpah", ben congegnata, violentissima e interminabile.

Quando di un film ci si chiede "ma quando finisce?", non è un buon segno. Comunque, il "postino" evanescente di James Caan, con la sua visione della vita malinconica e decadente, vale da solo la visione del film, e i dialoghi migliori sono tutti per lui. Anche se non basta a tenerlo del tutto in piedi.

The hours

di Stephen Daldry, 2002

Tre donne, in tre "tempi" diversi (a meno di incroci inaspettati), le cui vite girano intorno ad un libro aperto, Mrs Dalloway. Tre donne che imparano a "guardare la vita in faccia". Un film sulle rinunce necessarie, sulla responsabilità che ognuno ha verso la sua vita e verso quella degli altri, o più semplicemente sul valore della vita.

A partire da una delle sceneggiature più belle e complicate degli ultimi, in cui David Hare ha reso cinematografico il testo intimo e interno (pare) di Cunningham, Daldry è riuscito nell’arduo e quasi impossibile compito di rendere visivamente tutto ciò, e soprattutto dare al film un ritmo e una coesione: il rischio era di assistere a tre film differenti. I titoli di testa, "istruzioni per l’uso" dell’intero film, sono in questo senso impagabili. Purtroppo ne risente un po’ l’emozione: con questi materiali potevano fioccare fiumi di lacrime, e invece no, e per una volta spiace. Pazienza.

Film d’attori e di scrittura, dunque. E comprimari a parte (tra cui un Harris, al solito, inumano), le tre protagoniste sono davvero divine. Tutte e tre. Alle prese con una difficoltà interpretativa notevole, la superano con professionalità, coraggio e immensa bravura. Soggettiva (mia) è la predilezione per la Kidman, una perfetta Virgina Woolf, capace di fulminare e penetrare lo schermo con un solo sguardo di make-up, un caso raro (o unico) di giustificato imbruttimento. Un’aliena.

I magnifici sette (The magnificent seven)

di John Sturges, 1960

"Ah, that was the greatest shot I’ve ever seen."

"The worst! I was aiming at the horse."

Diciamolo, il remake dei Sette samurai di Kurosawa è tutto sommato un western ordinario. Niente per cui urlare al mito o chinarsi al culto, insomma. Ma è anche abbastanza divertente. La sua forza è nell’epica eroica del sacrificio, ma ancor di più lo è il sorriso ironico che alleggerisce il pacchetto. Ovviamente ottimi i disegni dei personaggi, dall’impassibile Chris di Yul Brynner al pistolero Britt di James Coburn. Indimenticabile il Calvera di Eli Wallach.

Forse non degno una tale notorietà, ma comunque molto piacevole.

Dvd strabiliante: ma c’è una ragione perché le dissolvenze incrociate (a centinaia, in questo film) non sono ripulite bene come il resto del film?

Il mistero del cadavere scomparso (Dead men don’t wear plaid)

di Carl Reiner, 1982

Tra i tanti, forse troppi cult-movie della mia adolescenza (un piacere riuscire a vederlo in lingua originale), il film è una "parodia affettuosa" del noir degli anni ’40, in cui gli attori del presente (Martin, Ward, Reiner e pochi altri) convivono, dialogano, e interagiscono con le pellicole che hanno fatto la storia del giallo e del poliziesco americano, dal Grande freddo al Sospetto, e con le loro star, da Alan Ladd a Bogey.

Operazione filologica e senza una sbavatura: tutto nel film, dalla trama ai nomi, è creato per incastrarsi alla perfezione nel puzzle enciclopedico del noir. Dal genere si mutua anche lo stile fotografico, le musiche (bellissime, di Rosza), la trama incasinatissima che affastella indizi che non portano a niente.

Tutto qui. Ma basta e avanza per stupirsi e divertirsi. Un’idea geniale e raffinata, gelida e fighetta (in contrasto con un’irresistibile comicità greve e volgarotta), ma il risultato è davvero unico nel suo genere.

Superfly

di Gordon Parks Jr., 1972

"You’re gunna give all this up? Eight Track Stereo, color TV in every room, and can snort a half a piece of dope everyday? That’s the American Dream, nigger!"

Girato piuttosto male, interpretato peggio, montato in modo davvero indecente. Insomma, demoliamo un genere e un semi-mito popolare? Direi di no. Nonostante sia proprio grezzo e davvero amorale, è un notevole divertimento. E non perché sia scatenato, ma proprio per il fatto che, da buon prodotto blaxpoitation, si prende i suoi tempi, si rilassa in minuti e minuti in cui non succede praticamente nulla (se non una serie infinita di madonne), ed esplode di rado. E sempre con un certo stile: il bell’inseguimento all’inizio, la scazzottata finale al ralenti.

Comunque la si veda, Ron "The Priest" O’Neal nei suoi cappottoni, con i suoi baffotti, con la sua macchinazza, e soprattutto con la catenina a crocefisso con cui sniffa la coca (ah!), ha uno charme che vale da solo il film e lo tiene in piedi. E che colonna sonora, mister Curtis Mayfield!

Bowling a columbine

di Michael Moore, 2002

Il celeberrimo documentario di Michael Moore (finalmente anch’io l’ho visto) è il ritratto spietato ma doveroso di una nazione impazzita, morbosamente legata al suo secondo emendamento (e con una difficoltà nel distinguere tra diritto e dovere) che ha perso il controllo o non l’ha mai avuto, e le cui basi storiche e formative sono appunto le armi, l’omicidio, il razzismo.

Un film ironico e a volte persino divertente ma nella maggior parte dei momenti terribilmente doloroso, che a partire dalla cronaca più agghiacciante, riesce a mostrare come la paura e la xenofobia siano fondamenta ineliminabili della società statunitense.

Chiedersi sempre il perché delle cose, anche non ricevendo risposta, è il modo migliore per vincere i luoghi comuni e le convenzioni. Bowling for columbine ha un ritmo indiavolato, uno sguardo stupito sull’assurdità del suo paese, e una correttezza morale, seppur non perfetta e sempre un po’ leziosetta, che in Fahrenheit 9/11 si è completamente persa.

Cypher

di Vincenzo Natali, 2002

Il film di Natali, regista del bellissimo Cube, giunto in Italia dopo due anni di attesa in un cassetto (attendeva la bassa stagione) è una variazione su temi classici come l’identità e la memoria. Il film però è algido e glaciale, di un rigore fotografico persino fastidioso, ma senza lo stile di Niccol (per citarne uno).

La trama è terribilmente intricata, e la microfantascienza con echi dickiani viene mescolata con lo spionaggio hitchcockiano. Citazionista fuori misura (si va da Mission:Impossibile a Brazil a X-Files), esaurisce purtroppo la sua vena all’interno dei meccanismi dei generi e in quelli autoriflessivi e stenta ad appassionare veramente, al di là del riconoscimento di un talento che, sotto sotto, c’è. Northam comunque è imbarazzante, mentre Lucy Liu è splendida (ma sospetto che sia tutta prossemica).

Non che sia inguardabile, in alcuni momenti è anche piacevole. Come quando vuol essere molto raffinato (la scena dell’ipnosi), oppure molto grezzo (quasi tutto il finale), ma è uno di quei film che si fa dimenticare in fretta. Anzi, l’ho già dimenticato.